Gramsci

Intellettuali (e oppositori) russi

Ieri, nel corso di un dibattito all’annuale raduno del Pen Club (quest’anno a Bellagio) si è discusso di Russia e libertà di parola in quel Paese.

Ospite era Grigorij Pas’ko, giornalista che ha conosciuto le galere putiniane e e che ora fa contro-informazione sul regime scrivendo sul sito http://www.robertamstersam.com (ha un’ottima newsletter: consigliabile).

E’ uno dei corrispondi russi del blog dell’ex avvocato americano di Khodorkovsij (minacciato più volte per questa sua attività di difesa legale, che ha dovuto abbandonare).

Pas’ko (che non gode dell’ufficio stampa di Einaudi e quind,  a differenza di Nicolai Lilin, non scrive sulla prima di Repubblica su quel che accade nel Paese in cui vive- sul pestaggio dei giornalisti, ad esempio, avrebbe peraltro molte cose da dire) ha da non molto pubblicato un libro – edito in Italia da Bollati Boringhieri –  intitolato: “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”.

Una frase di questo volume lo riassume per intero. E’ quella in cui spiega a tutti di avere sempre pronta una piccola valigia col necessario per sopravvivere in cella: “Preparati in anticipo, perché gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci”.

Con queste premesse è ovvio che Grigorij ha detto di non avere fiducia nella giustizia russa che, come non ha trovato gli assassini della Politkovskaja e della Estemirova, non troverà nemmeno chi ha pestato Kashin. Anche se è convinto che i nomi di autori e mandanti sono noti o facilmente immaginabili.

Per Pas’ko la Russia è ancora saldamente nelle mani di Putin.

Tra gli aderenti al Pen club presenti è stato chiesto se ci sono scrittori o intellettuali che si oppongono a questo stato di cose o se i giornalisti siano nel mirino soprattutto perché sono in prima fila.

E’ una domanda interessante ma che ha una risposta difficile. Possiamo considerare l’exoligarca –  in cella da 7 anni – Khodorkovskij un “intellettuale” o solo un “prigioniero politico”, come lo definisce Pas’ko? E lo stesso Pas’ko è semplicemente un giornalista-blogger o anche un intellettuale?

Credo che nella confusione di ruoli e figure, chiunque può diventare l’intellettuale che “rappresenta il popolo” come lo immaginava Gramsci.

Ad maiora.

Obiettivo: conquistare China Town

“Rispettiamo solo i pompieri”, grida ridendo un gruppetto di ragazzini all’arrivo della campagnola dei Carabinieri. È il tipico slogan da curva che riecheggia nei quartieri dove “le divise” non sono molto amate. Ma qui non ci troviamo in qualche periferia degradata, di Torino o Palermo. I tredicenni in questione sono giovani italiani abitanti della China Town milanese, zona semicentrale alle spalle del Castello Sforzesco.

Da qualche settimana la ricetta “law and order” dopo via Padova, è arrivata anche nel quartiere cinese di Milano. Qui non ci sono state recentemente rivolte etniche. La crisi tra i ghisa meneghini e la comunità risale a due anni fa, e portò a un violento scontro che in questi giorni va a processo (oltre ai cinesi, c’è un italiano, vice presidente del Consiglio comunale, Pdl, che – secondo l’accusa – solidarizzava coi rivoltosi).

E dunque cosa ci fanno i carabinieri in piazza Gramsci, spianata di cemento (ideata da un urbanista sadico) dove i ragazzini danno calci al pallone? “Controllano il territorio”. Ci sono molti immigrati, quindi mandiamogli un po’ di forze dell’ordine. Questo è il pensiero che sta dietro le scelte dell’amministrazione comunale di centro destra che tra un anno riconquisterà probabilmente Palazzo Marino.

Ma si dà il caso che proprio China Town da qualche elezione a questa parte, voti massicciamente a sinistra. Qui gli abitanti (in larga parte italiani autoctoni) sono stanziali, a volte sono qui da alcune generazioni. E ormai non credono più alle soluzioni che il centro destra prospetta per risistemare il quartiere. Un tempo qui convivevano negozi cinesi e italiani. Poi (dopo la riconquista cinese di Hong Kong) la zona è diventata commercialmente tutta cinese. Non tanto piccoli negozi, ma soprattutto di ingrosso. Qui ogni giorno arrivano centinaia di furgoni che caricano e scaricano. E se gli viene impedito, scaricano più in là e mandano la merce coi carrellini in zona.

Gli attriti con gli italiani nascono da lì, da un quartiere assediato dai furgoni e abbandonato a sé stesso. Dove i negozi sono stati venduti a suon di valigette piene di soldi in contanti. Qui, per anni, si è data l’impressione che si potesse far tutto, che l’unica regola fosse “pecunia non olet”.

E ora si correi ai ripari. In ritardo e con scelte discutibili. Chiudendo anticipatamente i phone center. Spedendo le forze dell’ordine per numerose volte negli stessi locali. E riducendo gli orari di tutti i negozi. Mosse tipicamente “liberali” di risoluzioni dei problemi. Negozi aperti anche tutta la notte renderebbero il quartiere più sicuro, che la gazzella che sfila lentamente nelle vie del quartiere. Si pedonalizza la via principale, ignorando o fingendo di ignorare che l’ingrosso è nelle vie laterali.

Qui le uniche divise che servirebbero, in modo massiccio, sarebbero quelle della Finanza per controllare bolle di carico e scarico. E se proprio volessero mandare i carabinieri dovrebbero spedire i Nas per verificare il rispetto delle norme igieniche di alcuni esercizi.

Si è scelta un’altra strada.  Speriamo solo che non alimenti nuovi tensioni.

Ad maiora