Oggi alle 15.30 saremo a Tavazzano per l’albero ad Anna Politkovakaja nel locale Giardino dei giusti. Merito dell’amministrazione comunale e di Annaviva.
Giovedì sono stato nel comune lodigiano a un incontro su Anna coi ragazzi delle medie.
Questo il generoso post che mi dedica l’amico Giulio Cavalli.
Sono passati quasi sette anni dall’assassinio di Anna. Sempre senza colpevoli.
E noi siamo sempre qui a ricordarla.
A chiedere giustizia.
Ad maiora
annaviva
La mia Mosca, tra Anna e Piero
Ripubblico gli “appunti moscoviti” scritti dopo il viaggio russo di Annaviva nell’agosto del 2008.
Ad maiora
………………
Cosa mi ha impressionato di più di questa “gita” a Mosca di Annaviva nell’ambito di questa campagna di “turismo responsabile” che abbiamo lanciato? Non è facile a dirsi.
Forse la scrivania di Anna Politkovskaja alla “Novaja Gazeta”. Lì ne ho percepito l’assenza, il vuoto incolmabile. Forse più lì che al cimitero dove pure un foglio di marmo bianco con cinque buchi (a rappresentare i 5 colpi di pistola che credevano di farla tacere per sempre, non pensando che la sua morte avrebbe reso immortali i suoi scritti) orna la sua tomba, accompagnata da una foto in cui Anna sorride.
Un cimitero davvero bello anche se fuori mano (capolinea del metrò viola e pullman per raggiungerlo), pieno di tombe di militari o ex militari. Quegli stessi con cui Anna discuteva da viva e chissà, magari discute anche da morta.
La redazione della Novaja ha una sorta di museo all’ingresso. Foto di caduti, monitori di colleghi uccisi. È la redazione di un paese che nell’indifferenza esterna (e interna) che ha dichiarato guerra alla libertà di stampa. E anche alla libertà di manifestare. Il 31 di ogni mese le opposizioni manifestano per chiedere la difesa dell’articolo 31 della costituzione della Federazione russa. Lo chiamano il “rally delle opposizioni”. Ed è proprio un rally nella burocrazia neo sovietica del comune di Mosca che ogni volta vieta la manifestazione con motivazioni risibili. Il 31 agosto piazza Triumfal’naja era stata assegnata già a dieciciclistidieci che si sono esibiti in mezzo a un esercito di polizia, di forze speciali, di telecamere e fotografi e qualche decina di manifestanti. 80 dicono gli organizzatori e non mi parte fossero di più. 80 (molti dei quali giovani e anziani dei NazBol, i Nazional Bolscevichi) comunque coraggiosissimi, pronti ad essere arrestati in malo modo da omoni vestiti in mimetica solo se perché sollevavano un cartello o cantavano provocatoriamente in faccia agli uomini in divisa. Nel complesso sembrava una manifestazione nel cortile centrale di un carcere. Mi ha ricordato il centro di San Vittore, quando viene l’arcivescovo in visita. Le braccia protese dei detenuti si mischiano e faticano a toccare il prelato. Gli agenti della polizia penitenziaria italiana comunque si comportano molto meglio coi detenuti che gli Omon con i manifestanti non autorizzati (ieri l’Altra Russia, qualche tempo fa il gay pride vietato dall’omofobo sindaco di Mosca).
Quando Berlusconi dice che quelli che scendono in piazza contro il suo amico Putin sono solo pochi esagitati, dovrebbe farsi un giro a Mosca in un 31 del mese. Mettersi in un bar di fronte a dove si schierano migliaia di agenti non per reprimere un corteo di hezbollah armati, ma per qualche decina di pacifici manifestanti . E’ una lezione di democrazia quella che ci han fornito quei pochi manifestanti, molti dei quali comunisti. Ed è stato molto divertente e istruttivo inviare su twitter le foto dei numerosi arresti che mi sono capitati sotto l’Iphone. Il telefonino è di fatto una redazione ambulante, necessario direi per chiunque non voglia fare il giornalista impaludato in attesa di indicazioni e censure dai capi e di veline e comunicati stampa.
La visita al mausoleo di Lenin è sempre istruttiva. Coi suoi soldatini che ti invitano al silenzio e a star poco di fronte al padre di tutto questo disastro che, come si vede, non è finito con la fine dell’Unione sovietica. Non una scritta marxista-leninista, non un simbolo di falce e martello è stato tolto nel paese che piace tanto al nostro primo ministro. Nelle metropolitane in questi giorni, per completare l’opera, hanno anche riesumato vecchie scritte di Stalin. In fondo la missione dell’agente Putin prosegue senza sosta. E sono pochi i russi che si lamentano. Non c’è l’abitudine. Nemmeno quando Stalin fece abbattere la cattedrale di Cristo Salvatore (ora ricostruita). Sulla vicenda ha scritto il compianto Ryszard Kapuscinski in Imperium: “Lasciamo un attimo spaziare la fantasia. E’ il 1931. Immaginiamo che Mussolini, a quel tempo capo del governo, ordini di distruggere la basilica di San Pietro a Roma. Immaginiamo che Paul Doumer, l’allora presidente di Francia , faccia demolire la cattedrale di Notre Dame a Parigi. Immaginiamo che il maresciallo Pilsudski faccia distruggere il santuario di Jasna Gora a Czestochowa. Riusciamo a immaginare una cosa del genere? No. (…) E gli abitanti di Mosca che dicono (a quel tempo sono tre milioni)? Dopotutto si sta buttando giù il loro San Pietro, la loro cattedrale di Notre Dame, il loro santuario di Jasna Gora. Che dicono? Non dicono nulla. La vita continua. La mattina gli adulti vanno al lavoro, i bambini a scuola, le nonne si mettono in coda. Ogni giorno qualcuno viene portato via di casa, un conoscente e’ prelevato sul lavoro, un vicino sparisce. E’ la vita”.
Credo che l’assenza della classe media (capace di indignarsi per le scappatelle del premier come delle molestie del direttore del giornale dei preti) in Russia sia sempre un lascito dei comunisti. Molti imprenditori e commercianti infatti fuggirono durante la rivoluzione e gli altri furono fatti fuori. Come ricorda un mio caro amico socialista, alla fine del franchismo la Spagna si trovò con industria e commercio. Alla fine dell’Unione sovietica, il paese si trovò con i negozi vuoti.
L’assenza della classe media, l’ho percepita al cimitero Troekurovo, dove in pochissimi abbiamo festeggiato il mancato cinquantunesimo compleanno della Politkovskaja. Familiari a parte, eravamo più italiani che russi. Ci sarà più gente il 7 ottobre, ci hanno assicurato. E nel 2010 spero che il “turismo responsabile” di Annaviva (e “Critica sociale”) riesca a organizzare un altro viaggio in Russia in quella data.
Ma voglio chiudere questo shangai di sensazioni con qualche nota positiva.
Gli incontri con la redazione della Novaja Gazeta e con i dirigenti dell’ong Memorial, mi hanno veramente aperto il cuore.
Persone gentili e di buon senso, felici che qualcuno venuto da lontano si interessasse alle loro battaglie per la libertà di stampa e per la memoria. Sono due facce della stessa medaglia l’organizzazione che si batte per i diritti umani e il giornale di Anna che fa informazione senza dover rispondere al putinismo imperante. Rappresentano davvero l’altra Russia, minoritaria fin che si vuole, ma coraggiosa, ardita. La mia formazione gobettiana mi ha fatto pensare a Rivoluzione liberale il giornale torinese che sfidava il fascismo negli anni della sua nascita. C’era già stato l’assassinio di Matteotti ma tanti italiani stavano in silenzio di fronte alla violenza fascista, ai soprusi della camice nere, alle botte ai manifestanti, alle sedi sindacali e di partito violate da sgherri tollerati dalle autorità. Piero Gobetti e pochi altri avevano capito da subito cosa sarebbe diventato il regime mussoliniano. Non avevano avuto bisogno delle leggi razziali e dell’entrata in guerra per capire dove avrebbe condotto il Paese. Erano pochi gli antifascisti al tempo. Sono pochi gli antiputiniani in Russia oggi. Ma io sono certo che un giorno vinceranno e che il 7 ottobre di ogni anno tante persone si raduneranno per ricordare Anna Politkovskaja, martire della libertà.
“Dopo l’ultimo testimone” di David Bidussa
Ripubblico la recensione del libro di David Bidussa “Dopo l’ultimo testimone” che con Annaviva presentammo il 17 giugno 2009 alla libreria popolare di via Tadino 18 a Milano.
Ad maiora
Ci sono libri che mi fulminano appena li leggo, che mi spingono a prendere nota di alcune frasi già dopo le prime pagine. È il caso di questo libro davvero bello e stimolante di David Bidussa che Annaviva presenta il 17 giugno alla libreria popolare di via Tadino a Milano. “Dopo l’ultimo testimone” parla di un tema su cui Annaviva si è battuta in questo ultimo anno. La memoria. Centrando l’attenzione sulla shoah, sullo sterminio degli ebrei pianificato dai criminali nazisti (con il supporto degli idioti fascisti e il silenzio – vergognoso – di tanti italiani Ma parlando di come è stato ed è gestita la memoria della soluzione finale si finisce per parlare di come raccontare la storia. Di come passare la “staffetta dello coscienza del mondo” di cui parla Furio Colombo.
Bidussa spiega innanzitutto una cosa apparente semplice, su cui invece nessuno ha riflettuto in questi anni. “Il Giorno della memoria – il 27 gennaio – non è il giorno dei morti. Per questa ricorrenza abbiamo già la data del 2 novembre nel nostro calendario civico e non c’è alcun bisogno di duplicarla. Il 27 gennaio è il giorno della memoria per i vivi e non della commemorazione dei morti”. È proprio così. Ma non so quanti di noi, anche di noi italiani, capiamo a chi si rivolge quella commemorazione. E infatti David Bidussa, in uno stile, che per mia deformazione culturale, a me ricorda un po’ Gobetti e un po’ la Politkovskaja, parla proprio di come noi abbiamo affrontato l’apertura dei campi di concentramento e il ritorno dei sopravvissuti.
“Il silenzio di noi italiani dopo il 1938 forse è il segno dell’indifferenza, ma esprime soprattutto l’attaccamento alle cose piccole, al proprio cosmo casalingo, la difesa del proprio quotidiano. Non è l’ostilità preconcetta per l’altro, ma un fenomeno più sottile, certo non meno sintomatico: la scelta per la medietà, per un quieto vivere privo di passioni e perciò disilluso, perché costruito sull’insignificanza del dolore altrui. Quando periodicamente la realtà, in forma brutale, torna a farsi sentire, e a imporre confronti con il malessere umano non a distanze infinite, ma alle porte di casa, spesso di quella accanto, il silenzio come l’indifferenza è una risorsa che ritorna in campo com possibile via di salvezza per non lasciarsi trasformare o interrogare dalle sgradevolezze del presente e da un’autoanalisi sulle proprie responsabilità”. Fare i conti con il proprio passato è uno dei cardini di questo libro. Che infatti sottolinea, come la lezione della shoah, sia rimasta lettera morta, visto quel che è successo in Africa e nei Balcani (e ci permettiamo di aggiungere, anche in Cecenia): “Quando a metà degli anni ’90, lo sterminio ha preso di nuovo a riempire la nostra quotidianità (dal Rwanda al Darfur, alle varie piazze della ex Jugoslavia), il discorso sulla “zona grigia” è diventato meno lontano e più inquietante. Lì si trattava di nuovo di fare i conti con il tema dell’indifferenza. Questa volta noi c’eravamo. Anche per questo scavare sulla “zona grigia” non è più un’ ‘ipotesi di scuola’”. Sono purtroppo scuole che quasi nessun politico italiano (con lodevoli eccezioni che vanno da Gianfranco Fini a Lele Fiano) sembra frequentare.
Poi Bidussa si è soffermato su come viene gestita dalla popolazione e dagli storici la memoria. Come sottolinea Lucien Febvre, “l’uomo non si ricorda del passato: lo ricostruisce sempre”. Perché, come invece sottolinea lo scrittore toscano, “se la memoria è elaborata nel presente e si propone per il futuro significa che noi non ricordiamo ‘quello che è avvenuto’ come se fosse un dato, ma che lo ricordiamo attivamente, ossia insieme ne produciamo e riproduciamo la memoria”.
Bidussa, si ispira a Primo Levi e alle sue riflessioni su cosa accadrà quando anche l’ultimo testimone della shoah non ci sarà più (le stesse preoccupazioni su cui si è basato il recente film “Fratelli d’Italia?”). E sottolinea innanzitutto l’atteggiamento un po’ peloso che molti intellettuali italiani (dai giornalisti in su) hanno avuto nei confronti di quanti sono tornati dai campi di sterminio. “La questione del genocidio ebraico inaugura il diritto di parola per una figura cui si era richiesto di barattare l’integrazione sociale con il silenzio, la non visibilità. In fondo, l’emancipazione giuridica e sociale era proprio questo: l’ingresso in società, la fuoriuscita dalla precedente condizione, al prezzo della propria assimilazione. Il sopravvissuto al genocidio acquista il diritto di parola sulla base di una ricontrattata specificità della condizione ebraica che la esalta solo apparentemente. L’unicità di quello stermino non si coniuga con la dimensione della sua universalità e dunque lascia spazi alla percezione lenta di un evento che è talmente santificato da diventare “estratto” dalla storia e, allo stesso tempo, ridotto a fenomeno specifico perché isolato e ‘non comparabile’”. Questa santificazione è stata comunque successiva a un lungo periodo di silenzio, rotto soltanto da alcuni film che hanno aperto una breccia nell’opinione pubblica e nella memoria collettiva: “La memoria del sopravvissuto a lungo è rimasta un non detto. Quando si è rimessa in moto ha avuto però il problema essenziale di ricostruire non tanto la vicenda propria quanto quella collettiva. In altre parole: di riproporre quel terreno di sciabilità che costituisce il vuoto prodotto dal genocidio. (…) Prevale una ricostruzione che “non turba il sonno”, che consola ed esalta e che consente di salvarsi. Il passato diventa un racconto docile non tanto perché fondato sull’oblio, ma piuttosto sull’indifferenza e l’irrilevanza. Oppure sulla retorica che dice ‘mai più’”.
Poi, in pura chiave filosofica, Bidussa distingue il ruolo dei sopravvissuti da quello degli storici. I primi sono fondamentali per capire quel che è successo e chi scrive della shoah non può prescindere da loro. Ma secondo lo scrittore, è compito dello storico tramandare quel che è successo. “La memoria dei sopravvissuti – sottolinea infatti Bidussa – è dunque un territorio narrativo e riflessivo indispensabile allo storico che voglia comprendere, descrivere e “ricostruire” un contesto. Ma non è la ricostruzione di quel contesto”. Infatti, a suo giudizio, “la memoria è il risultato di come si fanno i conti col passato ed è destinata proprio per questa sua origine a modificarsi nel tempo. Non solo perché si arricchisce di nuovi dati precedentemente non considerati o non emersi, ma perché essa rappresenta, come ha osservato lo storico Leonardo Paggi, “una costruzione essenzialmente politica destinata a cambiare con i mutamente delle identità individuali e di gruppo”.
Ma, e in questo passaggio è la chiave davvero innovativa e coraggiosa di questo bellissimo testo, “oggi si tratta di capire che memoria del genocidio ebraico e memoria collettiva non coincidono, ma soprattutto che è centrale non una battaglia per la definitiva e incontestabile riaffermazione della memoria, ma per la sua persistenza e cittadinanza entro una cornice che non veda solo gli ebrei, e più in generale i “sopravvissuti”, essere i primi e talvolta i soli a riaffermarla. La memoria del genocidio ebraico è una questione di democrazia e come tale ha in sé un valore prescrittivo e descrittivo. Prescrittivamente è metafora riflessiva sui totalitarismi, sulle possibilità dell’uomo, sul suo essere spaventosamente senza limiti e senza freni. E ha valore descrittivo perché contiene una dimensione dinamica”.
Nell’opinione di Bidussa, “la memoria è un assoluto mentre la storia non conosce che il relativo”. Elemento teorico che non possiamo che sottoscrivere. Ci permettiamo solo di dubitare sull’efficacia del ruolo degli storici sul breve periodo. Gli storici si basano sui documenti. E i documenti nei regimi sono più falsi del racconti dei testimoni. Sui gulag si comincia ad esempio a fare luce solo ora, dopo che per decenni è stato solo grazie al racconto dei sopravvissuti che si è creata una memoria e una coscienza collettiva. Anche sulle stragi nel Caucaso dovremo aspettare decenni prima che l’apertura degli archivi putiniani ci restituiscano la verità sui conflitti che hanno insanguinato la Cecenia. Fino ad allora, ci saranno solo i parenti delle vittime o i pochi che hanno disertato (finendo a volte imbottiti di Polonio radioattivo perché non parlassero più). O sulla strage di Srebrenica, vera vergogna degli ultimi anni, della quale gli storici ci racconteranno la verità chissà quando. Perché per evitare che le cose si ripetano, dobbiamo porre la “zona grigia” (e la politica la rappresenta ormai alla grande) di fronte alle proprie responsabilità oggi, non fra decenni.
………………….
DAVID BIDUSSA
DOPO L’ULTIMO TESTIMONE
EINAUDI, TORINO, 2009
EURO: 10
Quando presentammo “Anna è viva” (foto)
Stasera iniziativa di #Annaviva per la libertà in #Russia
Questa sera a partire dalle 20 all’Ostello Bello di Milano (via Medici 4) parteciperò a questa iniziativa di Annaviva.
Ad maiora.
………………………..
AnnaViva – associazione che promuove la libertà di stampa e la tutela dei diritti umani nell’Est Europa – presenterà al pubblico una documentazione fotografica e testuale sugli arresti successivi alla grande manifestazione Moscovita del 6 Maggio 2012, convocata dalle opposizioni dopo le elezioni presidenziali.
La colonna sonora di questo appuntamento sarà affidata a DJ Dago di Elita dalle ore 21 alle 23.
Sarà possibile in tale occasione acquistare una copia del nuovo libro “Una preghiera punk per la libertà” che raccoglie le lettere dal carcere, poesie, canzoni, dichiarazioni al processo del gruppo punk PUSSY RIOT che ha scosso il mondo.

