Vladimir Putin

Lapide per Budanov

Omicidio Budanov: autorità russe parlano di “provocazione”

Quando nel 2006 fu ammazzata Anna Politkovskaja, il presidente Putin (a fatica, a Dresda, sua città d’azione come agente del Kgb) disse che la collega era sconosciuta in Russia e che dava più fastidio da morta che da viva.

In questi giorni hanno cercato, con un’operazione propagandistica, di mettere la parola fine alla claudicante inchiesta giudiziaria sul suo caso. L’arresto dell’ultimo dei fratelli Makhmudov dopo che sono andati assolti gli altri due, finirà o con un buco nell’acqua o con l’offerta ,in chiave elettorale, di un capro espiatorio.

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/06/01/sara-davvero-il-killer-di-anna-politkovskaja/

Ieri è stato assassinato nel pieno centro di Mosca, l’ex colonnello Jurij Budanov, uno dei pochi militari condannato per crimini contro i civili in Cecenia. Uccise (e forse stuprò) Elsa Kungaeva, di diciotto anni, colpevole solo di essere cecena. Condannato a 10 anni, era uscito di cella dopo soli 8 anni e sei mesi.

Un killer gli ha sparato nel pieno centro di Mosca.

Il suo corpo non si è ancora completato che già uno dei portavoce del Consiglio della Federazione Russa, Alexandr Torshin, parla di dell’uccisione dell’ex colonnello (era stato radiato dal corpo dopo la condanna) come di “ una provocazione messa inscena per seminare discordie interetniche in Russia”. Invitando poi a  non trarre conclusioni affrettate e a non stabilire colpevoli senza processo.

Segnale che il regime perde colpi (ma non il vizio). Segni premonitori del fatto che anche in questo caso sarà difficile per investigatori e inquirenti indagare a fondo su questo ennesimo omicidio politico nella Russia di Putin.

Finiranno per accusare gli oligarchi riparati all’estero. Poi di un complotto: una buona via di fuga per non assumersi responsabilità.

Magari qualcuno alla fine verrà anche arrestato. Tra un anno si vota per chi siederà al Cremlino. Fuori dalle cui mura (ovviamente per gettare discredito sul Paese) si continua a sparare. Come fossimo a Mogadiscio,

Ad maiora.

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

Cercando una via d’uscita dal labirinto di Putin

Steve LeVine è un giornalista americano che ha vissuto a lungo nell’ex Unione sovietica della quale ha raccontato la disgregazione seguita al 1991. E’ stato corrispondente dal Caucaso e segue (anche grazie a un aggiornatissimo blog) quel che accade su uno dei fronti più caldi della diplomazia economica mondiale, quello energetico.

Ora, per i tipi del Sirente (che gli hanno pubblicato anche il precedente “Il petrolio e la gloria”) esce questo libro in cui parla del “Labirinto di Putin”.

Un labirinto nel quale il collega americano entra attraverso varie porte di ingresso, rappresentate sostanzialmente dai numerosi omicidi politici che hanno caratterizzato la Russia di Putin. Si inizia e finisce con l’assassinio più clamoroso degli ultimi anni: quello col Polonio radioattivo dell’ex spia del Kgb Alexandr Litvinenko. Ma si racconta anche dell’ambiguo oligarca Berezovkij, del direttore di Forbes Russia Paul Klebnikov (assassinato da sconosciuti) e di Anna Politkovskaja.

Lo sguardo di LeVine non è sempre amichevole nei confronti delle vittime. Gli standard del giornalismo anglosassone lo rendono sospettoso verso un modo aggressivo di svolgere la professione. Ma alla fine, ammette la buona fede di chi ha perso la vita per aver sfidato un regime che considera gli oppositori nemici. L’accusa che il giornalista americano muove verso il putinismo: “Nella Russia di Putin non si può contare nello Stato per la protezione della vita dei cittadini. Al peggio, killer assoldati e quelli che li reclutano hanno ragione di ritenere di poter compiere esecuzioni senza il timore della legge”.

Un volume interessante perché mette in fila, uno dietro l’altro, molte vicende della Russia di questi anni. Ma come i libri di cronache in movimento, la cosa più difficile resta mettere il punto. Di qui un epilogo e due postfazioni nelle quali si cerca di aggiornare il lettore su quel che è accaduto mentre si redigeva il libro. Una sorta di inquietante “to be continued” che purtroppo continua a trovar conferme.

Ad maiora

Steve LeVine

Il Labirinto di Putin

Il Sirente

Fagnano Alto, 2010

Pagg. 212

Euro 18.

http://www.sirente.it/9788887847178/il-labirinto-di-putin-steve-levine.html

Khodorkovskij condannato. Come chiesto da Putin

La condanna giudiziaria è arrivata solo questa mattina, ma di fatto era stata preceduta da quella politica. E in un Paese dove la separazione dei poteri tarda ancora ad arrivare, il segnale era stato inequivoco: “Io credo che un ladro debba stare in prigione” aveva detto Putin  nella conferenza stampa di fine anno.

L’ex oligarca Mikhail Khodorkovskij e il suo socio Platoon Lebedev sono stati così riconosciuti colpevoli di furto di petrolio, di appropriazione indebita. Di 218 milioni di tonnellate di petrolio. Che avrebbero sottratto tramite la società petrolifera che guidavano, la Yukos.

L’accusa ha chiesto di condannarli a 14 anni di campo di lavoro. I due erano già in cella dal 2003 e sarebbero usciti dal carcere il prossimo anno. Il nuovo processo e la nuova condanna escludono, per il momento, questa ipotesi.

I giornali hanno parlato di un possibile scambio tra Usa e Russia nelle prossime settimane. Da una parte della bilancia ci sarebbe appunto Khodorkovskij. Dall’altra il trafficante d’armi russo Viktor Bout (ex capo del Kgb, estradato negli Stati Uniti malgrado l’opposizione di Mosca che evidentemente teme racconti segreti inconfessabili). Per ora si tratta di voci.

Khodorkovskij passerà anche il Natale ortodosso in cella. La difesa ha annunciato appello alla sentenza (in aula sono stati ammessi solo pochi giornalisti, gli altri sono stati allontanati).

Il magnate è uno dei tanti ex giovani del Komsomol che si è arricchito durante le privatizzazioni selvagge dell’era putiniana. Non è l’unico ad essersi opposto al potere di Putin. Berezovskij, un tempo sodale del presidente Eltsin e grande elettore di Putin, è riparato a Londra da anni e vive circondato dai gorilla. Altri sono fuggiti in Israele o Canada.

Khodorkovskij ha però deciso invece di non abbandonare il Paese, di sfidare Putin, appoggiando l’opposizione. Forse anche di diventare una vittima del sistema. Che lo sta accontentando.

La sua azienda (comprata per pochi soldi, ma trasformata in una società moderna con bilancio trasparente), dopo l’arresto è stata, de facto, nazionalizzata. I suoi asset principali sono stati messi all’asta. Non potendo passarli subito alla superpotenza Gazprom è stata bandita una gara internazionale. Vinta da Eni ed Enel (ai tempi del governo Prodi). Le due aziende statali italiane hanno poi rivenduto (ai tempi dell’attuale governo Berlusconi) quegli asset ai russi.

Ad maiora.

L’Europeo e lo stalinismo imperante

È in edicola un imperdibile numero dell’Europeo dedicato all’impero sovietico e intitolato “Stalin, il filo rosso dalla rivoluzione d’ottobre a Vladimir Putin”. E in copertina (in puro stile pop sovietico) ci sono le icone del baffone e dell’ex Kgb ora alla Casa bianca moscovita che guardano verso un luminoso futuro.

È il primo di due volumi speciali dell’Europeo dedicati alla Mosca di ieri e di oggi.

Si parla del passato ma spesso l’occhio è rivolto al presente. Gli articoli delle migliori firme Rizzoli (Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Ettore Mo, Ruggero Orlando, Massimo Fini) raccontano infatti il mondo sovietico dallo stalinismo in avanti.

E didascalie a – magnifiche  – foto offrono gli aggiornamenti su quel che è successo fino a iermattina, nell’ex mondo sovietico.

Ma anche gli articoli che raccontano il passato sembrano parlare dell’oggi. E non solo di quello dell’Europa orientale.

«Il mondo non ha mai conosciuto elezioni così realmente libere, così democratiche. Mai. La storia non conosce altri esempi del genere», così Stalin commentava le prime elezioni per il Soviet Supremo dell’Unione sovietica. Parole che fanno sorridere. Come quel titolo che compariva sulla prima de l’Unità alla scomparsa del Baffone, il 6 marzo 1953: «Gloria eterna a colui che più di tutto ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».

Nel volume ci sono molte foto in bianco e nero dei leader del Pci nei loro frequenti viaggi in Urss. Si racconta anche della contrapposizione tra il comunismo berlingueriano e quello moscovita.

Vengono narrati singoli episodi di quel periodo pur con la convinzione espressa dall’ex corrispondente da Mosca dell’ News Chronicle, Paul Winterton: «Sull’Unione sovietica non ci sono specialisti, ma solo diversi gradi di ignoranza».

Ignoranti dall’occhio attento, come quello di Walter Bedell Smith, che parla di Stalin anche se vengono in mente anche politici di questi giorni: «Il leader è presente in ogni villaggio o borgo sovietico. È letteralmente deificato. Impossibile per un occidentale immaginare o capire le adulazioni pubbliche da cui è sommerso. Per milioni di cittadini sovietici Stalin è quel miscuglio di semidio e padre tenero che la psicologia nazionale russa sembra esigere».

E ci sono scritti che sembrano profetici, anche se non nel senso che Lenin ragionevolmente intendeva: «Ci adatteremo a tutti i trucchi, cavilli, bugie, spergiuri, travestimenti: finché esistono un comunismo e un capitalismo non sarà possibile la pace. Uno dei due dovrà soccombere». Così è stato.

E si trovano articoli che spiegano il livello di indottrinamento che c’era e c’è tuttora. Così, ad esempio, nel 1951, a stalinismo non ancora morto, l’Enciclopedia dell’Unione sovietica descrive il termine arresto: «Nei Paesi capitalisti gli arresti compiuti dalla polizia sono uno dei sistemi per combattere i sistemi democratici. Gli arresti in massa sono assai frequenti e vengono operati allo scopo di porre termine agli scioperi, alle dimostrazioni ed altre forme di lotta della classe lavoratrice. Gli arresti sono seguiti da bastonature selvagge e da torture, e gli arrestati vengono tenuti sotto le condizioni più inumane. Ripetutamente essi vengono tenuti in stato di arresto senza che alcuna imputazione precisa venga sollevata a loro carico. Nell’Unione sovietica, la Costituzione garantisce che nessuno possa venire arrestato altro che in seguito a un mandato emesso da un tribunale o dalla pubblica accusa».

Bugie cui non molti dovevano credere se, come scrive Edmund Stevens «persino nella Germania ridotta a un mucchio di macerie, le truppe russe che avanzavano scoprirono i segni di un livello di vita molto superiore a quello che avevano conosciuto a casa loro: tanto che già nel dicembre del 1946 la Commissione militare di occupazione della Germania denunciò l’effetto demoralizzante che “l’atmosfera capitalistica” del Paese occupato aveva sulle forze occupanti. Nel 1948 il pericolo per il morale delle truppe era diventato preoccupante, tanto che si giunse a vietare ogni contatto con la popolazione, sotto pene severissime».

Lo stesso Stevens affronta un problema di stretta attualità: «L’esperienza storica non ha ancora fruttato una formula che permetta alle dittature di regolare la loro successione. La ragione principale è questa: le dittature si fondano sulla sola forza, non presentano cioè quell’elemento di legittimità che è essenziale per la continuità del regime».

Il volume dell’Europeo si apre con un bell’editoriale di Daniele Protti che lanciando il successivo numero (uscirà in dicembre) annuncia che parlerà di «quel Putin che il premier italiano Silvio Berlusconi si ostina a chiamare “l’amico Putin”. Suo, forse, della democrazia certamente no».

Ad maiora

Europeo n.11 2010

Stalin

Euro 7,90