Per sport

L’oppio dei popoli.

Il St.Pauli vince il derby e continua a far sognare i tifosi


Qualche mese fa raccontammo dell’arrivo nella massima serie calcistica tedesca, la Bundesliga, di una delle poche squadre orgogliosamente antifasciste in Europa: il St. Pauli di Amburgo.

Nee recupero infrasettimanale, i ragazzi che hanno come base l’omonimo quartiere a luci rosse hanno battuto per 1-0 i ben più titolati cugini dell’Amburgo. Ha deciso un gol di Asamoah al sesto minuto della ripresa. Anche l’Asamoah tedesco, Gerald, classe 1978, è ghanese come Kwadwo che gioca nell’Udinese. Ma il primo, naturalizzato tedesco, ha giocato con la nazionale germanica. L’altro, colonna dei friuliani, gioca con la nazionale del Ghana.

Il St Pauli, undicesimo in Bundesliga, è a 28 punti, cinque sopra la retrocessione.

Potrà in questo modo, continuare a sostenere i progetti idrici a Cuba (il bandierone col Che è immancabile in curva) o vendere le magliette con il teschio e le tibie che sono il suo marchio-non marchio e che lo hanno reso noto ben oltre i confini patrii. La tifoseria del St Pauli sembra avere buoni rapporti, in Italia, con quella doriana, ternana e atalantina.

Giusto per dare un’idea di cosa significhi giocare al Millerntorn buttate un occhio a questo video nel quale le squadre entrano al suono di Hell’s Bell degli Ac/Dc:

http://www.youtube.com/watch?v=1YSkoXrabIk

Ad maiora.

Lukashenko, un leader che non vuole le opposizioni

“Quello che ieri si e’ cercato di fare a Minsk e’ banditismo. Si sono scatenati vandali e teppisti”. Così Aleksandr Lukashenko ha commentato oggi (nella conferenza stampa in cui si è vantato della sua nuova, scontata vittoria elettorale) gli scontri ieri dopo la comunicazione dei risultato elettorali per le presidenziali bielorusse.

Il presidentissimo ce l’ha con l’opposizione, che osa opporsi: “Non ci sara’ una rivoluzione in Bielorussia, abbiamo superato, con milioni di nostri concittadini, un esame di fronte alla Storia, alla patria e all’avvenire dei nostri figli”.

Linguaggio in puro stile sovietico, per un altro personaggio che – come Putin –  vincerebbe anche senza brogli e che invece non vuole confrontarsi con chi non la pensa come lui.

E così non si accontenta di vincere col 50,1%. No, vuole il plebiscito. 79% dei votanti.

Elezioni giudicate “truccate” dall’opposizione (bella ma inconsistente) che ieri ha cercato di invadere il palazzo che ospita il governo. Respinta dalle forze di sicurezza che hanno arrestato manifestanti a mazzetti (anche lì ci sono fermi preventivi degli oppositori per impedir loro di andare in piazza).

L’Unione europea condanna l’uso della violenza e chiede la liberazione degli arrestati. Mentre Mosca ha avallato il risultato elettorale. Lo stesso che l’Osce (che anche in Russia – Stato membro – fatica a lavorare) giudica “non trasparente”.

Il ministro degli Esteri , Frattini, ha espresso “preoccupazione” per le violenze e gli arresti “definiti inaccettabili”. Dopodomani incontrerà il suo omologo bielorusso cui esprimerà la posizione italiana. Staremo a vedere. Anche perché i rapporti tra i due Paesi sono davvero buoni. Pur non avendo i rapporti di amicizia che ha verso Gheddafi o Putin, a Berlusconi Lukashenko piace:

http://www.taurillon.org/Berlusconi-Loukachenko-presidents-amis

Ad maiora

Chi ha pagato gli ultra’ serbi?

Il quotidiano serbo Politika (un tempo vi colaborava anche il premio Nobel Ivo Andrić) anche oggi dedica ampio spazio alle cronache riguardanti gli ultrà serbi. Secondo una fonte del giornale, sarebbero stati pagati più di 200 mila euro per finanziare il gruppo di sessanta teppisti che ha messo a ferro e fuoco il Marassi di Genova.

L’obiettivo potrebbe essere quello di destabilizzare la Serbia per impedire un suo – futuribile – ingresso nell’Unione europea. In questo caso, dietro gli scontri potrebbero essere due boss del traffico di cocaina (che attualmente si sono dati alla macchia).

Ma non si esclude che vi potrebbe essere un tentativo di far cadere la giunta che guida la Federcalcio serba (Fss). Anche in questo caso, ovviamente, per ragioni di business.

Gli agenti serbi, intervistati dai colleghi di Belgrado, ritengono che la polizia italiana sia stata colta di sopresa all’inizio e abbia reagito bene durante e dopo gli scontri. Dalla Serbia sono comunque partiti 1.100 ultrà. Alcuni si sono mossi fin dal 6 ottobre, anche se il grosso è partito l’11.

In cella vi sono attualmente Ivan Bogdanov (30 anni) da Belgrado, il capo-curva, Srdjan Jovetic (20 anni), montenegrino, Daniele Janice (28) nato a Lubiana e Nikoli Kličković (31), da Novi Sad. Questi tifosi erano stati denunciati (daspati, si direbbe da noi) dalla polizia serba per “comportamento violento in occasione di manifestazioni sportive”.

In carcere sono anche Goran Stanic (25) da Knin, Nenad Radovic (30), Strahinja Toljagić (24) da Belgrado e Delic, Vladimir (28) di Novi Sad.

Secondo Politika, Ivan Bogdanov sarebbe arrivato dalla Serbia – il 10 ottobre – passando attraverso la frontiera di Kelebija, in Voivodina, a pochi chilometri dall’Ungheria.

La polizia serba ha ne frattempo arrestato 46 tifosi, una volta rientrati dalla trafserta genovese. Tra loro Alexander Zagorčić (28 anni) di Novi Sad, che martedì era stato ripreso mentre cercava di sfondare il vetro antiproiettile dello stadio. E’ stato arrestato al valico di frontiera di Batrovci, anche questo in Voivodina, vicino all’Ungheria.  La maggior parte degli arrestati sono di Belgrado, Novi Sad, Kragujevac, Nis. Il più giovane tra gli arrestati ha 19 anni, il più vecchio 34.

Arrestato il capo ultra’ serbo. Ivan, classe 1389

E’ stato arrestato alle tre del mattino Ivan Bogdanov, 29 anni, capo degli ultrà serbi (e della Stella Rossa), quello che ieri sera a Marassi era seduto sulla balaustra. Da lì bruciava bandiere albanesi e lanciava grida di battaglia.

La polizia lo ha trovato nascosto nel vano motore del pullman dei tifosi serbi che stava facendo rientro a Belgrado. E’ stato riconosciuto per la data incisa sull’avambraccio: 1389.

Su quella data, l’amico e collega Marco Braghieri ha, nottetempo, scritto queste considerazioni:

1389. Un numero, un tatuaggio. Il serbo che si è arrampicato sulla recinzione del Luigi Ferraris lo porta su un braccio. Ha un passamontagna da cui spuntano gli occhi azzurri, taglia la rete con una cesoia. Incita quelli che lo guardano, dagli spalti. Ma cosa significa 1389? È una data, una di quelle che i serbi considerano centrali nella loro storia. La data della battaglia della Piana dei Merli. Regno di Serbia da una parte, sultanato dei Turchi dall’altra. La sconfitta porterà, settanta anni dopo, alla dissoluzione dell’impero di Stefano Uros V. Praticamente tutta la nobiltà serba verrà uccisa.

Duijzings, in Religione e politica dell’identità del Kosovo, scriverà “la maggior parte della storiografia serba sostiene che dalla Battaglia del Kosovo i Serbi hanno subito centinaia di anni di oppressione da parte dell’impero Musulmano”. Per il vescovo Amfilochije Radovic, metropolita del Montenegro fu “il Golgota del popolo serbo… la perdita del regno terrestre, transeunte e conquista dell’eterno regno celeste”.

E davanti a centinaia di migliaia di persone, il 28 giugno 1989, il neo presidente serbo Slobodan Milosevic, pronunciò un discorso, proprio dalla Piana dei Merli, per il seicentesimo anniversario della battaglia. Iniziava così: “La Serbia, dopo molti anni, dopo molte decadi, ha riottenuto la sua integrità statale, nazionale, e spirituale”. Un’unità ottenuta togliendo al Kosovo l’autonomia concessa nel 1974. Era l’inizio del nazionalismo serbo, di quella che poi sarebbe stata la guerra jugoslava. Quasi un anno più tardi, il 13 maggio 1990, si doveva giocare Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. La partita non fu mai disputata, a causa di scontri fra le tifoserie. “Jugoslavia, calcio violento” titolava Repubblica. A venti anni di distanza, la serata di Genova. Con i serbi incitati da un ultrà col 1389 tatuato sul braccio.

Non è un particolare.

 

Sul 1389 consiglio la lettura di “Tre canti funebri per il Kosovo” di Ismail Kadaré. Penso lascerebbe a bocca aperta anche Ivan (il terribile).

Ad maiora

Ilicic, lo slavo del sud che segna per il Palermo

Josip Iličič, classe 1988, è il protagonista della buona partenza del Palermo in questo campionato italiano.

Il giovane centrocampista è nato a Prijedor, cittadina della Repubblica Srpska, non lontana dal campo di concentramento di Omarska. A un anno, dopo la morte del padre, la sua famiglia si è spostata a Kranj, in Slovenia (la città che ha dato i natali a Gregor Fučka, protagonista più di due lustri fa dell’ultimo scudetto milanese nel basket).

La famiglia del calciatore è di origini croate e lui anche qualche mese fa ha ribadito che avrebbe giocato con la nazionale slovena (“è tutta la vita che abito qui”.

Iličič, chiamato Jojo, è stato notato dai dirigenti del Palermo dopo una sfida europea col Maribor, dove il ragazzo giocava. Segnò pure nel 3-2 degli sloveni.

Subito scritturato, Iličič si è messo in luce con gol all’Inter, alla Juve e alla Fiorentina.  In queste due ultime partite, lo slavo del sud, ha contribuito alle vittoria dei rosanero.

Ad maiora.