Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

PIOVONO PIETRE, SERENE, MODERATE E SOPRATTUTTO A CHILOMETRI ZERO

Linea 94. Pioggerellina e freddo autunnale. Un tipo, con cuffiette d’ordinanza sta leggendo un libro. Ride. Da solo, come uno scemo.

Quello scemo sono io. E il libro è Piovono pietre di Alessandro Robecchi che Laterza ha appena mandato in libreria.

Compratelo, fatevelo prestare o noleggiare. Ma soprattutto leggetelo.

Le “cronache marziane da un paese assurdo” si snodano su alcuni concetti chiave: la serenità, il moderatismo e il chilometro zero.

Sereni d’Italia è il primo paragrafo che già vale il prezzo del biglietto, anzi del volume: «Sereno. È quasi sempre una parola ostentata, comunicata al mondo e proclamata. C’è chi tiene a far sapere in giro che è sereno, lo grida e lo rivendica. Lo scrive e lo timbra come un’autocertificazione. Mi chiedo perché. Dubito che lo farebbe uno che è sereno sul serio, seraficamente intento a godersi la sua serenità senza farsi un vanto o un annuncio per le masse. C’è dell’ipocrisia, inutile negarlo. Dice “sono sereno” chi non è sereno per niente, è un’affermazione con la smentita incorporata, una palinodia in tempo reale. Viene il sospetto che “sono sereno” sia una scappatoia buona per quando si resta senza parole. Non proprio un’alzata di spalle, non ancora ma qualcosa che la precede, una mossa propedeutica al mettersi il cuore in pace. Diciamolo il “sono sereno” suona un po’ come un “ma lasciatemi in pace”. Amen.». Robecchi, da genio della satira qual è (collabora d’altronde con Crozza e fa le Figu su Rai 3), nel testo non dimentica anche Piergianni Prosperini che, al momento dell’arresto, più che sereno si disse “bello tranquillo, paciarotto”.

E paciarotto è anche Robecchi quando affronta il secondo cardine del suo libro: il moderatismo. Se la prende col “Bokassa dei moderati”, dallo stile di vita moderatissimo: «Costruirsi un vulcano in giardino non vi pare un illuminante segnale di sobrietà? Solo gente moderatamente cieca potrebbe scambiare tutto ciò per moderatismo. Eppure.»

Eppure Robecchi (che definisce il Grande Fratello, «una cosa demodé come il rosolio») si occupa del moderatismo imposto a noi telegiornalisti. Come le colleghe del Tg1 criticate perché “fanno le facce”: «A questo siamo. Al moderarsi la faccia, alla censura delle espressioni del viso. Il che è bizzarro, a pensarci, di fronte a visi pochissimo moderati: labbra gonfie come gommoni Zodiac, zigomi sostenuti da putrelle in silicone, iniezioni di botulino. Ma fare una faccia perplessa no, non è consentito».

Ma si rivolge anche ai giornalisti economici, alle frasi fatte di chi segue l’andamento della finanza, alle “espressioni figurate” e “descrizioni immaginifiche”: «Tipo la Borsa che si muove in territorio negativo, come se fosse una specie di giungla dove le azioni vengono catturate e forse mangiate da chissà quale selvaggio feroce e incivile. Mentre se la Borsa si muovesse in territorio positivo sarebbe, chissà, uno scampanellare di cherubini ricchi in euro, dollari o materie prime, che festeggiano gioiosi perché la Borsa sale. Il che significa, dati i tempi, che qualcuno ha perso il lavoro, che quel che si faceva a Padova ora si fa in Moldova, che costa meno. Su le azioni, hurrà! Territorio positivo! E un sacco di nuovi poveri che non sanno che fare. Forse girano a vuoto, esuberi umani, incazzati come cobra».

Ultima icona moderna, il chilometro zero: «Se devo dirla tutta, questa faccenda del chilometro zero, presa alla lettera, può portare alla denutrizione. Ad esempio: io abito nel centro di Milano. Dunque, ho passato due giorni a fare l’elenco di cosa potrei mangiare che sia allevato o coltivato, o che cresca spontaneamente, a meno di un chilometro da casa. Alla fine ho optato per certe bacche raccolte ai giardinetti, di cui ignoro tutto e specialmente se siano commestibili, e una gustosa insalata scovata in un’aiuola spartitraffico. Purtroppo non esistono ulivi, né saline e dovrò mangiarla scondita. Non importa. È il principio che conta». Ma non solo: «Chi voglia affinare le sue qualità di animale tecnologico totale mangiando a “chilometri zero” nel centro di una grande città è bene che si alleni. Catturare un piccione non è poi così difficile: se ne trovano di zoppi, perché il traffico cittadino ha anche i suoi pregi».

Potrei continuare, ma poi non finisce che non me lo leggete.

Un tempo Piovono pietre era la trasmissione mattutina di Robecchi su Radio popolare. Quel risveglio – tra il divertito e l’amaro – non c’è più da anni. Ma è lo stesso spirito che alimenta queste pagine.  Per chiudere con una citazione interna al volume, è una delle cose per cui vale la pena vivere.

Ad maiora.

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Alessandro Robecchi

Piovono pietre

Editori Laterza

Bari, 2011

Pagg. 181

Euro: 15

SIATE AFFAMATI, SIATE FOLLI

You can’t connect the dots looking forward.

You can only connect them looking backwards.

So you’ve to trust that the dots will somehow connect in your future.

You’ve to trust in something – your gut, destiny, life, karma, whatever.

This approach ha never let me down, and it has made all the difference in my life.

Come lettura domenicale consiglio il librino che il Corriere della sera ha realizzato per la morte di Steve Jobs (e che è in vendita nelle edicole). Si intitola “Stay Hungry, Stay Foolish”, titolo ovviamente tratto dal finale dell’incredibile discorso tenuto dal fondatore della Apple a Stanford sei anni fa, discorso che viene pubblicato con la traduzione a fronte e soprattutto analizzato a fondo grazie alle spiegazioni di Andrea Fontana, docente di Storytelling a Pavia, intervistato da Alessio Ribaudo. Un discorso che è rimbalzato milioni di volte in rete in queste settimane, ma che non può stancare:

Nel libro si analizza la «vita di un genio che ha cambiato le nostre vite», un guru capace di «commercializzare benessere spirituale high tech». Capace di fare il suo ultimo intervento pubblico al consiglio comunale di Cupertino per sponsorizzare il nuovo campus Apple:

Un genio, da poco scomparso, che in realtà non ha inventato nulla, ma che è stato, come scrive Massimo Sideri, «un architetto delle nostre vite», un innovatore che ha portato tutto a portata di clic, anzi di dito e di carta di credito: «Le applicazioni hanno un che di catartico: è come se pagassimo delle medicine per essere più spensierati, stare meglio, è una nuova forma di consumo e di fruizione di beni e servizi che ha un aspetto spirituale».

Spiritualità che si ritrova nella descrizione di Matteo Persivale di Jobs come “buddista anomalo”. La sua pubblicità più famosa è d’altronde molto zen:

il sogno americano che viene raccontato nel libro è tratti accondiscendente (i suicidi nelle fabbriche cinesi della Apple non riguardano il passato, come scritto, ma purtroppo anche il presente) e pone molti giusti interrogativi sul futuro di un’azienda che ha perso il suo condottiero.

Un uomo, a giudicare anche da questo libro, che non sarà facilmente sostituibile. L’importante è, come diceva lo stesso jobs nel discorso ai laureandi, “don’t settle”, non accontentarsi.

Ad maiora.

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Stay Hungry. Stay foolish.

Il Corriere della sera

Testi di Massimo Gaggi, Paolo Mereghetti, Matteo Persivale, Alessio Ribaudo, Edoardo Segantini e Massimo Sideri

Pagg. 107

Euro 2,80

LE LETTERE DAL CARCERE DEL COMPAGNO HONECKER

Mentre leggevo gli “Appunti dal carcere” di Erich Honecker mi è cascato l’occhio su un servizio di un giovane collega del Tg1. Da Berlino raccontava l’intrusione del governo tedesco (con un cosiddetto Bundestrojan) nella vita privata dei suoi cittadini, attraverso un sofisticato meccanismo di controllo.

Il governo è quello della Rft (Repubblica federale di Germania). Eppure il giornalista (con immagini al seguito) parlava delle “Vite degli altri” pellicola che racconta il controllo della Stasi sui cittadini della Rdt (Repubblica democratica di Germania). Non è esattamente la stessa cosa. L’Rdt è stata assorbita, dopo la caduta del Muro di Berlino, dalla Rft. Per Honecker, che guidò la Germania socialista per quasi un ventennio, si trattò di Anschluss, un termine non usato a caso.

Il libro di Honecker (uscito in Germania nel 1990 e nel nostro paese solo lo scorso anno per le Edizioni Nemesis) è interessante perché è noto che la storia la scrivono sempre i vincitori. È invece importante leggere il pensiero di chi stava dall’altra parte del Muro di Berlino, e si battuto perché tutto quello che ha rappresentato la Germania socialista non venisse buttata via come un panno sporco. Seguendo la scia del Tg1, a me è venuto in mente quel capolavoro che è “Good by Lenin”. Lì si rideva amaramente. Nel testo dell’ex segretario della Sed (Il Partito socialista unificato di Germania) non c’è invece mai spazio per il sorriso. Anche perché è stato per larga parte scritto in carcere: Honecker processato per i crimini del Muro, verrà scarcerato solo per ragioni di salute e morirà da esule in Cile. Per il socialista tedesco fu la seconda detenzione nello stesso penitenziario di Berlino: il primo era stato durante il nazismo.

Honecker nei suoi appunti carcerari rivendica di non aver perso la fede nel socialismo e insiste sulla lotta di classe (su scala mondiale): «Attualmente teorici e uomini politici di sinistra sono riluttanti a utilizzare l’espressione “lotta di classe”, cosiccome altri concetti della teoria marxista chiari nel contenuto e cercano di sostituirli con un’illusoria guarigione, frutto della capacità autosuggestiva del capitalismo». Nel suo mirino, oggi come allora c’è proprio il capitalismo: «Lo si chiama “economia di mercato” perché si ha vergogna della sua vera natura».

Gli strali del dirigente politico (di una Germania che non c’è più) sono rivolti soprattutto verso Gorbaciov e la sua perestrojika che ha fatto franare tutto il sistema. Ma se la prende anche coi suoi ex compagni di partito che accetteranno compromessi pur di rientrare nel gioco politico della Germania unificata (in particolare Gregor Gysi che invece, personalmente, mi ha sempre fatto ottima impressione – ma io non ho una formazione marxista e quindi non sono indicativo).

Per Honecker il crollo dell’Urss è qualcosa di estremamente negativo. E’ la stessa opinione di Vladimir Putin che non a caso guida oggi la Russia con le stesse forme di controllo dei vecchi regimi socialisti.

In queste ore in cui il capitalismo finanziario vacilla (grazie anche al rating di improbabili società di revisione) le parole di Honecker non suonano però a vuoto.

Senza dimenticare, comunque che loro applicazione lasciò devastata la parte orientale della Germania (seppur, come puntualizza Honecker, dotata di buoni servizi sociali).

Ricordo quando – con l’amico e collega Walter Padovani – ai primi anni Novanta, fummo ammessi nelle sale dove gli spiati dal regime dell’Rft potevano leggere i fascicoli che li riguardavano. Dell’apertura degli archivi della Stasi mi sono rimaste impresse le tante lacrime che cadevano su documenti e fotografie: condensavano la sofferenza di chi scopriva – carte alla mano – che non solo tutta la sua vita era stata spiata, ma che in parte era stata deviata anche dal regime (con finte amicizie, finti fidanzati, finte vacanze) per carpire informazioni.

Ricordi giornalistici che mi fanno leggere con un po’ di distacco il testamento politico del compagno Honecker.

Ad maiora

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Erich Honecker

Appunti dal carcere

Edizione Nemesis

Milano, 2010

Pagg. 146

Euro 8

PUTIN? FARA’ LA FINE DI FRANCO O DI MUSSOLINI

Dopo due soli minuti dal nostro incontro (per un’intervista televisiva) con la sfrontatezza che mi caratterizza, informo Julia Latinina che a dicembre come Annaviva pensiamo di tornare a Mosca per seguire le elezioni politiche. Lei che da anni sfida il regime putiniano, sorride e mi risponde: “Elezioni? Ci sono ancora le elezioni nel mio paese?”.

Classe 1966, la rossa Latinina (mi ha ricordato la Bocassini, non solo per la tonalità dei capelli) è in Italia per presentare “Il richiamo dell’onore” (Marco Tropea), bel romanzo nel quale racconta quel micidiale mix di violenza e affari illeciti che caratterizza il Caucaso. Quando le chiedo quale se, per la Russia, il problema principale sia il terrorismo o la corruzione, mi ribatte domandandomi se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Julia è considerata l’erede di Anna Politkovskaja. Ma chiunque lavori per la Novaja Gazeta e non abbia peli sulla lingua nel denunciare il tandem Putin-Kadyrov, non può non fare tornare alla mente la collega assassinata cinque anni fa.

Nel libro la Latinina affronta il nodo del Caucaso raccontando le gesta di un terrorista (Nijazbek, nome che fa anche il titolo originale dell’opera) che cerca, a suon di uccisioni, di imporre una sorta di logica fatta di islam e regole di rispetto clanico, ma anche di buon buon senso: «La vita di Nijazbek era guidata da un principio fondamentale: fare ciò che doveva essere fatto e farlo nel momento giusto. Nijazbek disprezzava le persone che passavano la vita a cercare scuse per non fare quello che era necessario fare». Se Salvatores invece che Lilin avesse letto la Latinina forse avrebbe tratto da questa storia il suo film (ma di sicuro non avrebbe goduto degli stessi fiumi di inchiostro su Repubblica).

Alla fine, come si conviene a queste storie russe (inventate o meno) muoiono tutti o quasi. Guerriglieri islamici come plenipotenziari russi che cercano di mettere insieme i cocci di un matrimonio – quello tra il Cremlino e il Caucaso – finito da decenni.

Nel “Richiamo dell’onore” non si uccide ma si mutila perché «i morti riposano sottoterra e nessuno li vede, i mutilati invece li vedi nelle stazioni del metrò che chiedono la carità». È la stessa terribile logica con la quale un guerrigliero-terrorista in sedia a rotella non può fare altro che usare le armi perché «con la sua invalidità non è in grado di picchiare nessuno: non può far altro che ammazzare». O per la quale un altro leader caucasico «si comportava con gli esseri umani come se fossero insetti: e si sa che gli insetti, se maltrattati, possono pungere».

Anche in Cecenia, come ricorda benissimo la collega Latinina, il 4 dicembre si voterà per le politiche. L’ultima volta il partito del potere putiniano (Russia Unita) raggranellò solo il 99,5%. Nel romanzo, si capisce il meccanismo di questa larga vittoria: «Nella fase di conteggio dei voti, un fucile puntato alla testa di uno scrutatore o di un presidente di seggio vale più della volontà espressa da mille elettori».

«La Cecenia – ha spiegato Julija Latinina nell’intervista – dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja e soprattutto di Natalia Estemirova è diventata un buco nero dell’informazione: nessuno può più fare reportage da lì». E quando le chiedo cosa pensa del ritorno di Putin al Cremlino prima è tagliente («non è che ci torna, non se ne è mai andato») poi definitiva: «I presidenti a vita finiscono in due modi: o come Franco o come Mussolini”.

Ad maiora

Andrea Riscassi

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Julia Latinina

Il richiamo dell’onore

Marco Tropea editore

Milano, 2011

Traduzione (veramente bella): Mario Alessandro Curletto

Pagg. 318

Euro 17

MEGLIO L’UOVO OGGI O LA PENSIONE DOMANI?

«Abbiamo salvato le pensioni», ha continuato e continua a ripetere orgoglioso il Cerchio magico leghista. Non è stato e – soprattutto – non sarà un grande affare. Il perché lo potete scoprire nel libro “Senza pensioni” (Chiarelettere) dei colleghi Walter Passerini e Ignazio Marino che domani – 5 ottobre alle 18 – verrà presentato alla Libreria Feltrinelli Duomo di Milano.

Nel volume sono analizzate tutte le riforme pensionistiche che si sono succedute in questi anni. Soprattutto quelle che una pavida classe politica non ha affrontato per impedire la “bomba previdenziale” che scoppierà in faccia alle giovani generazioni. Le ultime pagine del libro sono infatti tabelle dove viene calcolato a quanto ammonteranno le pensioni di chi sta iniziando a lavorare in questi anni o ha iniziato da pochi. Molti di loro faranno la fame, rischiando pensioni al di sotto dell’assegno sociale (oggi di 300 euro). L’invito dei due colleghi è di iniziare a mettere da parte dei soldi per una integrazione privata. Invece di fare mutui per la macchina, forse meglio pensare alla pensione anche se mancano tanti anni.

Anche perché il nostro sistema (che è il 14,1% del Pil, il doppio del resto d’Europa) è sempre a rischio collasso. Ogni crisi aziendale (frequenti in questi anni malgrado lo sciocco ottimismo berlusconiano) fa scattare pre-pensionamenti. Scrive Tito Boeri nell’introduzione al libro: «La ragione per cui  la spesa pensionistica è così alta in Italia è legata al fatto che non abbiamo mai voluto costruire un sistema di protezione sociale con coperture sufficienti contro i rischi che avvengono nel corso della vita lavorativa, usando invece le pensioni come ammortizzatore sociale».

Un ammortizzatore ormai arrugginito a leggere Passerini e Marino: «I paradossi sono molti: oggi sono i giovani atipici e gli immigrati a sostenere l’attivo delle casse previdenziali dell’Inps e a pagare le pensioni degli altri, mentre quando questi stessi andranno in pensione il mondo sarà cambiato e rischieranno l’assegno sociale”. D’altronde siamo un paese guidato da gerontocrati incapaci di pensare al medio periodo: “Né dall’Inps né dagli altri fondi o enti è mai arrivato in questi anni l’allarme che nessun sistema pensionistico, a eccezione di quello contributivo, avrebbe potuto reggere nel tempo senza caricare sulle future generazioni il prezzo di debiti incommensurabili». Il tutto mentre gli under 25 senza lavoro sono quasi il 30%.

A pagare sono sempre i più deboli, come spiegano Passerini e Marino parlando del recente “scippo sulle pensioni delle donne”: «I 4 miliardi risparmiati da qui ai prossimi 10 anni, in seguito all’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche a 65 anni, così come richiesto dall’Europa, avrebbe dovuto finanziare politiche a favore del lavoro delle donne, della conciliazione, degli asili nido, della maternità. Ma così non è stato, perché le voraci vestali della spesa hanno dirottato queste risorse verso altre voci contabili, che per far quadrare i conti con le donne non hanno nulla a che fare».

Che fare allora? Un paese con un minimo di credibilità manderebbe annualmente, come in Svezia, a tutti i cittadini una “busta arancione” nella quale comunicare il probabile calcolo della futura pensione. Il tutto sarebbe dovuto partire anche in Italia, ma come spiega Sergio Luciano il rischio è di «un esercizio tanto deprimente, soprattutto per i lavoratori più giovani, da risultare politicamente indigesto, controproducente, sconsigliabile».

Leggete il libro, fatevi i vostri calcoli da soli. E ricordatevi di tutta questa classe politica alle prossime elezioni.

Ad maiora.

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Walter Passerini e Ignazio Marino

Senza Pensioni

Chiarelettere

Milano, 2011

Pagg.192

Euro: 13,90