Iran

SALVIAMO ABDOLREZA GHANBARI DALLA FORCA

“Chiediamo che Abdolreza Ghanbari venga immediatamente restituito alla sua famiglia senza alcuna accusa. Le accuse sono senza fondamento e il processo contro di lui è illegale e immorale”. Con queste parole si chiude l’appello on line per chiedere alle autorità iraniane non solo di graziare, ma di liberare subito Ghanbari condannato a morte lo scorso marzo.

L’unico reato di questo insegnante sarebbe quello di aver partecipato a manifestazioni dell’opposizioni.

Questo l’appello:

http://www.gopetition.com/petition/34874.html

Ad maiora

la rivolta in Bahrein

Finalmente cancellato il Gran Premio del Bahrein

E’ stato finalmente cancellato il Gran Premio del Bahrein. Almeno per quest’anno. Era stato dapprima sospeso e poi reinserito nell’elenco delle gare.

Qualche settimana fa avevamo detto dell’appello lanciato a livello internazionale a Bernie Ecclestone perché togliesse questa gara dal circus mondiale viste le repressioni in atto:

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/06/03/no-al-gran-premio-in-bahrein-un-appello-a-ecclestone/

Ecclestone nei giorni scorsi ha espresso dubbi sull’opportunità di far sfrecciare i bolidi mentre la popolazione civile rischia la vita per una rivolta contro il regime. E alla fine è arrivata, da parte degli organizzatori, la rinuncia: per questa stagione niente Gran Premio del Bahrein.

La situazione da quelle parti rimane tesa. Dal primo luglio dovrebbero cominciare i colloqui tra il regno e i partiti dell’opposizione. I quali intanto si rivolgono al presidente iraniano Ahmadinejad perché intervenga nella crisi. Il gruppo “giovani del 14 febbraio” ha esplicitamente chiesto un appoggio dal regime iraniano. Il reame si è invece appoggiato all’Arabia Saudita che ha inviato truppe per sedare la rivolta.

Al momento, tra le rivoluzioni in atto, quella del Bahrein è la più eplosiva per i contrasti tra sciiti e sunniti.

Ad maiora.

Bahrein, torna in edicola il quotidiano d’opposizione. Ma sempre tensioni contro l’Iran

È tornato in edicola Al Wasat, il quotidiano d’opposizione del Bahrein cui le autorità del regime arabo avevano sospeso le pubblicazioni per “articoli contrari all’etica e alla professionalità”. Stava in sostanza, raccontando la repressione nel piccolo Regno dove soffia forte il vento della rivolta.

È tornato in edicola ma ha dovuto pagare un pesante tributo: il licenziamento in tronco del direttore Mansour Al Jamri, che nel 2001 aveva contribuito a fondarlo. Al suo posto il Consiglio d’amministrazione ha nominato Obaidli Al Obaidli.

Si chiude in questo modo la vicenda di questo quotidiano di lingua araba che rappresenta l’opposizione in Barhein (e che ha molta influenza sul mondo degli affari). Prima della sua nascita, nel Regno c’erano solo altri due quotidiani (Akhbar Al Khaleej e Al Ayam), entrambi filo-governativi.

I segnali contro il quotidiano d’opposizione in questi mesi non erano mancati. La mattina del 15 marzo, mentre i venti di rivolta si diffondevano anche al piccolo Regno del Bahrein, ignoti avevano dato l’assalto alla redazione del quotidiano, provocando danni. La distruzione dell’impianto tipografico aveva impedito l’uscita.

Il sito del quotidiano (http://www.alwasatnews.com/) aveva seguito passo passo le proteste anti-governative nell’arcipelago del Golfo Persico e aveva pubblicato articoli critici contro la repressione.

Nei giorni scorsi, prima le critiche per diffondere “falsità” e poi la – temporanea – chiusura.

Al Wasat – che ora verrà forse normalizzato –  ha vinto Arab Journalism Award nella sezione del giornalismo politico, del Dubai Press Club.

Mentre tutti abbiamo gli occhi alla Libia, la crisi da quelle parti non accenna a placarsi. Anzi.

È di oggi la notizia che le monarchie arabe del Golfo hanno espresso oggi profonda inquietudine per ciò che hanno definito interferenza iraniana nei loro affari interni, dopo che l’Iran ha criticato l’invio di truppe saudite nel Bahrein per aiutare la dinastia sunnita ad affrontare le proteste della maggioranza sciita della popolazione.

Una dichiarazione diramata alla fine di una riunione dei ministri degli Esteri del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) ha respinto e severamente condannato le “continue ingerenze iraniane negli affari interni del Bahrein, in violazione di trattati internazionali”.

Sono state inoltre “condannate le accuse senza fondamento contenute nell’irresponsabile dichiarazione del Parlamento iraniano riguardante l’Arabia Saudita, che sono considerate una posizione ostile, un’interferenza e una provocazione”.

Il comitato per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano aveva affermato che Riad stava “giocando col fuoco” inviando truppe nel Bahrein. L’Arabia saudita e gli altri Stati del Golfo hanno affermato che le truppe sono state inviate in virtù di un patto di difesa comune del Ccg, organismo che riunisce Arabia saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati arabi uniti e  Oman.

Sono quindi a rischio le relazioni diplomatiche tra questi paesi e l’Iran, repubblica islamica sciita.

Il Bahrein è guidato da oltre due secoli dalla dinastia dei Khalifa, famiglia sunnita in un Paese dove il 70% della popolazione è sciita.

Ad maiora.

I soliti sospetti si congratulano con Lukashenko

Ecco le notizie buone e cattive che arrivano dalla Bielorussia. Le riporta Denis Baranov che su Facebook scrive di non mandargli richieste di amicizia perché declina gli inviti di persone che non conosce personalmente,.

Partiamo dalle notizie cattive:

1. Niekliajeva Olga, la moglie di Vladimir, ha presentato una denuncia al Kgb e al procuratore generale per la mancanza di incontri con l’avvocato e l’assenza di notizie sulle condizioni del marito.

2. Il Tribunale di Minsk ha negato la richiesta di scarcerazione per 9 cittadini russi. Il tutto malgrado la sollecitazione in tal senso del ministero degli Esteri russo. Mosca ha fatto sapere che la decisione impatterà sulle relazioni bilaterali, già non buone negli ultimi anni.

3. Baranov ha ricevuto una sorta di risposta ufficiale da parte del Comitato internazionale della Croce Rossa. Dicono di essere al corrente della situazione. Ma la Bielorussia non ha mai firmato l’accordo sulla Croce Rossa che permette le visite nelle carceri.

4. Tre giovani attivisti sono stati condannati dopo il picchetto di solidarietà davanti al carcere del 21 dicembre. Passeranno capodanno in cella.

Notizie neutrali:

1. Due membri della Commissione elettorale della città di Minsk hanno scritto pareri dissenzienti sul verbale sottolineando come non abbiano potuto convalidare i risultati delle elezioni per la capitale. Entrambi sono (ovviamente, aggiungo io) membri dei partiti di opposizione.

2. Il governo ha rassegnato le dimissioni. Procedura normale dopo le presidenziali. Non è stata ancora però fissata la data d insediamento.

3. Alcuni partiti hanno formato un comitato di solidarietà e di sostegno per i prigionieri politici. A quanto pare, vogliono creare qualcosa di più permanente.

Buone notizie:

1. Dopo quasi 8 giorni di custodia da parte del Kgb, a Vladimir Niekliajev è stato concesso di incontrare il suo legale. È accaduto lunedì sera. L’avvocato ha detto che sembrava stanco. Il suo viso portava ancora i segni delle percosse.

2. Anatol Lebedko che è attualmente in sciopero della fame è sembrato – agli occhi del suo legale –  in buone condizioni di salute.

Notizia random:

Il sito web del presidente Lukashenko elenca solo 13 capi di Stato che si sono congratulati con lui per la vittoria elettorale. Sono i soliti sospetti: Turkmenistan, Tagikistan, Azerbaijan, Siria, Libia, Vietnam, Iran, Armenia, Uzbekistan, Cina, Turchia, Cuba e Russia.

Venezuela e Georgia hanno solo mandati i loro auguri.

Ad maiora.

La notizia smarrita? Cercatela su internet

Un libro di un amico e di un collega che racconta del nuovo giornalismo. Paolo Costa nel suo “La notizia smarrita” spiega come si sta evolvendo la professione di fronte ai nuovi media. Il volume ha due obiettivi:  «Sfatare il mito secondo il quale internet costituirebbe la causa prima della crisi del giornalismo e l’altro mito che considera l’informazione “dal basso”, prodotta dai blog e dal cosiddetto giornalismo partecipativo, necessariamente migliore di quella professionale, in quanto non asservita a logiche del potere politico o economico». Due miti che nel corso delle 224 pagine verranno smontati pezzo a pezzo.

Nella sua analisi, l’autore esce dagli schemi (coloniali) che parlano solo ed esclusivamente dell’Occidente, dove diminuiscono i lettori di giornali. Ma non è così in tutto il mondo. «Affermare che i giornali vendano e si leggano sempre meno è corretto solo con riferimento alla situazione negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente. A livello mondiale il quadro è ben diverso. Secondo la World Association of Newspapers più di 1,7 miliardi di persone quotidianamente leggono il giornale. In particolare nel 2007 più di 532 milioni di persone hanno comprato il giornale. Nel 2003 erano 486 milioni. La crescita è stata nel quinquennio del 9,4%. Considerano anche la free press si arriva al 14,3%.»

Va rilevato che « il numero delle testate giornalistiche è cresciuto in tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti. Oggi 74 del 100 quotidiani più diffusi del mondo sono stampati in Asia. In generale si può dire che le diffusioni soffrono nei paesi più ricchi, mentre sono in crescita in quelli in via di sviluppo». Questo non vuol dire che dobbiamo trasferirci in Asia o Africa, ma che si deve tener conto di tutto il mondo, non solo del nostro orticello (anche se ora particolarmente scarso e chiuso in sé stesso).

Va calcolato che a differenza di quel che succede in Italia, «la crisi della stampa quotidiana negli Stati Uniti è, prima di tutto, la crisi della stampa locale».

In che misura questo quadro è condizionato dall’avvento dei nuovi media? E’ la domanda cui risponde Paolo Costa che si concentra sul quesito se l’informazione online sottragga spazio alla carta stampata. «Stando all’analisi del Readership Institute la risposta è affermativa per il 27% dei lettori, i quali hanno dichiarato di aver ridotto il consumo dei giornali a stampa in seguito alla visita di un giornale online». Ma in generale cresce (negli States e non solo) il numero di quanti “non consumano informazione” o che hanno la tv come principale (e spesso unico) canale dal quale scoprono quel che accade nel mondo (rectius, quello che gli facciamo sapere che accada, che è decisamente meno).

Internet, ha un nucleo più ristretto di pubblico rispetto alla tv, ma ha l’enorme vantaggio che i suoi utenti partecipano più alla vita pubblica. È la rivoluzione 2.0 che sta lentamente arrivando anche nel Bel Paese. « In Italia – scrive Costa – il 94,3$ degli italiani ha guardato la tv tutti i giorni mentre solo il 56,6% ha letto il giornale almeno una volta la settimana. Di qui il calo di 4,4% tra il 2008 e il 2009. La televisione è lo strumento informativo più usato dagli italiani (44,2%), seguito dal giornale (20%) e dalla radio (15%)».

Da questo deriva che solo il 7% si fa influenzare al voto dalla Rete mentre il 78,3% decide in base a quel che sente in tv. Un dato già alto ma in crescita. Anche per questa ragione, «nel 2008 è andato alla televisione il 55% degli investimenti. A livello mondiale tale quota è del 37,8% mentre in Europa non supera il 30%».

Paolo Costa affida però le sue speranze nel futuro, nel fatto che il modello della tv generalista sia giunto al capolinea: « L’avvento della tecnologia trasmissiva digitale (via satellitare o terrestre) ha reso possibile la proliferazione dei canali e la nascita di un’offerta verticale, a pagamento». Non solo a pagamento se vediamo quanti nuovi canali stiano nascendo sul digitale terrestre. So ad esempio che a Sky cominciano a temere che qualcuno rinunci alla loro cara piattaforma per rifugiarsi nel digitale, comodo soprattutto in un periodo di crisi economica (riconosciuta persino dall’ottimista governo Berlusconi).

La buona novella che porta Paolo Costa, almeno per noi che dello scrivere ogni giorno abbiamo fatto una professione è che, anche nell’era Internet dovremmo avere un nostro spazio. Sembra che infatti gli utenti (come segnalava un convegno organizzato alla Statale di Milano lo scorso anno dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia) privilegino nei blog quelli curati da giornalisti. E gli esempi di successo sono sotto gli occhi di tutti: Alessandro Gilioli, Luca Sofri, Massimo Mantellini, Pino Corrias, Marco Travaglio, Vittorio Zambardino, Peter Gomez, Paolo Attivissimo e Luca de Biase, solo per citare i più noti (e più bravi).

«Giornalisti che usano il blog come mezzo per raggiungere il proprio pubblico e interagire con esso, di blogger che in realtà fanno giornalismo tradizionale, di ex giornalisti convertiti al blogging».

Costa (che non si è limitato al libro ma che cura anche un ottimo sito: http://www.paolocosta.net/)  analizza i siti più diffusi nel nostro Paese, quelli legati ai quotidiani nazionali e rileva che, come nella carta stampata, cercano di essere tuttologi, di non puntare a un target. Esattamente il contrario di quel che sta accadendo in Usa, dove anzi si propende per il coinvolgimento degli utenti dal basso (è quello che farà il fattoquotidiano.it quando supererà la crisi per troppi contatti di questi giorni).

Il giornalista moderno dovrà comunque essere cross mediale, capace cioè di fare il mestiere con molte piattaforme. E quanto è accaduto in Iran con Twitter dimostra che la rete è in grado di sfuggire ai regimi più liberticidi. Pensiamoci…

Paolo Costa

La notizia smarrita

Giappichelli editore

Torino, 2010.

Euro: 22