È un club che ha sede a Erevan, la più popolosa città dell’Armenia (un milione di abitanti) e una delle città più antiche del mondo. L’Alashkert (Alaškert F.A.) è stato fondato nel 1990, si è sciolto nel 2000 ed è stato rifondato nel 2011.
Ha vinto il campionato armeno quattro volte: 2016, 2017, 2018, 2021. Nel 2019 ha vinto la sua prima Coppa d’Armenia. Ha conquistato per tre volte la Supercoppa nazionale.
Gioca le sue gare interne all’Alashkert Stadium (o Nairi Stadium) di Erevan (si trova nel quartiere di Shengavit, vicino al Lago Erevan, sulla sponda sinistra del fiume Hrazdan, uno dei principali dell’Armenia). L’impianto costruito è aperto nel 1960 ha una capienza di 6.850 spettatori (1.850 seduti) ed è diventato di proprietà del club dal 2013.
L’Alashkert è di proprietà dell’uomo d’affari Bagrat Navoyan e dal 2017 ha un accordo di cooperazione coi brasiliani del Botafogo e della Fluminense.
Nel 2021 si è qualificato per l’Europa League, primo club armeno a farlo.
Nell’ultima stagione si è piazzato quarto nella Premier League armena qualificandosi per il primo turno di Conference.
Su Tranfermarkt il valore della rosa è di 4.91 milioni di euro.
L’UNA Strassen è un club della cittadina di Strassen, comune di 10mila abitanti del Lussemburgo. E’ stato fondato nel 1922 ed è uno delle più storici club del paese. Non ha mai vinto titoli, ma grazie alla Conference League ha potuto affacciarsi alle competizioni internazionali: nelle ultime due edizioni è stata eliminata al primo turno. Vedremo come andrà stavolta. UNA Strassen è arrivata quarta nella BGL Ligue, così si è qualificata al primo turno di Conference. Qui sfiderà la squadra di San Marino de La Fiorita (andata il 7 luglio alle 19.15). Se passerà il turno se la vedrà con un cliente difficile come il Partizan Belgrado.
Gioca le sue gare interne al Stade An de Millewisen, che ha una capienza di 2.500 spettatori.
Secondo Transfermarkt il valore della rosa è di 2,24 milioni.
La Dea sarà impegnata, esordiente in questa competizione, il 20 e 27 agosto per i playoff che daranno accesso al torneo vero e proprio (con girone unico come per le altre coppe).
Quello cui parteciperà l’Atalanta sarà il quarto turno di qualificazione. Il primo turno, che coinvolgerà 52 squadre, si giocherà il 9 e 16 luglio. Il sorteggio sarà il 16 giugno.
Queste le squadre coinvolte in questo primo round:
Di qualche squadra avete già sentito le gesta nel passato, alcune sono state già affrontate dalla Dea, ma per molti di voi (me compreso) molte di queste formazioni sono sconosciute.
Per questo, da qui al 20 agosto, andrò a presentarvele. In modo che si sia tutti pronti quando dall’urna del 3 agosto uscirà la sfidante dell’Atalanta.
Pubblico qui l’intervento col quale ho concluso un convegno su Piero Gobetti al Circolo Caldara di Milano
La modernità di Gobetti
Quando si parla di modernità, il rischio è sempre quello di confonderla con l’attualità. Ma la modernità vera, quella che resiste, è un’altra cosa: è uno sguardo che attraversa il tempo senza invecchiare. In questo senso, Piero Gobetti non è solo una figura storica: è un contemporaneo.
Gobetti è moderno perché non si illude. E già questo, in Italia, è una forma di avanguardia.
Scrive: «Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza in più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano.»
C’è dentro tutto: il rifiuto delle scorciatoie, la consapevolezza della solitudine, e soprattutto una parola oggi quasi sospetta – responsabilità. Gobetti non cerca consenso, non cerca protezione, non cerca alibi. Sta al suo posto. E già questo lo rende inattuale allora, e tremendamente moderno oggi.
La sua modernità è prima di tutto morale. «Salvare la dignità, prima della genialità.»
È una frase che andrebbe appesa in ogni redazione, in ogni università, in ogni luogo pubblico. Perché rovescia una tentazione tipicamente italiana: quella di perdonare tutto al talento, di chiudere un occhio – o due – davanti all’intelligenza brillante ma moralmente incerta. Gobetti dice il contrario: senza dignità, la genialità è un trucco.
E poi c’è il Gobetti analista politico, forse il più impressionante per lucidità. Nel 1922 scrive: «La situazione si viene sempre più svelando nel suo carattere anti-liberale.»
È una diagnosi precoce, quasi clinica. Mentre molti cercano ancora di capire, lui ha già capito. E non perché abbia informazioni segrete, ma perché ha un metodo: leggere la realtà senza autoinganni.
Ancora più sorprendente è la sua capacità di cogliere la dimensione spettacolare del potere: «Il segreto di tanta parte del successo di Mussolini è nella sua intuizione della teatralità italiana.»
Qui Gobetti anticipa un secolo di politica-mediatica. Capisce che il consenso non si costruisce solo con le idee, ma con la rappresentazione. E aggiunge, con un’ironia che punge ancora: «Mussolini capisce che a Napoli Pulcinella non deve essere un anacronismo.»
È una lezione che torna utile ogni volta che la politica diventa palcoscenico. E non serve fare nomi: basta accendere la televisione.
Ma la modernità di Gobetti non è solo capacità di analisi. È anche, e forse soprattutto, capacità di stare controcorrente senza cedere al cinismo. Nel momento più buio scrive: «Siamo rimasti quasi soli ad avere la responsabilità della formazione delle nostre classi dirigenti.»
E ancora: «Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere.»
Qui c’è una parola chiave: condannati. Vedere non è un privilegio, è un peso. Chi capisce non può far finta di niente. Non può rifugiarsi nell’ironia, nel distacco, nel “tanto sono tutti uguali”. Gobetti rifiuta questa comodità.
E arriva a una delle definizioni più forti della sua esperienza: «Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria.»
È una frase che attraversa il Novecento e arriva fino a noi. Essere esuli in patria significa non riconoscersi nel clima dominante, nelle parole d’ordine, nei compromessi. Significa restare, ma senza adattarsi. Non è una posizione comoda. Non lo era allora, non lo è oggi.
Gobetti ha anche il coraggio di dire una cosa impopolare: che il fascismo non è solo violenza, ma consenso. «Il mussolinismo è più violento del fascismo, è più illegale perché si nasconde dietro la legalità delle forme… la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso.»
È una frase che dovrebbe essere letta lentamente. Perché sposta il problema: non basta opporsi al potere, bisogna interrogarsi sulle ragioni per cui quel potere piace, convince, seduce. E qui Gobetti è spietato con il Paese, non con un singolo uomo.
La sua critica alla piccola borghesia è forse la pagina più dura, e anche la più attuale: «Retorica e politicantismo saranno vizi inguaribili di un’Italia incapace di vita industriale moderna.»
E ancora: «Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro.»
È un invito che suona quasi scandaloso in un Paese che spesso ha fatto della prudenza una forma di sopravvivenza. Gobetti chiede il contrario: rischio, chiarezza, responsabilità.
Ma attenzione: la sua non è una posizione distruttiva. Non è un nichilista. Crede nella costruzione, nella formazione, nella lunga durata. «Prepariamo i quadri, prepariamo le correnti ideali.»
È una frase da organizzatore più che da polemista. Gobetti non si limita a criticare: lavora per il futuro, anche quando il presente sembra chiuso.
E poi c’è un altro elemento decisivo della sua modernità: il rapporto tra politica e morale. Ada Gobetti lo riassume con una semplicità disarmante: «Io non ho idee politiche, ho solo certezze morali.»
È una frase che può sembrare paradossale, ma non lo è. Significa che la politica, senza una base morale, diventa tecnica del potere. E questo Gobetti non lo accetta.
Infine, c’è la sua idea di Europa, che non è fuga ma responsabilità: «Per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.»
È una frase che chiede di essere capita bene. Gobetti non propone chiusure, ma radicamento. Non si è europei scappando dai propri problemi, ma affrontandoli. È una lezione che vale ancora.
Se dovessi riassumere la modernità di Gobetti in una sola immagine, direi questa: un giovane uomo che scrive sapendo di essere minoranza, sapendo di rischiare, e sapendo che forse non vedrà i frutti del suo lavoro. Eppure scrive lo stesso.
In un tempo che premia la visibilità immediata, la sua è una lezione quasi controintuitiva: lavorare a lunga scadenza, senza garanzie.
Gobetti non è moderno perché aveva ragione – anche se spesso l’aveva. È moderno perché non ha mai cercato di avere ragione a tutti i costi. Ha cercato di essere giusto.
L’ultima visione di Torino: attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino (che è l’ultima sua poesia). Saluto nordico al mio cure nordico.
Ma sono io nordico? E queste parole hanno un senso? Valgono per le polemiche queste antitesi dottrinali, e anche di gusti, di costumi, di ideali. Mi sentirò più vicino a un francese intelligente che a un italiano zotico – ma quando mi proporrò delle esperienze intellettuali, quando li guarderò per la mia cultura. Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza, di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. Non si può essere spaesati.
T. (probabilmente il filosofo Adriano Tilgher) dice che è meglio un paese civile. Ossia pensa che potrà fare meglio i suoi articoli. Egli ha rinunciato a ogni altra risonanza. Io sento che la mi azione altrove non avrà il sapore che ebbe qui: che le sfumature non saranno intese: che non ritroverò gli stessi amici che mi capivano.
Il cinismo era una difesa contro il sentimentalismo che ripugna il mio ideale virile. Ma io sarei desolato se la mia vita si riducesse a una rigorosa esecuzione di un piano e se non avvertissi in me, difficile a dominare, nei momenti più difficili, il tumulto della vita e l’ansia degli affetti.
Il senso del fato – non come punto di partenza, ma come indifferenza alle vicende – quando si è sicuri di sé. Non mi importano i risultati perché li accetto come misura della mia azione, di me (un’altra misurazione della volontà sarebbe complicata e impossibile). Bisogna essere se stessi dappertutto. Naturalmente non si deve essere isterici e si può essere tranquilli solo se non si cercano delle conferme. La concezione della vita come serie di esami è stupida: tutto si riduce invece all’aver credito, al non aver bisogno di esami perché si è qualcosa (si intende sempre socialmente).
Scritto pubblicato postumo il 16 marzo 1926 su Baretti. Piero Gobetti moriva a Parigi 90 anni fa oggi, esule, per le conseguenze dei pestaggi fascisti. In quella città europea è ancora sepolto. Il suo motto Che ho a che fare io con gli schiavi rimane una delle fondamenta della mia vita.