Non passa lo straniero… Il calcio ai tempi dell’autarchia

Quattordici anni di calcio autarchico, per il periodo che va dalla disfatta di Corea agli arresti per il calcioscommesse. Di questo tratta il divertente libro di Davide Steccanella “Non passa lo straniero (ovvero quando il calcio era autarchico)”.

Molti dei nomi che sono contenuti nel volume mi erano usciti dalla mente. ma altri, leggendoli, mi hanno subito venire il mente le figurine che a quel tempo, gli anni ’80, come tutti i ragazzini erano uno dei miei migliori passatempi.

Steccanella racconta stagione per stagione quegli anni nei quali le partite si giocavano tutte ella stessa ora e dove “Tutto il calcio minuto per minuto” e “90° minuto” erano gli unici strumenti per sapere quel che accadeva (salvo ovviamente recarsi allo stadio, e al tempo, non era facile perché registravano spesso il tutto esaurito, mica come oggi dove si va solo di decoder).

Alla fine di ogni campionato ci sono due schede degli eroi, tutti italiani ovviamente, dimenticati: da Alberto Ginulfi a Odoacre Chierico (indimenticabile riccioli rossi).

Dopo il Mundial spagnolo le frontiere vennero riaperte: uno, due stranieri a squadra. Poi dopo Bosman, un fiume inarrestabile. Col risultato che ci sono partite dove i giocatori nati in Italia si contano sulle dita di una mano.

E allora è divertente ricordare come era un tempo il calcio in Italia. E come non sarà più.

Ad maiora

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Davide Steccanella

Non passa lo straniero

Jouvence Editore

Pagg. 153

Euro 14

Il noir di Robecchi nella Milano di Expo

Il secondo episodio di una serie di libri è sempre il più complicato. Soprattutto se il primo è andato bene. Alessandro Robecchi riesce invece a essere convincente anche in questo suo secondo giallo, sempre ambientato a Milano. “Dove sei stanotte” non solo parla di Milano, ma addirittura di Expo e quindi potrà essere lettura gustosa per chi si prepara per i 20 milioni di turisti attesi (sulla cifra, totemica, Robecchi scherza a più riprese).

Anche in questo libro (come in Questa non è una canzone d’amore, edito sempre da Sellerio) il protagonista è Carlo Monterossi, autore televisivo che non ama la tv e che si infila sempre in un mare di guai. Guai che questa volta lo conducono a una storia d’amore (che in qualche modo ci aspettiamo abbia conseguenze nel terzo volume. che a questo punto attendiamo fiduciosi).

Robecchi (ex Cuore, ex Piovono Pietre di Radio popolare ora nel gruppo di Crozza) ha nello scrivere uno stile ironico che lo rende davvero riconoscibile. Come molti milanesi, ama e odia la sua città e i suoi abitanti. Che adorano le quattro ruote come pochi altri: “Contravvenendo alle sue abitudini, sottraendosi alle spire del vizio, tradendo un dogma della sua personale religione, e al tempo stesso il genius loci milanese, smentendo i luoghi comuni che come si sa hanno sempre ragione, Carlo Monterossi decide di non prendere la macchina e andare al lavoro con i mezzi pubblici. Passano quaranta secondi e cinquanta metri e ha già cambiato idea, ma ormai sta scendendo le scale della metropolitana, e allora decide di continuare in quella mossa contronatura”.

Alessandro ha, come già capitato nei precedenti libri, una grande capacità di descrizione, immaginifica: “Ha la faccia di uno che ha nascosto il veleno per i topi nei cereali e poi se n’è scordato e ha fatto colazione”.

Su Maria, la donna che ha fatto innamorare Monterossi: “Le gambe che spuntano dal vestito che arriva appena sopra il ginocchio sono forse il prototipo perfetto su cui il Signore ha progettato le gambe, il modello insomma, l’originale, il calco primigenio. “Devono essere così”, avrà detto ai suoi ingegneri. E quelli a borbottare su quel vecchio perfezionista incontentabile”.

La trama vede un duplice omicidio, con la polizia che fatica perché deve fare i salti mortali per coprire tutte le scorte a politici e diplomatici impegnati nella kermesse mondiale e fatica a stare dietro a un caso appena più complesso di una rissa tra immigrati (che pure hanno un ruolo centrale nella parte del libro incontrata al Corvetto).

Il commissario Gregori sbotta così col vicesoprintendente Ghezzi: “Non mi rompa il cazzo anche lei coi turni e gli straordinari e la burocrazia… Io sto già qui con ‘set carature di cazzo… Il Ghana, l’Africa, il cibo e la speranza… sa dove se la può infilare la speranza il presidente del Ghana?… Esposizione universale dei miei coglioni… questa è l’esposizione universale della rottura di palle!”.

Buon Expo. Anzi buona lettura.

Ad maiora

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Alessandro Robecchi

Dove sei stanotte

Sellerio

Pagg. 355

Euro 14

Pino Daniele, che non calpestava i fiori nel deserto

1995, lavoravo al Tg di Videomusic e mi mandarono a intervistare Pino Daniele. Presentava “Non calpestare fiori nel deserto” al Rolling Stone (meravigliosa sala per concerti chiusa, purtroppo, qualche anno fa). Non ero abbastanza preparato per intervistarlo, soprattutto per una tv musicale (assurdamente chiusa anch’essa). Così chiamai decine di amici e colleghi per chiedere consigli e domande da porgli. Poi, dopo aver suonato e cantato qualche brano (il disco vendette 800mila copie!) tutto filò liscio. Lui gentile e cordiale. Come sanno essere tanti napoletani. Mi spiace quindi che i funerali saranno lontani dalla sua Napoli, la città che era in ogni sua canzone.
Domani sarò a Cesena a seguire gli azzurri. Immagino che i tifosi partenopei lo ricorderanno.
Come farò io.
Ad maiora

Pussy Riot, un libro sulle loro azioni: contro l’omofobia e il clericalismo putiniano

Massimo Ceresa, socio fondatore di Annaviva e attivista di Mondo in cammino ha prodotto un nuovo libro, che presenteremo alla Libreria popolare di via Tadino 18 (a Milano) venerdì 28 novembre alle 19.30. Il volume si intitola “Pussy Riot, le ragazze che hanno osato sfidare Putin”, un titolo che spiega già il filo conduttore di questo lavoro, su una tematica che – con Annaviva – abbiamo sostenuto attivamente, con più di una manifestazione.

Il volume di Ceresa è agile e si fa leggere ripercorrendo a ritroso la storia delle Pussy Riot, partendo da quel concerto (una esibizione di 45 secondi, in realtà) alla Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca che le ha rese famose in tutto il mondo e soprattutto in tutta la Russia, costando a due di loro, una lunga carcerazione. Dettata solo da motivi politici, non certo dall’odio religioso, che compare nelle motivazioni della sentenza. Analizza Massimo Ceresa: “Le Pussy Riot amano la Russia, ma odiano Putin“. E chiunque segua le vicende russe capisce immediatamente come sia naturale questo odio-amore. Che se può funzionare alle nostre latitudini, è letale in quella democratura che è la “Russia di Putin” (titolo di uno dei meravigliosi libri della Politkovskaja).

Le Pussy Riot sono per di più femministe in un paese che dal presidente in giù ha fatto del machismo (e dell’omofobia) la sua cifra. Spiega Nadezhda Tolokonnikova, forse il simbolo di quelle Pussy Riot: “Purtroppo la Russia è ancora dominata dalla secolare immagine di una donna come custode del focolare, e di donne che allevano i figli da sole e senza nessun aiuto da parte degli uomini. Tale immagine continua a essere propugnata dalla Chiesa ortodossa russa, che vorrebbe di nuovo le donne in schiavitù, e l’idea di Putin di democrazia sovrana va nella stessa direzione, ossia rifiutare tutto ciò che è occidentale, incluso il femminismo“. Un motivo in più per contrastare il putinismo, che trova sempre più seguaci anche nel nostro (retrivo) paese.

Un messaggio, quello legato alle battaglie femministe che le Pussy Riot (rectius del collettivo sopravvissuto dopo l’uscita dal gruppo delle tre finite in carcere) lanciano anche dopo le condanne delle loro compagne, in un comunicato che è un vero manifesto politico: “Il nostro paese è dominato da uomini cattivi. Questi uomini pensano che sia illegale dirsi femministe e suonare musica punk. Questi uomini pensano che sia illegale combattere per i diritti della comunità gay e lesbica. Questi uomini pensano che non si possa criticare il governo, pensano che se canti e balli in modo non appropriato meriti due anni di carcere”.

Un messaggio questo che le ragazze con la balaclava diffondono,  bruciando – sul tetto di un palazzo – due grandi foto, una di Putin, l’altra di Lukashenko, altro soggetto che sta allevando il figlio – maschio, ovviamente e solo decenne – come suo – degno – erede.

Nel mirino delle Pussy Riot finisce non per caso il potere temporale della Chiesa ortodossa e ancora men per caso quella Cattedrale del Cristo Salvatore che è diventata il simbolo dei rapporti sempre più stretti tra il clero e il potere politico putiniano. Soprattutto da quando a guidare le gerarchie ecclesiastiche è arrivato Kiril, prelato che non disdegna orologi da migliaia di euro, anche se il suo ufficio stampa cerca – malamente – di cancellarlo dalle sue immagini ufficiali. Ma l’ombra (vero zampino del diavolo, verrebbe da dire) non si può cancellare. Come la vergogna.

Patriarca-Kirill con l'ombra di un orologio

E’ lo stesso patriarca che ha definito Putin un “miracolo di Dio“. Arrivando però dopo Berlusconi che nel 2010 aveva parlato del suo amico del cuore come di “un dono del Signore“. Signore che se ci fa di questi doni deve essere davvero molto arrabbiato con noi.

E’ stata la stessa Chiesa ortodossa a pretendere una punizione esemplare delle Pussy Riot, ricercate in tutta Mosca come pericolose terroriste e come tali trattate. Ma di quello che è successo allora e dopo parleremo venerdì prossimo nella nostra “sede milanese”. Spero di avervi incuriosito.

Vi aspetto. Con l’autore del libro e gli amici di Annaviva.

Ad maiora

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Massimo Ceresa

Pussy Riot, le ragazze che hanno osato sfidare Putin

2014, Carlo Spera editore

Da oggi anche Varsavia ha il suo Giardino dei Giusti

Alle 12, se la Lot non mi avesse stoppato a Malpensa, avrei partecipato, in qualità di fondatore dell’associazione Annaviva, alla cerimonia per la nascita del Giardino dei Giusti a Varsavia, in Polonia. Tra gli alberi piantati uno sarà dedicato ad Anna Politkovskaja. E uno anche per l’italiana Antonia Locatelli, missionaria uccisa in Ruanda.

Questo che segue è, anzi, sarebbe stato, il mio intervento di saluto.
Ricordando sempre che tutti sono importanti. Ma nessuno è indispensabile. Men che meno io…!
Ad maiora

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È con entusiasmo e con fiducia nel futuro che come fondatore dell’associazione Annaviva di Milano partecipo all’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Varsavia.

La nostra associazione, nata nel 2008 per ricordare Anna Politkovskaja e portare avanti le sue battaglie, è stata – nel suo piccolo – protagonista di tante iniziative. Molte delle quali per preservare la Memoria, quella com la M maiuscola.

Per questo abbiamo collaborato con Gariwo per non dimenticare la Politkovskaja e gli altri Giusti che sono finalmente commemorati nel Giardino dei Giusti di Milano.

Abbiamo voluto fare di più e, con una raccolta firme, siamo riusciti a ottenere, nel 2013, un Giardino per Anna Politkovskaja. Chi il prossimo anno verrà a Milano per Expo potrà, in fondo a corso Como, sedersi in uno spazio verde dedicato alla grande giornalista russa, uccisa per il suo lavoro. Di denuncia. Di coraggio.

Lo stesso coraggio che si commemora il 5 giugno a Varsavia, in questo nuovo Giardino dei Giusti che sorge nel distretto di Wola, nell’area in cui si trovava il Ghetto. Rivoli di (drammatiche) storie che si uniscono. Per dare forza a chi è ancora qui a lottare.

Credo infatti che la Memoria di cui parlavo, quella contro i totalitarismi, contro le dittature, contro i fanatismi, sia il bene più prezioso da tutelare da noi e da chi verrà dopo di noi. L‘Europa, per la quale c’è chi combatte e muore in queste ore in Ucraina, non può e non deve essere solo quella legata a freddi criteri economici. Ma è soprattutto quella dei cittadini, del loro spirito, della loro dignità.

Da Milano a Varsavia. Senza dimenticare Kiev e chi coltiva un sogno europeo. Di pace e dignità.

 

Ad maiora