Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

E’ rosso il Sole delle Alpi

Era da qualche giorno che cercavo un libro, nella mia confusa libreria. Un libricino che avevo comprato ai tempi in cui la moneta corrente era la lira, quando ancora la Rai mi faceva seguire la Lega (una volta chi si occupava di politica non copriva solo il suo presunto settore, ma poteva spaziare: oggi preferiscono non rischiare). Un libro di Gilberto Oneto (leghista piemontese della prima ora, attualmente caduto – polemicamente – in disgrazia) intitolato “Bandiere di libertà”, nel quale, ricordavo, si parlava del Sole delle Alpi.
Dopo che il sindaco di Adro ha voluto marcare con cosi’ tanta assurda foga la scuola (pubblica) del suo paese, ne ho lette di ogni su quel simbolo.
Trovato finalmente nottetempo il volume, ecco come – nella prefazione – Gianfranco Miglio (cui la scuola di Adro e’ dedicata) lo descrive: “Un fiore stilizzato di sei petali inscritto in un cerchio. Segno antichissimo, ricorre nell’iconografia popolare (e nella Bauernmalerei) di una vasta area culturale che comprende le Alpi, la Padania ed altre regioni dell’Europa centrale: e’ l’immagine del sole, che splende sulle vette della cerchia alpina e riscalda le terre della Valle del Po, come gli altopiani dell’Elvezia e della Germania del Sud. Un simbolo di gran lunga preferibile, per immediata bellezza, a quella “rosa camuna” che la Regione Lombardia ha adottato come proprio stemma, e che assomiglia alla manopola di un apparecchio idrosanitario”.
Oneto invece, nel testo, (corredato da grafiche che mostrano, per esempio, la diffusione della Croce di San Giorgio o del Biscione negli stemmi comunali del nord Italia) aggiunge: “L’immagine e’ antichissima e ha avuto grande successo sia per la sua carica metaforica legata ai culti solari che per la bellezza e la relativa facilita’ di esecuzione del suo disegno”.
Anche per questo la Lega ne ha fatto il suo “marchio” (a differenza di molti altri partiti che hanno perso – pur in una fase di grande successo dei loghi – ogni riferimento simbolico).
Prima che tutto diventasse “politica” e desiderio di segnare il territorio, qualcuno studiava e parlava di storie di popoli, che non trovate nei libri scolastici. Ricordo una fantastica rivista che si chiamava “Etnie” e che era curata dal mitico Miro Merelli.
Ma quella e’ finita – se va bene – in cantina, o persa nei vari traslochi. Inutile anche cercarla. Tanto, in questo agghiacciante clima da stadio (nel quale tutti sono in curva mentre in campo si logorano in inutili meline o in insulti all’arbitro), non c’è tempo di approfondire. L’importante e’ spararla grossa.
Ad maiora.

Ps. Il colore del Sole delle Alpi e’ “rosso carminio”, inserito in cerchio, anch’esso rosso. Non verde.

Gilberto Oneto
Bandiere di libertà
Effedieffe
Milano, 1992
Lire: 25.000

Una mafia da esportazione

Un libro ricco di informazioni su come dall’Italia il virus della mafia (e soprattutto della ‘Ndrangheta) si sia diffuso in tutto il mondo. Un volume che risulta particolarmente interessante per le cartine (continente per continente) dove sono segnalate le famiglie mafiosi (o le ‘ndrine) che partendo a volte da piccole cittadine del Sud Italia sono andate a impiantare le loro nefaste colonie all’estero. È il libro di Francesco Forgione “Mafia Export”, edito da Baldini e Castoldi (Milano, 2009, 20 euro). Forgione, ex parlamentare di Rifondazione ed ex presidente della Commissione Antimafia ricostruisce il reticolo mondiale della criminalità organizzata.

Un sistema economico, anzi un cancro, molto redditizio se si pensa che secondo i dati della DIA, nell’industria mafiosa tra settori legali, illegali e sommersi, «è impiegato il 27% degli abitanti attivi in Calabria, il 12% di quelli della Campania e il 10% di quelli della Sicilia. Praticamente quasi il 10% della popolazione attiva nelle principali regioni del Mezzogiorno». ù

Ma il primato mafioso non è solo italiano, è uno dei made in Italy da esportazione di maggior successo: « Con un fatturato medio di circa 130 miliardi e un utile collocabile tra i 70 e gli 80 miliardi di euro, le mafie italiane rappresentano una delle principali holding economico-finanziarie criminali del pianeta». E le mafie italiane potenzialmente registrano un giro d’affari superiore al Pil di paesi europei come Slovenia, Estonia e Croazia.

Il tutto grazie soprattutto alla droga, la vera rendita quotidiana su cui le mafie fanno affidamento. E i contrasti delle forze dell’ordine fermano solo in minima parte il fiume (specie di coca). « Solo in Italia sono state sequestrate, nel 2008, 4 tonnellate di cocaina, ma a queste vanno aggiunte altre 10 tonnellate sequestrate all’estero ma dirette nel nostro Paese. Sulla base di queste cifre e considerando il rapporto del 10-15% tra cocaina sequestrata e quella immessa sul mercato, in Italia nel 2008, sarebbe stata commercializzata una quantità di cocaina oscillante tra le 100 e le 150 tonnellate. Tagliandola le tonnellate diventano 400-450. Quindi il mercato della sola cocaina nel nostro Paese produce un giro d’affari pari a 354 miliardi e 661 milioni di euro». Numeri da capogiro. E purtroppo, grazie all’incremento dei consumatori, non stoppati nemmeno dalla crisi: «Non esiste merce al mondo, né ciclo produttivo, in grado di creare un tale plus valore e un profitto di queste proporzioni pronto a disperdersi ed entrare in circolo nell’economia, nel mercato e nei circuiti finanziari legali».

Eppure malgrado questi dati terribili, in molte parti del mondo, sottolinea Forgione nel suo libro, le autorità hanno sottovalutato il fenomeno mafioso. Innanzitutto in Germania dove, prima della strage di Duisburg, pochi avevano percepito la pericolosità delle infiltrazioni mafiose nelle ricche aree della Germania settentrionale, a poca distanza dai confini dei Paesi Bassi e dai porti di Rotterdam e Amsterdam. Va detto che il contrasto, da quello come da altre parti, è reso difficile dall’assenza nei codici penali del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Il libro sottolinea come la ‘Ndrangheta sia stata, tra le organizzazioni mafiose, la più veloce a modificare il proprio DNA e a diventare un vero attore nel mercato globale. E in grado di partecipare anche ai grandi appalti pubblici, come dimostrano le inchieste sul movimento terra anche in provincia di Milano. È stata ora inserita nella lista nera del Dipartimento del Tesoro Usa: quindi potrebbero scattare sequestro e congelamento beni per gli adepti.

Le cartine di Forgione si soffermano sulla Spagna, diventato in questi anni paese rifugio di moltissimi delinquenti di casa nostra: « Qui calabresi, siciliani e campani ci vivono bene. È un Paese mediterraneo in cui si sentono a casa e, come a casa, si sentono e sono tranquilli e sicuri a Madrid come a Barcellona, a Malaga come a Marbella o a Palma del Maiorca.  Non è un caso che negli ultimi 10 anni, più di un terzo dei 190 latitanti arrestati all’estero, tra i boss ricercati di tutte le organizzazioni criminali italiane, sia stato trovato proprio nel Paese iberico. Anche per questo i quotidiani spagnoli utilizzano metafore abbastanza implicite, hanno ribattezzato la bellissima Costa del Sol in Costa nostra o Cosca del Sol». E i segnali che da quelle parti le cose si stiano complicando lo dimostra la circolazione dei soldi europei: «Nel 2008 il governatore del Banco di Spagna ha segnalato come la movimentazione di carta moneta da 500 euro in Spagna sia assolutamente abnorme rispetto al contesto europeo: 110 milioni contro i 464 di tutta l’area Euro».

In “Mafia Export” ci sono molti riferimenti interessanti. Uno riguarda Marcello Dell’Utri (proprio oggi condannato in appello a 7 anni di cella per concorso esterno in associazione mafiosa) e i suoi rapporti con tale Aldo Micciché che deve scontare 20 anni di reclusione in Italia ma che vive libero a Caracas.

L’altro riguarda il Sud Africa, paese che in questi giorni ospita i Mondiali di calcio, ma che rispetto al passato, ha mantenuto antichi vizi. «Il Sud Africa ha cambiato il proprio sistema politico, avviato un profondo rinnovamento sociale con la fine dell’apartheid, ma continua ad assicurare – esattamente come il regime precedente – libertà d’azione e impunità a uno dei uomini chiave del sistema del riciclaggio internazionale di Cosa Nostra. È il siciliano Vito Roberto Palazzolo, condannato in Italia per traffico internazionale di stupefacenti e associazione mafiosa».

L’atlante geo-criminale limitato alle vicende che mi hanno incuriosito di più arriva fino all’Australia, dove sono coinvolti personaggi calabresi e un diplomatico (mandato proprio nel Bel Paese). Il caso è quello del calabrese Francesco Madafferi, con precedenti alle spalle e trasferitosi in Australia. Qui vive senza permesso di soggiorno e dopo qualche anno, per questo, viene arrestato. Dovrebbe essere espulso ma la comunità italiana di oppone.  Poi entra in gioco la politica: «La ministra, la liberale Amanda Eloisa Vanstone, nel 2005 annulla il decreto di espulsione per motivi umanitari (Madafferi ha oramai una famiglia australiana, NdR). La DDA protesta ricordando come Maddafferi per la legge italiana sia “soggetto delle misure di sorveglianza speciale applicate a persone molto pericolose per la società” ». Ma le cose non cambiano. Solo le cronache non si fermano: «Nel febbraio 2009, in Australia è comparsa la notizia che le autorità avrebbero riaperto l’indagine sui finanziamenti e le donazioni che il partito liberale avrebbe ricevuto da persone facoltose del mondo economico e imprenditoriale, riconducibili alla mafia calabrese. La notizia è stata occasione di nuove polemiche. Anche perché tra i nomi coinvolti nell’indagine, secondo alcune fonti giornalistiche australiane, compare quello di Antonio Madafferi, il fratello di Francesco. Nel frattempo la senatrice Vanstome, forse per essere tolta dal centro della polemica, è stata nominata ambasciatrice. Dal 2007 rappresenta il governo australiano in Italia».

Insomma come spiega Francesco Forgione, « la storia ci dice che mentre può e deve esistere una politica senza mafia, non possono esistere mafie senza il concorso e le collusioni della politica. È l’insegnamento che viene da un secolo e mezzo di storia d’Italia e vale per il mondo intero».

La speranza è che l’Italia che è stata patria del virus sia ora capace di produrre anticorpi. Uno di questi, lo ricorda Forgione, è FLARE, (Freedom Legality and Right in Europe), organizzazione nata da Libera. Il referente di FLARE per la Russia di nome fa Ilja Politkovskij. È il figlio di Anna Politkovskaja.

La notizia smarrita? Cercatela su internet

Un libro di un amico e di un collega che racconta del nuovo giornalismo. Paolo Costa nel suo “La notizia smarrita” spiega come si sta evolvendo la professione di fronte ai nuovi media. Il volume ha due obiettivi:  «Sfatare il mito secondo il quale internet costituirebbe la causa prima della crisi del giornalismo e l’altro mito che considera l’informazione “dal basso”, prodotta dai blog e dal cosiddetto giornalismo partecipativo, necessariamente migliore di quella professionale, in quanto non asservita a logiche del potere politico o economico». Due miti che nel corso delle 224 pagine verranno smontati pezzo a pezzo.

Nella sua analisi, l’autore esce dagli schemi (coloniali) che parlano solo ed esclusivamente dell’Occidente, dove diminuiscono i lettori di giornali. Ma non è così in tutto il mondo. «Affermare che i giornali vendano e si leggano sempre meno è corretto solo con riferimento alla situazione negli Stati Uniti e nel resto dell’Occidente. A livello mondiale il quadro è ben diverso. Secondo la World Association of Newspapers più di 1,7 miliardi di persone quotidianamente leggono il giornale. In particolare nel 2007 più di 532 milioni di persone hanno comprato il giornale. Nel 2003 erano 486 milioni. La crescita è stata nel quinquennio del 9,4%. Considerano anche la free press si arriva al 14,3%.»

Va rilevato che « il numero delle testate giornalistiche è cresciuto in tutto il mondo, tranne che negli Stati Uniti. Oggi 74 del 100 quotidiani più diffusi del mondo sono stampati in Asia. In generale si può dire che le diffusioni soffrono nei paesi più ricchi, mentre sono in crescita in quelli in via di sviluppo». Questo non vuol dire che dobbiamo trasferirci in Asia o Africa, ma che si deve tener conto di tutto il mondo, non solo del nostro orticello (anche se ora particolarmente scarso e chiuso in sé stesso).

Va calcolato che a differenza di quel che succede in Italia, «la crisi della stampa quotidiana negli Stati Uniti è, prima di tutto, la crisi della stampa locale».

In che misura questo quadro è condizionato dall’avvento dei nuovi media? E’ la domanda cui risponde Paolo Costa che si concentra sul quesito se l’informazione online sottragga spazio alla carta stampata. «Stando all’analisi del Readership Institute la risposta è affermativa per il 27% dei lettori, i quali hanno dichiarato di aver ridotto il consumo dei giornali a stampa in seguito alla visita di un giornale online». Ma in generale cresce (negli States e non solo) il numero di quanti “non consumano informazione” o che hanno la tv come principale (e spesso unico) canale dal quale scoprono quel che accade nel mondo (rectius, quello che gli facciamo sapere che accada, che è decisamente meno).

Internet, ha un nucleo più ristretto di pubblico rispetto alla tv, ma ha l’enorme vantaggio che i suoi utenti partecipano più alla vita pubblica. È la rivoluzione 2.0 che sta lentamente arrivando anche nel Bel Paese. « In Italia – scrive Costa – il 94,3$ degli italiani ha guardato la tv tutti i giorni mentre solo il 56,6% ha letto il giornale almeno una volta la settimana. Di qui il calo di 4,4% tra il 2008 e il 2009. La televisione è lo strumento informativo più usato dagli italiani (44,2%), seguito dal giornale (20%) e dalla radio (15%)».

Da questo deriva che solo il 7% si fa influenzare al voto dalla Rete mentre il 78,3% decide in base a quel che sente in tv. Un dato già alto ma in crescita. Anche per questa ragione, «nel 2008 è andato alla televisione il 55% degli investimenti. A livello mondiale tale quota è del 37,8% mentre in Europa non supera il 30%».

Paolo Costa affida però le sue speranze nel futuro, nel fatto che il modello della tv generalista sia giunto al capolinea: « L’avvento della tecnologia trasmissiva digitale (via satellitare o terrestre) ha reso possibile la proliferazione dei canali e la nascita di un’offerta verticale, a pagamento». Non solo a pagamento se vediamo quanti nuovi canali stiano nascendo sul digitale terrestre. So ad esempio che a Sky cominciano a temere che qualcuno rinunci alla loro cara piattaforma per rifugiarsi nel digitale, comodo soprattutto in un periodo di crisi economica (riconosciuta persino dall’ottimista governo Berlusconi).

La buona novella che porta Paolo Costa, almeno per noi che dello scrivere ogni giorno abbiamo fatto una professione è che, anche nell’era Internet dovremmo avere un nostro spazio. Sembra che infatti gli utenti (come segnalava un convegno organizzato alla Statale di Milano lo scorso anno dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia) privilegino nei blog quelli curati da giornalisti. E gli esempi di successo sono sotto gli occhi di tutti: Alessandro Gilioli, Luca Sofri, Massimo Mantellini, Pino Corrias, Marco Travaglio, Vittorio Zambardino, Peter Gomez, Paolo Attivissimo e Luca de Biase, solo per citare i più noti (e più bravi).

«Giornalisti che usano il blog come mezzo per raggiungere il proprio pubblico e interagire con esso, di blogger che in realtà fanno giornalismo tradizionale, di ex giornalisti convertiti al blogging».

Costa (che non si è limitato al libro ma che cura anche un ottimo sito: http://www.paolocosta.net/)  analizza i siti più diffusi nel nostro Paese, quelli legati ai quotidiani nazionali e rileva che, come nella carta stampata, cercano di essere tuttologi, di non puntare a un target. Esattamente il contrario di quel che sta accadendo in Usa, dove anzi si propende per il coinvolgimento degli utenti dal basso (è quello che farà il fattoquotidiano.it quando supererà la crisi per troppi contatti di questi giorni).

Il giornalista moderno dovrà comunque essere cross mediale, capace cioè di fare il mestiere con molte piattaforme. E quanto è accaduto in Iran con Twitter dimostra che la rete è in grado di sfuggire ai regimi più liberticidi. Pensiamoci…

Paolo Costa

La notizia smarrita

Giappichelli editore

Torino, 2010.

Euro: 22

La Romania e il suo doppio

 


Un piccolo libro che racconta, meglio di mille saggi, quello che ha rappresentato il socialismo reale, con quel suo controllo sulle persone spesso devastante. Quanti in questi giorni si stracciano le vesti per la difesa della privacy e che passano le vacanze con ex tenenti colonnelli del Kgb, farebbero bene a leggere “Cristina e il suo doppio” del premio Nobel per la letteratura Herta Müller (Palermo, Sellerio, 2010).

 

La scrittrice racconta l’attività della Sicuritate per distruggere la sua reputazione, per controllare la sua vita: «Dal momento che avevano messo una cimice spia in ogni stanza, non c’era una sola nicchia del privato che sfuggisse al controllo statale». Con una protervia che tuttora la stupisce: «a voler essere precisi, pensavamo anche che, per nemici dello Stato che fossimo, tutto sommato non eravamo degni di un tale dispiego di mezzi».

Dapprima i servizi segreti comunisti avevano comunque cercato di assoldarla. Fallito questo primo obiettivo hanno fatto trapelare invece il contrario. Come spiega, «i Servizi segreti si sono adoperati massicciamente per raggiungere lo scopo di spacciarmi per una loro agente». Questo spiega il titolo del libro che racconta, oltre alla storia individuale di tedescofona in Romania, la parabola di un paese che non si è mai liberato dalla tenaglia dei vecchi esponenti del regime: «Tranne che nella carriera diplomatica, oggi in Romania un ex informatore può trovarsi più o meno nella stessa posizione che occupava un tempo».

Una frase che ha un’eco nella bella intervista che qualche giorno fa Domenico Quirico de La Stampa  ha realizzato allo scrittore albanese Ismail Kadarè: «La dittatura, certo è caduta, ma ne restano le vestigia sempre: non quelle concrete ma quella di una certa mentalità generale».

La Müller è molto critica su come la Romania, ora nell’Unione europea, sia uscita dalla dittatura, che ha lasciato comunque i suoi strascichi (non solo un’orribile palazzone nel centro di Bucarest): «Dopo Ceausescu si è provveduto a trasformare la Securitate in un mostro astratto, le cui colpe non sono personalmente imputabili a nessuno».

Posso testimoniare che la paura dei terribili servizi segreti sia sopravvissuta alla loro fine. Qualche anno dopo la caduta del Muro, ero a Bucarest per una durissima manifestazione di minatori non pagati (erano arrivati a dar fuoco al Parlamento) contro il governo. A un certo punto partì una durissima carica e fuggirono tutti, giornalisti compresi. Il grido di paura che lanciavano i manifestanti era solo “Securisti, securisti!” e faceva tremare anche chi non aveva mai vissuto in una dittatura.

Che fare allora? Aprire gli archivi, in Romania, come in Russia, come nel Paese delle Aquile. L’obiettivo lo spiega sempre l’ottimo Kadarè: «Per liberarsi davvero del passato autoritario l’Albania ha bisogno della verità, del coraggio, che finora non ha avuto, di aprire gli archivi, di non farsi ricattare dall’alibi delle possibili vendette».

La Müller ricevette il Nobel per la letteratura perché capace di “rappresentare il mondo dei diseredati”.  Una capacità dimostrata anche in questo piccolo ma importante volume.

Herta Müller

Cristina e il suo doppio

Sellerio editore

Palermo, 2010

Euro 9

Falce e sberleffo, barzellette in salsa sovietica


Un libro che ho acquistato per caso e che non mi ha convinto fino in fondo, ma le cui barzellette mi hanno spesso fatto piegare dalle risate. Mi riferisco a “Falce e sberleffo” di Ben Lewis, pubblicato in Italia da Piemme. È un racconto del mondo sovietico attraverso l’umorismo che ha sempre caratterizzato quelle aree. Il giornalista inglese ha raccolto migliaia di barzellette per capire se queste abbiano contribuito a far crollare il Muro e ammainare la bandiera rossa sul Cremlino.

Sostiene Lewis che «la repressione nei confronti dei barzellettieri era un aspetto fondamentale del terrore stalinista: in un certo senso si potrebbe dire che a spazzar via il comunismo furono le risate».

Proprio questa analisi sembra un po’ di maniera. Come filo conduttore a questa serie di bellissimi scenette umoriste, si sarebbe potuto trovare altro. Anche se l’assunto da cui parte il libro è una frase di Karl Marx condivisibile (e applicabile anche ad altri regimi…): «La fase finale di un sistema politico è la commedia».

E l’altra base ideologica da cui parte il volume è di George Orwell: «Ogni barzelletta e’ una piccola rivoluzione. Se doveste definire l’umorismo con una sola frase, potreste definirlo un dignitario in bilico su un chiodo stagnato. Qualsiasi cosa distrugga la dignità e abbatta i potenti dai loro piedistalli, preferibilmente con un tonfo, e’ divertente. Quanto più grande e’ la caduta, tanto più divertente e’ la barzelletta. Meglio gettare una torta in faccia a un vescovo che a un semplice curato». Ma, conclude l’autore, queste freddure, segnalavano anche una sorte di amore verso il regime (è quanto sostiene in un libro simile, ma molto più stimolante, Moni Ovadia): «Le barzellette venivano raccontate anche da persone che avevano simpatia nei confronti del comunismo, che ne avevano una visione romantica. E forse proprio da questo le barzellette derivavano la loro tragicità: il pathos insito in ogni grande opera d’arte. Dietro il disprezzo, la frustrazione e la paura c’era una sorta di attrazione e di perdono. Insomma, pur essendosi mostrato spaventoso nella sua realizzazione pratica, il comunismo aveva ideali e fini che non avevano mai perso il loro fascino».

Le barzellette di questa raccolta hanno la particolarità di non limitarsi alla Russia. Queste sono  ad esempio romene: «Sapete perché Ceausescu organizza un raduno di massa il primo maggio? Per vedere in quanti sono sopravvissuti all’inverno »; «Sai quando sono state gettate le basi dell’economia romena? Bisogna risalire ai tempi biblici… non appena fu posto sulla croce, a Gesù fu chiesto di allargare le braccia perché ciascuna mano potesse essere inchiodata. Poi però gli dissero: per favore, incrocia i piedi, perché ci è rimasto un solo chiodo»; « Una vecchia ha l’abitudine di correre ogni mattina dal giornalaio per acquistare la prima copia di “Scinteia”, il quotidiano romeno. Lo compra, dà uno sguardo ai titoli della prima pagina, lo appallottola con disgusto e lo calpesta. Fa così tutti i giorni. Infine il giornalaio non riesce più a trattenere la propria curiosità. “Se non vuole leggere il giornale, perché corri ogni mattina ad acquistarlo? I giornali costano”: “Voglio vedere se c’è un annuncio funebre” spiega la vecchia. “Credo bene che non lo trovi, beata donna!” esclama il giornalaio: “Non sai che gli annunci funebri sono pubblicati nell’ultima pagina?”. “Non l’annuncio in cui spero io,” ribatte la vecchia “quello sarebbe pubblicato in prima pagina!” »; «In pieno inverno un uomo sta camminando in una strada di Bucarest. A un tratto si avvicina a una finestra aperta e grida: “Non potete chiudere la finestra? Qui si gela!”»;

« Sapete perché la Romania sopravvivrà alla fine del mondo? Perché è cinquant’anni indietro rispetto a tutti gli altri paesi».

Molto acide anche quelle polacche: «”Ho saputo che vai in chiesa tutti i giorni”, osserva il segretario (di una sezione agraria partito comunista polacco). “Sì, è vero” risponde il contadino “lo faccio fin da quando ero bambino”. “Mi è stato anche detto” continua il segretario “che ti inginocchi davanti alla croce e baci i piedi di Gesù”. “Verissimo, fa parte del rituale cattolico”. “Ma tu sei membro del partito. Baceresti i piedi del capo del nostro partito?” “Certamente… se fossero inchiodati a una croce!”».

Queste invece quelle più esemplificative sul terribile regime della DDR: «Perché nella Germania Est le elezioni duravano sempre due giorni? Perché così ogni cittadino poteva decidere di testa propria se voleva votare di venerdì o di sabato» (forse vale lo stesso anche per l’Italia, unico paese europeo dove si vota due giorni…); «Due guardie pattugliano il Muro. Una dice all’altra. “stai pensando quello che penso io? Beh, allora devo spararti.»; «Walter Ulbricht, il primo leader comunista della Germania Est è al ristorante. Una delle cameriere che lo servono gli fa il filo. Ulbricht va in brodo di giuggiole ed esclama: “Sarei lieto di soddisfare un suo desiderio”. La ragazza ci pensa un attimo e dice: “Allora apra il Muro, anche solo per un giorno”. Con una strizzatina d’occhi, Ulbricht ribatte: “Ho capito: lei vorrebbe restare sola con me!”».

Le barzellette sovietiche prendono in giro la propaganda di regime e nel mirino c’è soprattutto il peggior dittatore, il più terribile segretario del Pcus: «Stalin è morto ed è incerto sul fa farsi. Insomma, non sa se sia preferibile andare in paradiso o all’inferno. Chiede dunque che gli si facciano visitare entrambi. In paradiso vede persone immerse nella meditazione e nella preghiera; all’inferno c’è invece gente che mangia, beve, balla e se la spassa. Stalin scegli l’inferno. Attraverso un labirinto di corridoi viene condotto in un’area in cui abbondano calderoni pieni di olio bollente. Prontamente i diavoli lo afferrano e lo gettano in uno di essi. Stalin protesta, affrettandosi a far loro notare come poco prima gli fosse stato mostrato un luogo in cui la gente se la passava bene. “Oh, quella era solo propaganda”, ribatte il diavolo». Barzellette come questa, pronunciate o anche solo ascoltate senza denunciarle, potevano costare anni di gulag.

Altre invece rendono bene il clima di delirio nel quale viveva l’Urss in quegli anni. «Per la prima volta in vita sua, una vecchia contadina, in visita allo zoo di Mosca, vede un cammello. “Oh, Dio mio!” grida inorridita. “Guarda cosa hanno fatto i bolscevichi a quel povero cavallo”»; «Un ispettore entra in una fabbrica per un’ispezione. “Tu che cosa fai?” “Niente”, risponde questi. Allora va da un altro: “E tu, che cosa fai?” “Niente” risponde questi. Nel rapporto scrive: “Il secondo può essere licenziato, e’ un’inutile doppione”»; « Qual e’ la definizione di capitalismo? Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E del comunismo? L’esatto contrario».

Una delle barzellette che mi hanno più divertito, pur animalista, è questa: «Il marxismo-leninismo è una scienza? No, se lo fosse sarebbe prima stata testata sugli animali». Ma ho trovato molto gustosa anche questa che richiama un po’ Il Maestro e Margherita: «Brezhnev fa visita a Nixon. Vede un telefono rosso sulla scrivania del presidente americano e gli domanda a cosa serva. “Oh, con quel telefono posso chiamare il diavolo in persona” risponde Nixon. Brezhnev gli chiede di dimostrarglielo. Nixon ordina a uno dei suoi collaboratori di fare numero. Non appena il diavolo risponde, il collaboratore passa il telefono al presidente americano che chiacchiera con Belzebù per un quarto d’ora. Brezhnev è allibito. Terminata la chiacchierata, Nixon riattacca. Subito entra il suo segretario che dichiara: “Signor Presidente, poiché la sua conversazione è durata quindici minuti, il contribuente americano dovrà sborsare 1.500 dollari”. Brezhnev torna a Mosca. Come prima cosa dice ai suoi collaboratori: “Voglio parlare con il diavolo. Se può farlo il presidente americano, deve poterlo fare anche quello sovietico”. Il collaboratore fa il numero e non appena il diavolo risponde passa la cornetta a Brezhnev, che parla per circa quindici minuti. Poi riattacca e, rivolgendosi al segretario, chiede: “Quanto può essere costata la telefonata?”. “Beh, direi due copeki” è la risposta. Brezhnev è sbalordito. “Cosa? Due copeki? Vorresti dire cinque centesimi? Com’è possibile? Il presidente americano ha pagato 1.500 dollari e noi paghiamo cinque centesimi?”. E il segretario: “Compagno Leonid, devi capire che, quando chiami il diavolo da Mosca, è una telefonata urbana. Quando invece gli telefoni da Washington è un’intercontinentale”».

Sulla morte dei leader sovietici i barzellettieri si sono sempre scatenati. Questa, ad esempio, gustosissima, su Brezhnev e Kruscev: «Brezhnev è morto. Non appena bussa alla porta dell’inferno viene accolto da un diavolo che gli dice: “Compagno Leonid, tu sei una comunista illustre, un uomo molto importante. Pertanto hai la possibilità di scegliere la tortura a cui sarai sottoposto”. Addentrandosi nei meandri dell’inferno, Brezhnev vede Adolf Hitler immerso in una vasca piena di olio bollente e Stalin legato alla ruota. Improvvisamente scorge Nikita Kuscev con Brigitte Bardot sulle ginocchia. “Benissimo,” esclama allegramente “voglio la stessa tortura di Kruscev!” “Oh, no! Non è possibile” ribatte il diavolo. “Non è Kruscev a essere torturato, è la Bardot!”».

Molte sono le barzellette di carattere mistico, che segnalano la vita (che si immaginava) eterna del regime sovietico: « Nixon, Pompidou e Brezhnev incontrano Dio. Il Padreterno dice loro che possono rivolgergli una domanda ciascuno. “Quando avverrà che gli americani avranno tutto?” chiede Nixon. . Dio risponde: “Tra cinque anni”. “Purtroppo non nell’arco del mio mandato” esclama Nixon scuotendo la testa. “Quando avverrà che i francesi diventeranno ricchi?” chiede Pompidou. Dio risponde: “Tra quindici anni”. “Purtroppo non nell’arco del mio mandato” esclama il presidente francese. “Quando avverrà che in Unione Sovietica le cose andranno bene?” chiede Brezhnev. Dio risponde: “Purtroppo non nell’arco del mio mandato”».

Concludo con due. La prima, recente, sull’ex tenente colonnello del Kgb, che ora guida la Belij Dom di Mosca: «Hai sentito l’ultima sul piano economico di Putin? Obiettivo: rendere la gente ricca e felice. Allegato l’elenco delle persone».

L’altra un po’ più vecchia che segnala come la cattiva nomea dei ceceni risalga alla notte dei tempi: «Un ceceno sta pescando. A un tratto ecco comparire per magia il solito pesciolino d’oro che, come sempre avviene nelle favole, offre al pescatore di soddisfare tre desideri. Il ceceno però non sa cosa chiedere. “non riesco a farmi venire in mente nulla, non potresti darmi un suggerimento?”. “Beh”, risponde il pesciolino “poco fa sono stato pescato da un ucraino che mi ha chiesto di procurargli un’enorme cassa piena d’oro, di gioielli e di dollari”. Al che il ceceno dice: “Ci sono: dammi l’indirizzo dell’ucraino”».

Insomma, un libro che va bene se questa estate volete farvi due risate sotto l’ombrellone.

Ben Lewis

Falce e sberleffo

Una storia del comunismo attraverso la satira

Piemme

Milano, 2009

Pagine 475

Traduzione: Franca Genta Bonelli

Euro 19