Terremoto

Haiti, rompiamolo davvero il silenzio!

Prima di partire per le trasferte, abitualmente, leggo dei libri che mi preparino su ciò che sto andando a seguire. Solitamente, di ritorno, considero il volume superato. Non è stato così per il libricino della collega Lucia Capuzzi “Haiti, il silenzio infranto” (Marietti).

Gli spunti che mi ha fornito sono stati importanti prima di arrivare. Ma le suggestioni che mi ha lasciato sono valide anche ora che sono tornato.

Il libro parte dall’analisi del terremoto spiegando che ci sono stati 25.000 mila molti per ogni milione di abitanti: il tutto – a differenza dello tsunami asiatico che ha colpito diverse nazioni – concentrato in un solo Stato. E i danni provocati dal sisma sono difficilmente paragonabili a quel che accade nel resto del mondo: gli 8.8 gradi Richter del terremoto che il 27 febbraio ha colpito il Cile ha provocato 500 vittime; i 7 gradi Richter del sisma che devasta Haiti uccide almeno 220/250 mila persone.

Ma quel terremoto (definito dalle Nazioni Unite “una delle peggiori catastrofi mai accadute”) «ha polverizzato un Paese già da tempo vicino al crollo». Degrado sociale: «Già prima del sisma, la nazione aveva una percentuale di violenze sessuali drammaticamente alta: oltre il 30%, tre donne su dieci. La metà era minorenne». Condizioni igieniche pietose: «I rifiuti che intasano gli scoli fognari con i disperati che raccolgono il liquido lurido per bere o lavarsi: molto prima del terremoto, l’acqua corrente era un lusso per pochi ricchi, il 5% della popolazione». Al resto della popolazione pensano le organizzazioni internazionali. Anche se – unica pecca – nel libro si scrive, imprudentemente, che «per fortuna l’epidemia di colera tanto temuta non c’è stata».

Situazione economica disastrosa: 7 milioni di disoccupati su una popolazione di 10 milioni di persone. Eppure, scrive la Capuzzi, «non è che non esistono ricchi ad Haiti. C’è un 5% della popolazione che vive nel lusso. In ville con piscina e campi da tennis. Ma nemmeno loro, una volta varcato il recinto elettrificato, sfuggono al degrado che opprime l’isola».

Lucia Capuzzi descrive dettagliatamente del lavoro delle ong più attive come Avsi che stanno lavorando da un lato contro la deforestazione (è rimasto integro solo l’1,5% del patrimonio boschivo) e dall’altro per dare un futuro all’isola, rilanciando l’agricoltura (l’isola al momento non è autosufficiente e deve importare prodotti agricoli); o della mitica suor Marcella di cui ho parlato a più riprese (e che Lucia dice: «Se il mondo saprà muoversi bene, il terremoto sarà un’occasione di rinascita per Haiti, altrimenti sarà una catastrofe perché il poco che c’era è stato spazzato via”»).

Le parti che mi sono rimaste più impresse sono quelle legate all’isola degli spiriti, ossia ai riti vudù, che hanno largo seguito ad Haiti. Scrive Lucia: «Per i vuduisti, Dio ha creato il mondo per poi disinteressarsene. La divinità è lontana e inaccessibile. A fare da tramite con l’aldilà sono, invece i loa , ovvero gli spiriti degli antenati, della natura. (…) Secondo la tradizione, la rivolta definitiva contro i coloni francesi iniziò durante un rito vudù nella radura di Bois Cayman, nel nord dell’isola, il 14 agosto 1791. (…) È stato Aristide, ex sacerdote e capo di Stato dall’inizio degli anni Novanta al 2004, a trasformare la “religione oscura” – secondo il pregiudizio dei coloni europei sconfitti dagli schiavisti viduisti – in fede ufficiale di Haiti, insieme al cristianesimo».

E l’essenza nera del Paese ha avuto un suo ruolo anche dopo il terremoto: «Rito e formalismo sono una vera ossessione per i vuduisti. In quest’ottica si spiega la veemente opposizione dell’Autorità Suprema del vudù, Max Beauvoir, alle “sepolture rapide” dei cadaveri organizzate dal governo Preval dopo il terremoto. Le centinaia di migliaia di cadaveri sparsi per le strade, fra le macerie, dovevano essere, in qualche modo “sistemati”. Data l’impossibilità di svolgere funerali di massa, l’esecutivo ha dato ordine che venissero interrati in fosse comuni. Lo “smaltimento” – come è stato definito nei comunicati del governo – è andato avanti per giorni. Tutti i rappresentanti delle principali confessioni non si sono opposti, data l’urgenza. Tranne il “capo” della religione vudù, in cui il rito funebre è uno dei cardini della tradizione. Solo grazie a questo, lo spirito del defunto riesce a staccarsi dal corpo e dalla famiglia, per andare nell’aldilà. In caso contrario, può restare “agganciato” ai suoi cari e trascinarli con sé, prima del tempo, nel mondo dei morti. Il culto prevede che il funerale duri nove giorni. Nemmeno la legittima energenza – secondo Beauvoir – avrebbe autorizzato i fedeli a contravvenire alla regola».

Mi hanno anche raccontato che nei giorni successivi al sisma qualcuno sia andato nei cimiteri a disseppellire gli ultimi cadaveri inumati, temendo che le scosse telluriche fossero una sorta di vendetta per una sepoltura anticipata.

Insomma, una serie di informazioni in grado di far pensare. Come le parole che la Capuzzi usa nelle ultime pagine del suo bel libro: «Haiti è un frammento d’Africa intrappolato nei Caraibi. Un insegnante haitiano mi ha detto, una volta, che il fascino dell’isola risiede proprio nella sua essenza primordiale : “Si viene ad Haiti per vedere come era la terra alle origini, prima che la civiltà la addomesticasse”. La “perla nera” – o meglio quel che ne resta – è molto più che selvaggia. È primitiva. Questo suo incanto è la sua maledizione. Ogni cosa è estrema, intensa, quasi violenta: dai colori del mare e dei fiori agli impulsi degli uomini. Non c’è via di mezzo ad Haiti. Baraccopoli o ville extra lusso. Schiavitù o licenza sconfinata. Dittatura o anarchia. E ogni estremo non è che “la metà segreta” di quello opposto. Viaggiare nell’isola è una vertigine continua. La pendenza qui, non è solo un tratto del paesaggio. È la dimensione stessa del Paese».

Lucia Capuzzi, Haiti, il silenzio infranto, Marietti, Genova/Milano, 2010 Euro 13.00 (con diritti d’autore devoluti a varie ong).

Ad maiora

Ps. Mi rendo conto, dal flusso di contatti sul sito, che gli argomenti che tratto in questi giorni interessano meno del bunga bunga o dello sconsciuto deputato dell’Idv fiducioso. Ma il mondo va avanti a prescindere dai voti del Parlamento italiano. O forse va indietro. “La situazione sull’isola peggiora sempre piu’, siamo gia’ arrivati a 2100 morti e si parla di 400 mila contagi e 200 mila morti se l’epidemia continuerà senza che si riesca a fermarla”. Dice padre Antonio Menego’n, Camilliano, Responsabile della Missione Camilliana ad Haiti.

Infrangiamolo davvero quel silenzio di cui parla Lucia Capuzzi.

Bagni di folla per non far dimenticare Haiti

“Ci sono tantissime persone che hanno fatto ben più di me”. Quando dice queste parole, Fiammetta Cappellini, responsabile dell’ong Avsi ad Haiti, e’ sincera. Nelle prime ore dopo il devastante terremoto che ha provocato 230 mila morti e quasi un milione di senza casa, l’avevo intervistata via Skype: aveva quella sana ritrosia bergamasca verso noi giornalisti. Poi arrivo’ a Port au Prince il Tg1 e mando’ in onda le immagini di Fiammetta che, in lacrime, rimandava – via aereo – in Italia il suo piccolo bambino. Aveva scelto di continuare ad aiutare i più bisognosi. Una scelta che la mise al centro della scena, che fece percepire a milioni di persone il ruolo complesso dei cooperanti. La tv, per una volta utile, facendo vedere la tragedia haitiana con gli occhi di questa giovane donna italiana, permise a tutti di immedesimarsi con la tragedia. Non e’ successo ad esempio con il Pakistan, che pure e’ lontano quanto Haiti (ma il regime di Islamabad “paga” anche il suo essere islamico e non anti-talebano).
Oggi davanti a una platea sterminata qui al Meeting di Rimini, Fiammetta ha spiegato quanti hanno criticato la sua scelta di separarsi dal figlio per aiutare i figli degli altri. Ricordando che per lei, che si professa cristiana, tutti i bambini sono suoi figli e facendo presente che il suo Alessandro aveva una possibilità di scelta, una via di fuga. I bambini haitiani, purtroppo, no.
Ora Fiammetta ha riportato ad Haiti il figlio perché crede che l’isola si risolleverà, perché e’ convinta che la tragedia possa essere un’opportunità per uno Stato orgoglioso, già poverissimo prima del terremoto. Ma gli aiuti dovranno continuare ad arrivare, non potranno cessare solo perché si sono spente le telecamere dei tg e gli articoli sui giornali.
Per questo la Cappellini, vincendo la timidezza, fa questi bagni di folla e si sottopone a una serie di interviste tutte uguali. Ma sono certo che non vede l’ora di tornare a lavorare ad Haiti.

Un cantiere per L’Aquila

Nei primi giorni dopo il terremoto aquilano la si vedeva ovunque. La sua statura non da giocatrice di basket non le impediva di sovrastare i molti politici che accorsero da quelle parti solo per farsi un po’ di pubblicità (compreso il presidente americano).

Sono rimasto francamente stupito quando Stefania Pezzopane è stata sconfitta alle ultime elezioni amministrative. Non sono aquilano e quindi non posso giudicare il lavoro fatto. Sono soltanto un giornalista che è venuto da quelle parti per fare il suo mestiere. Ma tra le poche persone delle quali, a pelle, ebbi un’ottima impressione, lei c’era di sicuro.
Battuta alla presidenza della Provincia aquilana, vedo che non ha smesso di impegnarsi. Oggi sul sito di Articolo 21 (www.articolo21.org) c’è un articolo il cui lei stessa annuncia la nascita del Cantiere AQ, presentato qualche giorno fa nella zona rossa della città (http://www.articolo21.org/1517/notizia/laquila-cantiere-di-unitalia-nuova.html).
Con un obiettivo (lo stesso che ha avuto anche il sindaco aquilano qualche settimana fa invitando i direttori a vedere la “ricostruzione”): riportare al centro dell’attenzione questa bellissima provincia distrutta dal terremoto. Una provincia dimenticata dai tg che non hanno raccontato la plateale manifestazione in autostrada e che hanno dato la colpa agli aquilani in corteo a Roma (rectius, ai cosiddetti infiltrati) anche per le manganellate prese (la cui eco ha consentito almeno il rinvio delle tasse, però).
Il manifesto dell’associazione, cui faccio i miei miglior in bocca al lupo lo trovate a questo sito:
Ad maiora. Evviva il popolo delle carriole.

Sciopero

Questo blog, come chi lo cura oggi, 9 luglio, sciopera contro la legge bavaglio.

Un provvedimento che, se approvato come uscito dal Senato, impedirà la pubblicazione delle intercettazioni giudiziarie (solo fino al processo, dopo cesserà il supposto diritto alla privacy…), impedirà registrazioni (come quella della D’Addario sul “lettone di Putin”), ridurrà per le forze dell’ordine e la magistratura la possibilità di ascoltare le conversazioni dei delinquenti per più di 75 giorni (con proroghe di 4 giorni, decise di volta in volta) (anche per tutelare le conversazioni tra i mafiosi e le loro famiglie, come ha detto un esponente governativo) e molte altre limitazioni sia per chi guida le indagini, sia per chi rende pubbliche tale attività.

Senza le intercettazioni non avremmo – solo a clamorosi casi di questi anni – mai saputo di quelli che ridevano al momento del terremoto, così come di un ministro (ora ex) che aveva case acquistate a sua insaputa, o dei dirigenti di un partito che si vantavano di “avere una banca”, dei furbetti del quartierino, degli imbroglioni che vendevano gli arbusti del loro giardino come tronchetti portafortuna e di molte altre cose per le quali se non quella giudiziaria è arrivata quanto meno la condanna popolare. L’Io so, di pasoliniana memoria.
Il tutto viene fatto in nome di una fantomatica privacy che tutela solo chi controlla il potere (o chi ha assassinato la ex e sta andando a uccidere una che tormentava) e che va riducendo la libertà di tutti, di essere a conoscenza di quel che accade.
La stessa per la quale a noi giornalisti e’ impedito parlare con chi e’ rinchiuso nei centri di identificazione ed espulsione.
Privacy, un’altra parola come tante (liberale in primis) il cui senso e’ stato stravolto dal potere e accreditato solo grazie all’essere ripetuto a pappagallo dai telegiornali, sempre più asserviti al pensiero dominante.
Per questo si sciopera.

Sperando che la prossima volta tutti i giornali siano in edicola parlando solo di questo, come forma di protesta.

Perché noi giornalisti non saremo una grande specie. Ma c’è chi è peggio di noi. E alcuni di noi hanno ancora voglia di raccontarlo.

Ad maiora.