Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

L’Europeo e lo stalinismo imperante

È in edicola un imperdibile numero dell’Europeo dedicato all’impero sovietico e intitolato “Stalin, il filo rosso dalla rivoluzione d’ottobre a Vladimir Putin”. E in copertina (in puro stile pop sovietico) ci sono le icone del baffone e dell’ex Kgb ora alla Casa bianca moscovita che guardano verso un luminoso futuro.

È il primo di due volumi speciali dell’Europeo dedicati alla Mosca di ieri e di oggi.

Si parla del passato ma spesso l’occhio è rivolto al presente. Gli articoli delle migliori firme Rizzoli (Enzo Biagi, Tiziano Terzani, Ettore Mo, Ruggero Orlando, Massimo Fini) raccontano infatti il mondo sovietico dallo stalinismo in avanti.

E didascalie a – magnifiche  – foto offrono gli aggiornamenti su quel che è successo fino a iermattina, nell’ex mondo sovietico.

Ma anche gli articoli che raccontano il passato sembrano parlare dell’oggi. E non solo di quello dell’Europa orientale.

«Il mondo non ha mai conosciuto elezioni così realmente libere, così democratiche. Mai. La storia non conosce altri esempi del genere», così Stalin commentava le prime elezioni per il Soviet Supremo dell’Unione sovietica. Parole che fanno sorridere. Come quel titolo che compariva sulla prima de l’Unità alla scomparsa del Baffone, il 6 marzo 1953: «Gloria eterna a colui che più di tutto ha fatto per la liberazione e il progresso dell’umanità».

Nel volume ci sono molte foto in bianco e nero dei leader del Pci nei loro frequenti viaggi in Urss. Si racconta anche della contrapposizione tra il comunismo berlingueriano e quello moscovita.

Vengono narrati singoli episodi di quel periodo pur con la convinzione espressa dall’ex corrispondente da Mosca dell’ News Chronicle, Paul Winterton: «Sull’Unione sovietica non ci sono specialisti, ma solo diversi gradi di ignoranza».

Ignoranti dall’occhio attento, come quello di Walter Bedell Smith, che parla di Stalin anche se vengono in mente anche politici di questi giorni: «Il leader è presente in ogni villaggio o borgo sovietico. È letteralmente deificato. Impossibile per un occidentale immaginare o capire le adulazioni pubbliche da cui è sommerso. Per milioni di cittadini sovietici Stalin è quel miscuglio di semidio e padre tenero che la psicologia nazionale russa sembra esigere».

E ci sono scritti che sembrano profetici, anche se non nel senso che Lenin ragionevolmente intendeva: «Ci adatteremo a tutti i trucchi, cavilli, bugie, spergiuri, travestimenti: finché esistono un comunismo e un capitalismo non sarà possibile la pace. Uno dei due dovrà soccombere». Così è stato.

E si trovano articoli che spiegano il livello di indottrinamento che c’era e c’è tuttora. Così, ad esempio, nel 1951, a stalinismo non ancora morto, l’Enciclopedia dell’Unione sovietica descrive il termine arresto: «Nei Paesi capitalisti gli arresti compiuti dalla polizia sono uno dei sistemi per combattere i sistemi democratici. Gli arresti in massa sono assai frequenti e vengono operati allo scopo di porre termine agli scioperi, alle dimostrazioni ed altre forme di lotta della classe lavoratrice. Gli arresti sono seguiti da bastonature selvagge e da torture, e gli arrestati vengono tenuti sotto le condizioni più inumane. Ripetutamente essi vengono tenuti in stato di arresto senza che alcuna imputazione precisa venga sollevata a loro carico. Nell’Unione sovietica, la Costituzione garantisce che nessuno possa venire arrestato altro che in seguito a un mandato emesso da un tribunale o dalla pubblica accusa».

Bugie cui non molti dovevano credere se, come scrive Edmund Stevens «persino nella Germania ridotta a un mucchio di macerie, le truppe russe che avanzavano scoprirono i segni di un livello di vita molto superiore a quello che avevano conosciuto a casa loro: tanto che già nel dicembre del 1946 la Commissione militare di occupazione della Germania denunciò l’effetto demoralizzante che “l’atmosfera capitalistica” del Paese occupato aveva sulle forze occupanti. Nel 1948 il pericolo per il morale delle truppe era diventato preoccupante, tanto che si giunse a vietare ogni contatto con la popolazione, sotto pene severissime».

Lo stesso Stevens affronta un problema di stretta attualità: «L’esperienza storica non ha ancora fruttato una formula che permetta alle dittature di regolare la loro successione. La ragione principale è questa: le dittature si fondano sulla sola forza, non presentano cioè quell’elemento di legittimità che è essenziale per la continuità del regime».

Il volume dell’Europeo si apre con un bell’editoriale di Daniele Protti che lanciando il successivo numero (uscirà in dicembre) annuncia che parlerà di «quel Putin che il premier italiano Silvio Berlusconi si ostina a chiamare “l’amico Putin”. Suo, forse, della democrazia certamente no».

Ad maiora

Europeo n.11 2010

Stalin

Euro 7,90

Intellettuali (e oppositori) russi

Ieri, nel corso di un dibattito all’annuale raduno del Pen Club (quest’anno a Bellagio) si è discusso di Russia e libertà di parola in quel Paese.

Ospite era Grigorij Pas’ko, giornalista che ha conosciuto le galere putiniane e e che ora fa contro-informazione sul regime scrivendo sul sito http://www.robertamstersam.com (ha un’ottima newsletter: consigliabile).

E’ uno dei corrispondi russi del blog dell’ex avvocato americano di Khodorkovsij (minacciato più volte per questa sua attività di difesa legale, che ha dovuto abbandonare).

Pas’ko (che non gode dell’ufficio stampa di Einaudi e quind,  a differenza di Nicolai Lilin, non scrive sulla prima di Repubblica su quel che accade nel Paese in cui vive- sul pestaggio dei giornalisti, ad esempio, avrebbe peraltro molte cose da dire) ha da non molto pubblicato un libro – edito in Italia da Bollati Boringhieri –  intitolato: “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”.

Una frase di questo volume lo riassume per intero. E’ quella in cui spiega a tutti di avere sempre pronta una piccola valigia col necessario per sopravvivere in cella: “Preparati in anticipo, perché gli abitanti della Russia si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci”.

Con queste premesse è ovvio che Grigorij ha detto di non avere fiducia nella giustizia russa che, come non ha trovato gli assassini della Politkovskaja e della Estemirova, non troverà nemmeno chi ha pestato Kashin. Anche se è convinto che i nomi di autori e mandanti sono noti o facilmente immaginabili.

Per Pas’ko la Russia è ancora saldamente nelle mani di Putin.

Tra gli aderenti al Pen club presenti è stato chiesto se ci sono scrittori o intellettuali che si oppongono a questo stato di cose o se i giornalisti siano nel mirino soprattutto perché sono in prima fila.

E’ una domanda interessante ma che ha una risposta difficile. Possiamo considerare l’exoligarca –  in cella da 7 anni – Khodorkovskij un “intellettuale” o solo un “prigioniero politico”, come lo definisce Pas’ko? E lo stesso Pas’ko è semplicemente un giornalista-blogger o anche un intellettuale?

Credo che nella confusione di ruoli e figure, chiunque può diventare l’intellettuale che “rappresenta il popolo” come lo immaginava Gramsci.

Ad maiora.

Cercando i fiori nel deserto

I titoli dei paragrafi fanno viaggiare con la mente: cristalli di sole, avorio, topazio, rossofuoco, il polveroso, un musulmano europeo, ragni-cammello, solo per citarne alcuni. E in effetti il racconto che Sara Bellettato fa del Darfur nel volume “Sudan, i fiori del deserto” (Edizioni dell’Arco) consente di immaginare quella realtà così complessa (e sconosciuta ai più, anche per il silenzio dei media).

Sara, se non nel prologo, non traccia un’analisi politica su ciò che accade in quella zona del mondo dove si sono commessi “crimini contro l’umanità”. Non si sofferma sul presidente sudanese Bashir che di quei crimini è stato incriminato dal Tribunale penale internazionale. Fa entrare i lettori nella realtà (sudanese e darfuriana) attraverso le storie degli abitanti di qui, sia quelli che vi sono nati e costretti, sia quanti sono qui come cooperanti. Il mondo delle Ong si intravede in ogni pagina e non sempre esce bene dai racconti che traccia la Bellettato che pure di cooperazione si occupa professionalmente.

Nei racconti c’è la vita di ogni giorno, ma anche la morte, che è sempre dietro l’angolo.

L’ultimo capitolo è dedicato ad Abdu, fuggito dalla guerra e arrivato in Italia. Qui, dopo essere sbarcato a Lampedusa (accadesse oggi, sarebbe recluso in Libia) e aver ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha provato a lavorare, prima raccogliendo olive in Puglia e pomodori in Campania. Poi è salito a cercar fortuna al Nord. Senza al momento – complice anche la crisi – trovarla. In Darfur ha lasciato la famiglia.

Scrive la Bellettato nelle ultime dolorose righe «A gennaio prenderà in prestito trecento euro dagli amici e comprerà il biglietto per il Cairo. La moglie lascerà i due figli al nonno, e andrà a trovarlo. Infatti, poiché Abdu ha ottenuto l’asilo per motivi umanitari, ma non l’asilo politico, il soggiorno regolare è riconosciuto a lui, ma non è esteso alla moglie e ai figli, che comunque continuano a spostarsi tra il Darfur e Khartoum per paura dei periodici attacchi ai villaggi, che un anno fa hanno ucciso anche la nonna. Abdu piange, raccontando del viaggio che farà per rivedere la moglie. Piange pensando che dovranno poi ancora separarsi, pensando che non potrà rivedere i suoi figli e dovrà tornare in un paese in cui non ha un lavoro e non ha una casa, una stanza, un tetto che possa dire suo e in cui possa finalmente specchiare i suoi occhi in quelli della moglie e dei figli. Questo, e solo questo vorrebbe Abdu: riabbracciare la sua famiglia, e poterli mantenere nel paese che gli ha offerto protezione, l’Italia, ma che con le sue leggi in materia di immigrazione sempre più restrittive, lo abbandona ogni giorno in un presente asfittico di prospettive. Se lo incontrate addormentato nella fresca erba dei giardinetti con un libro di italiano sul naso, non svegliatelo: sta sognando il deserto».

Un libro dal quale emerge nono comunque quei tanti “fiori del deserto” che vi vengono offerti e che vi faranno in qualche modo sentire partecipi, di quel mondo lontano. Che magari potrete incontrare anche oggi in stazione.

Ad maiora.

Sara Bellettato

Suda, i fiori del deserto

Edizioni dell’Arco

Milano, 2010

Euro: 6,90

Carlo Rivolta, travolto dal riflusso

Un regista dovrebbe farci un film, scrive Concetto Vecchio nell’introduzione di questo bel libro di Andrea Monti “Travolto dal riflusso”, dedicato al collega Carlo Rivolta, ucciso dalla droga a soli 32 anni. Sarebbe un film in bianco e nero, temo, vista la distanza tra il giornalismo di oggi e di allora. E visto che in una redazione moderna, come ricorda giustamente la madre di Rivolta, invece di stordirsi con l’eroina, forse – strafatto di coca – Carlo potrebbe anche fare carriera.

Giornalista di sinistra, da Paese sera a Repubblica, da Lotta continua a Il manifesto, Carlo Rivolta ha seguito tra gli anni Settanta e Ottanta la fine del movimento studentesco, venendo appunto “travolto dal riflusso”. Attaccato da destra e da sinistra per le sue cronache sulle manifestazioni (che trovate nel volume edito da Ets) Rivolta finisce isolato anche nella sua redazione. Come scrive Andrea Monti, «un giornalista serio non adatta la realtà alle proprie opinioni politiche», anche se lo stesso Rivolta – in un’intervista testamento pubblicata da Prima comunicazione – dirà: «Certo non ero obiettivo, ma non penso si possa esserlo».

Affronterà anche la gioventù che rifiuta il riflusso e si butta nel terrorismo, ormai al capolinea. Un Rivolta che critica le pressioni incrociate cui era sottoposto: «Posso scegliere di cedere o di sfidare chi mi minaccia, in tutti e due i casi non sarà una scelta libera».

Viene anche minacciato dagli estremisti di sinistra («Ci si abitua a pensare a se stessi come persone che vivono guardando il faccia l a morte») ma sarà alla fine ucciso proprio dalla droga, che gli darà spunto anche di racconti “autobiografici” sulla vita dei tossici, sempre a caccia di roba buona.

Nel libro, Monti raccoglie anche le testimonianze di amici, parenti e colleghi come Gad Lerner («Allora ci sentivamo soprattutto militanti, interpreti del movimento, non professionisti») o Giampaolo Pansa («Un giornalista mai banale, in certi casi geniale, avidamente curioso dell’umanità, mai complice di un potente, mai al servizio di nessuno, neppure della propria carriera, non un burocrate dell’informazione ma un uomo che viveva attraverso i suoi articoli, e capace d’indignarsi, di soffrire e di piangere scrivendo»).

Ci sono anche considerazioni più critiche che ragionevolmente sarebbero state condivise dallo stesso Rivolta («Forse non sono adatto per questo mestiere»).

Un libro adatto a chi voglia intraprendere la professione di giornalista (come lo stesso autore del libro) dal quale mi sono appuntato tre frasi su questo mestiere che finiranno dritte dritte nel mio elenco di massime. La prima riguarda le prove di concerto alle quali partecipa anche chi scrive: «Bisogna rassegnarsi a suonare musiche a comando: con il proprio stile, certo, la propria interpretazione. Puoi rivoltarti, ma allora o produci cattiva musica o rendi indigeribile l’orchestra. O ci stai o non ci stai. La cosa grave e’ che non ti fanno suonare se sei bravo o no, ma se dici sì al direttore d’orchestra».

La seconda mi ricorda molto il mio mito russo: «In che cosa può consistere l’onestà di un giornalista? Nel riferire esattamente ciò che vede, nel tentare cronache puntuali, nel non accettare imposizioni esterne rispetto al suo lavoro».

La terza è più che mai di attualità in questi giorni post-Avetrana: «Si misura lo spessore umano di un giornale da come dà la cronaca, se fa a brandelli la gente o cerca di aiutarla».

Ad maiora

Andrea Monti

Travolto dal riflusso

Edizion ETS

Pisa, 2010

Euro 13

 Con Rosi Brandi e Daniele Biacchessi presenteremo il libro di Andrea Monti su Carlo Rivolta il 21 ottobre (ore 21) al Circolo Arci Métissage via De Castilla 8 (Milano)

Gli harraga, che partono ad ogni costo

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro