Ernesto Rossi

Umberto Ceva e la sua targa. Da conservare.

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“Di qui il 30 ottobre 1930 Umberto Ceva, cospiratore antifascista, muoveva verso il carcere e la morte sulle vie del sacrificio eroicamente additando agli oppressori e ai dimentichi la liberta’. 1900-1930”
Recita così la lapide che vedete fotografata qui sopra e davanti alla quale passo spesso, in via Bramante a Milano.

E’ una figura cui – anche per ragioni di legami amicali con la sua famiglia – sono particolarmente affezionata quella di Umberto Ceva, chimico milanese, antifascista di Giustizia e libertà, che – dopo essere arrestato dall’Ovra – si suicidò in carcere per non fare i nomi di altri cospiratori, tra i quali anche la spia che lo fece arrestare.
Perché racconto questa storia oggi?
Perché due giorni fa, passando vicino alla lapide ho notato che nell’edificio sul cui muro è stata posta la targa, è in fase di ristrutturazione. Anzi, verrà abbattuto, come recentemente successo per l’enorme palazzo ex Enel di via Procaccini.

L’edificio che ora verrà tirato giù – lo dico per i milanesi – è quello occupato qualche lustro fa dal Bulk, il cui sgombero – nel 2000 – sembrò di un’urgenza mai più rimandabile.
Il Bulk non c’è più, ma che ne sarà della targa per Umberto Ceva, ho chiesto agli amici dell’Anpi?
Mi hanno risposto che da tempo stanno seguendo la vicenda e che l’azienda che si occupa dei lavori ha assicurato che avrà cura della lapide. Ma che qualche pressione mediatica avrebbe fatto comodo.

Eccomi dunque (qui e non solo).

La storia di Umberto Ceva è particolarmente simbolica anche per il tradimento subito.
Sul caso, dopo la liberazione, si spese il grande Ernesto Rossi che scrisse un libro contro il traditore, Carlo del Re, una “spia del regime”.

Il ricordo di Ceva a Milano non si spense con la sua morte. La vedova, Elena Valla, anch’essa antifascista (e collaboratrice delle Energie Nove di Gobetti) è stata letterata e apprezzatissima docente.

Meglio quindi che quel pezzo di storia di Milano raccontato da quella lapide non scompaia.

Ad maiora

Ps. (scritto a fine agosto) Il Comune di Milano mi ha contattato e spiegato che è stato deliberato un progetto per salvare la lapide e ricollocarla. Non ho dubbi che sarà così.

Ad maiora

Abolire la miseria, anche a Cortina. Niente resterà impunito?

Il sacrosanto blitz della Finanza a Cortina ha avuto un ruolo propagandistico.Lo ha ammesso la stessa Agenzia delle entrate. Con risultati parossistici, come il fatto di vedere – neanche fossero Ufo – agenti delle Fiamme Gialle un po’ ovunque:

http://ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/01/10/visualizza_new.html_42380494.html

http://www.lettera43.it/economia/macro/36007/come-con-mafia-di-chicago-ma-i-cittadini-si-complimentano_breve.htm

La vicenda mi ha fatto venire alla mente un famoso slogan delle Brigate rosse: Colpirne uno per educarne cento. Nel manifesto che obbligavano i rapiti a tenere in mano scrivevano anche che niente resterà impunito. Difficile a credersi. Ora come allora.

La Santanché – su Cortina – dice che trova ingiusto “punire la ricchezza” e che bisogna combattere la povertà.

Ogni tanto qualcuno cita, a sproposito, il mitico Ernesto Rossi col suo Abolire la miseria.

L’azionista scriveva: «L’eroe di questa grandiosa rivoluzione economica non è il “fedele servitore dello stato” mosso dal senso del dovere. È l’imprenditore, che non ha lo stipendio sicuro alla fine del mese, comunque vadano le cose; è l’imprenditore, che costruisce la sua baracca sempre più avanti, se scopre la possibilità di un nuovo guadagno, dove neppure arriva la tutela della legge» (questa è la sola parte riportata da Wiki).

Ma Rossi, radicale, aggiungeva un concetto fondamentale: “La miseria di larghi strati della popolazione, in stridente contrasto con l’opulenza di pochi privilegiati; lo sperpero di tante energie umane e di tante risorse materiali per soddisfare la vanità ed i futili capricci di chi si presenta sul mercato con una maggiore capacità di acquisto; il parassitismo di chi vive senza lavorare sulle rendite dei patrimoni ereditati; la collaborazione che il mercato dà, anche per il raggiungimento degli scopi più antisociali, a chiunque disponga di mezzi per pagare; la réclame bluffistica e le speculazioni predatorie con le quali vengono continuamente spogliati i consumatori ed i risparmiatori; le distruzioni di ricchezza causate dalla concorrenza e dal geloso individualismo dei produttori; gli squilibri dell’offerta rispetto alla domanda, derivante dall’azione indipendente degli imprenditori; la inattività di tante braccia e di tanti strumenti produttivi durante le crisi ricorrenti; la carestia dei prodotti provocata artificialmente dai monopolisti per tenere alti i prezzi; l’industria asservita alla finanza, che la dirige come strumento per le manovre borsistiche; il prepotere della plutocrazia e delle grandi organizzazioni sindacali operaie sugli organi politici responsabili: a questi e ad altri motivi di critica, che da diverse parti sono stati ampiamente sviluppati, bisogna pur riconoscere un fondamento di verità. E dobbiamo anche ammettere che molti difetti non sono accidentali; costituiscono oggi degli aspetti necessari del regime individualistico”.

Ricordo, per chiudere, l’indignazione con cui vennero accolti i manifesti di Rifondazione nel lontano 2007. Quell’Anche i ricchi piangano, sembra più di attualità oggi rispetto a quando il partito di Bertinotti era in Parlamento.

Ad maiora.

Liberista sarà lei!

Un libro contro il liberismo o meglio contro come è stato coniugato in questi anni visto che l’autore Pierfranco Pellizzetti, nella prima parte del volume rimpiange lo spirito di Ernesto Rossi. Ma in Liberista sarà lei (edizioni Codice) scritto a quattro mani con Emilio Carnevali, Pellizzetti parte da un considerazione fatta da Robert Kennedy nel lontano 1968: «Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficina dei fine-settimana. Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione del napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari».

Da queste premesse, Carnevali e Pellizzetti criticano quanti «sono sempre pronti a ribadirci, come fossero un disco rotto, il punto decisivo, a loro giudizio: l’economia dell’America liberista crescerebbe annualmente di un punto percentuale in più dell’Europa statalista. Si sono sempre dimenticati di aggiungere che quel punto percentuale differenziale dipende direttamente dalla spesa in committenza del governo degli Stati Uniti. E che quelle committenze sono soprattutto militari».

Gli autori passano poi ad analizzare quelli che sono state le “coglionerie” del capitalismo italiano nel dopo guerra. Tra gli esempi più divertente c’è quello della Perottina (dal nome del suo inventore Pier Giorgio Perotto), il prootipo del pc inventato a Ivrea. Ricordano gli autori: «La famiglia Olivetti, rendendosi conto di avere per le mani un gioiello il cui lancio richiedeva capitali ben superiori a quelli di cui disponeva, convocò il “fantomatico” gotha dei padroni del vapore: Vittorio Valetta, accompagnato da Enrico Cuccia di Mediobanca e Bruno Visentini, grande maitre à penser della cosiddetta “finanza laica” di quegli anni. I soloni esaminarono il prodotto, confabularono tra loro e, infine, emisero la sentenza: un computer da tavolo non aveva mercato, né l’avrebbe mai avuto. La fabbrica di Ivrea si concentrasse sulle cose che sapeva fare (i tavoli da ufficio) e la smettesse di perdere tempo con le stranezze».

Scrivo dal mio pc americano sorridendo sotto i baffi.

Pellizzetti e Carnevali (che potete leggere su Micromega) criticano la «battaglia antitasse (che verrà rapidamente travasata nella trattatistica filosofico-politica nelle martellanti campagne elettorali dei candidati alla presidenza americana, per giungere fino al celebre “meno tasse per tutti” di berlusconiana memoria) è un punto fondamentale della (contro)rivoluzione liberista, avviatasi all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. A tal proposito non va dimenticata la sfacciataggine di Nozick, giunto ad affermare addirittura che “la tassazione dei guadagni da lavoro sta sullo stesso piano del lavoro forzato”: qualcuno ne ha tratto ispirazione pure dalle nostre parti, inventando lo slogan sciagurato “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”».

Ma gli strali degli autori si concentrano soprattutto sui liberisti di sinistra. Quelli che hanno portato alla candidatura come capolista del Pd in Veneto il super-falco Calearo (ora stranamente tornato verso i lidi berlusconiani), quelli della “scuola milanese” fatta da professionisti, per lo più architetti e radical chic. E se la prendono con il saggio scritto da Alesina e Giavazzi Il liberismo è di sinistra. Nel volume, scrivono i due polemisti, «non è riscontrabile neppure il benché minimo sentore della spaventosa crisi che si sarebbe scatenata da lì a poco; e della quale già cominciavano a manifestarsi i primi sintomi. Al contrario, sempre secondo i due economisti ambrosiani, eravamo all’alba di una possibile nuova era di prosperità e sviluppo nel segno del liberismo, “dopo un inizio di secolo con tassi di crescita molto bassi e un clima cupo”». Insomma, materiale sul quale sarebbe interessante confrontarsi e discutere.

Ad maiora.

Carnevali- Pellizzetti

Liberista sarà lei

Codice edizioni

Torino 2010

Pagg.131

Euro 14