Comunicazioni

Riflessioni random sulla comunicazione. Radio televisiva e no.

Giornalisti, astronauti e inchieste via internet

E’ difficile che chi fa il mestiere del giornalista si fermi a riflettere su come stia cambiando la professione. Spesso questi dibattiti sono appannaggio dei sindacalisti di categoria.

Oggi invece all’Università statale di Milano (Scienze politiche, per la precisione, corso di Storia del giornalismo della professoressa Ada Gigli Marchetti) il confronto è stato fra colleghi che materialmente realizzano pezzi, inchieste e reportage.

Ha iniziato Giannino della Frattina del Giornale che ha spiegato che i giornalisti in questi anni sono come astronauti poco preparati. I mutamenti sono così veloci che si fa fatica a governarli. Della Frattina (che è anche membro del Cdr) ha inserito in queste veloci novità anche l’inaspettato successo del Fatto quotidiano, ricordando come ormai siano passati i tempi in cui la foliazione del Corriere (non a caso chiamato Corrierone) arrivava anche a 80 pagine.

Tra le cause del cambiamento nella professione va annoverato l’aumento del prezzo della carta e la contrazione della pubblicità. Ma resta il fatto che sono sempre meno i lettori che acquistano un quotidiano (mancato il mitico tetto delle 7 milioni di copie, malgrado la free press).

Della Frattina ha ricordato come, in base alla Costituzione, c’è il diritto a informare ma anche e soprattutto a essere informati. Di qui la necessità di incrementare il numero di inchieste.

Già proprio la “scomparsa delle inchieste” era il tema intorno al quale abbiamo voluto chiamare i colleghi a riflettere. Nell’era twitter c’è ancora spazio per questa forma di giornalismo?

Per Gianni Barbacetto del Fatto quotidiano la risposta è affermativa anche se l’inchiesta non gode di buona salute. Politica ed economia non vedono di buon occhio chi vuole andare a vedere se le cose che ci vengono raccontate siano vere.

Per questo, a giudizio di Barbacetto, la rivoluzione internet può aiutare  – e molto – questa forma di indagine giornalistica. Occorre però guardarsi dalle bufale che girano sulla rete e, come un gioco di specchi, vivono di rimandi.

L’inchiesta è comunque complessa anche per i costi. Sono sempre di meno i quotidiani che mandano all’estero gli inviati. Per evitare la cosiddetta deskizzazione la soluzione potrebbe essere quella di alcuni siti informativi americani. Che chiedono ai loro lettori quali inchieste vorrebbero leggere e se sono disposti a investire qualche soldo per finanziarle. E’ un modo con cui, chi esce dalle scuole di giornalismo, può iniziare a lavorare.

Andrea Nicastro, inviato del Corriere della sera, ha invece mostrato agli studenti universitari come sia cambiando il lavoro (multimediale) dei giornalisti. Alla prima Guerra del Golfo (a parte chi era dietro il tavolo, gli altri erano troppo giovani per ricordare), Peter Arnett rivoluzionò la scena televisiva con dirette dall’Iraq. Il macchinario con cui trasmetteva pesava due tonnellate.

Nicastro ha mostrato le immagini che lui stesso ha realizzato nel buco dove di nascondeva Saddam. Girate con una piccola telecamera e inviate con un piccolo satellitare al corriere.it. Prime immagini dato che le telecamere dei broadcast non erano in grado di riprendere al buio, nel tugurio iracheno.

Sempre con tecnologia super-leggera Nicastro ha mandato “in onda” le immagini delle cariche di poliziotti in moto contro gli studenti iraniani (che salvarono poi dal linciaggio gli stessi agenti catturati dalla folla). Sequenze che, dal sito del Corriere, girarono per tutto il mondo, spacciate – dagli utenti – più come riprese di un passante che di un collega. Come se questo elemento potesse accreditare maggiormente la testimonianza.

E infine pochi mesi fa, l’inviato del Corriere è stato mandato nel Caucaso per fare un reportage che era sia per il cartaceo che per il sito. In questo ultimo contesto, si sta cercando di far capire come realizzare il quotidiano del futuro.

Quello che ragionevolmente soglieremo sull’ipad, iphone o pc.

Ad maiora.

Silenzio, riappaiono i minatori cileni

Siamo arrivati al settimo minatore cileno estratto. Davanti a duemila giornalisti. Stamattina (sveglio per lavoro) ho seguito riemergere in diretta tv Florencio Avalos, il caporeparto che è tornato in superficie alle 5.10 italiane.

Ho fatto zapping tra la tv italiana e la Bbc a quell’ora. Quando Florencio è comparso l’inviato inglese è stato in silenzio. Ha lasciato spazio agli effetti, ai rumori del posto, al rumore dell’abbraccio tra il minatore e suo figlio. Una cosa che apriva il cuore.

Il giornalista italiano continuava invece a commentare e a parlare.

E’ lo stesso discorso degli applausi ai funerali e nel minuto di “silenzio”. Perché non siamo più capaci di stare ad ascoltare?

Ad maiora.

Arrestato il capo ultra’ serbo. Ivan, classe 1389

E’ stato arrestato alle tre del mattino Ivan Bogdanov, 29 anni, capo degli ultrà serbi (e della Stella Rossa), quello che ieri sera a Marassi era seduto sulla balaustra. Da lì bruciava bandiere albanesi e lanciava grida di battaglia.

La polizia lo ha trovato nascosto nel vano motore del pullman dei tifosi serbi che stava facendo rientro a Belgrado. E’ stato riconosciuto per la data incisa sull’avambraccio: 1389.

Su quella data, l’amico e collega Marco Braghieri ha, nottetempo, scritto queste considerazioni:

1389. Un numero, un tatuaggio. Il serbo che si è arrampicato sulla recinzione del Luigi Ferraris lo porta su un braccio. Ha un passamontagna da cui spuntano gli occhi azzurri, taglia la rete con una cesoia. Incita quelli che lo guardano, dagli spalti. Ma cosa significa 1389? È una data, una di quelle che i serbi considerano centrali nella loro storia. La data della battaglia della Piana dei Merli. Regno di Serbia da una parte, sultanato dei Turchi dall’altra. La sconfitta porterà, settanta anni dopo, alla dissoluzione dell’impero di Stefano Uros V. Praticamente tutta la nobiltà serba verrà uccisa.

Duijzings, in Religione e politica dell’identità del Kosovo, scriverà “la maggior parte della storiografia serba sostiene che dalla Battaglia del Kosovo i Serbi hanno subito centinaia di anni di oppressione da parte dell’impero Musulmano”. Per il vescovo Amfilochije Radovic, metropolita del Montenegro fu “il Golgota del popolo serbo… la perdita del regno terrestre, transeunte e conquista dell’eterno regno celeste”.

E davanti a centinaia di migliaia di persone, il 28 giugno 1989, il neo presidente serbo Slobodan Milosevic, pronunciò un discorso, proprio dalla Piana dei Merli, per il seicentesimo anniversario della battaglia. Iniziava così: “La Serbia, dopo molti anni, dopo molte decadi, ha riottenuto la sua integrità statale, nazionale, e spirituale”. Un’unità ottenuta togliendo al Kosovo l’autonomia concessa nel 1974. Era l’inizio del nazionalismo serbo, di quella che poi sarebbe stata la guerra jugoslava. Quasi un anno più tardi, il 13 maggio 1990, si doveva giocare Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. La partita non fu mai disputata, a causa di scontri fra le tifoserie. “Jugoslavia, calcio violento” titolava Repubblica. A venti anni di distanza, la serata di Genova. Con i serbi incitati da un ultrà col 1389 tatuato sul braccio.

Non è un particolare.

 

Sul 1389 consiglio la lettura di “Tre canti funebri per il Kosovo” di Ismail Kadaré. Penso lascerebbe a bocca aperta anche Ivan (il terribile).

Ad maiora

Carlo Rivolta, travolto dal riflusso

Un regista dovrebbe farci un film, scrive Concetto Vecchio nell’introduzione di questo bel libro di Andrea Monti “Travolto dal riflusso”, dedicato al collega Carlo Rivolta, ucciso dalla droga a soli 32 anni. Sarebbe un film in bianco e nero, temo, vista la distanza tra il giornalismo di oggi e di allora. E visto che in una redazione moderna, come ricorda giustamente la madre di Rivolta, invece di stordirsi con l’eroina, forse – strafatto di coca – Carlo potrebbe anche fare carriera.

Giornalista di sinistra, da Paese sera a Repubblica, da Lotta continua a Il manifesto, Carlo Rivolta ha seguito tra gli anni Settanta e Ottanta la fine del movimento studentesco, venendo appunto “travolto dal riflusso”. Attaccato da destra e da sinistra per le sue cronache sulle manifestazioni (che trovate nel volume edito da Ets) Rivolta finisce isolato anche nella sua redazione. Come scrive Andrea Monti, «un giornalista serio non adatta la realtà alle proprie opinioni politiche», anche se lo stesso Rivolta – in un’intervista testamento pubblicata da Prima comunicazione – dirà: «Certo non ero obiettivo, ma non penso si possa esserlo».

Affronterà anche la gioventù che rifiuta il riflusso e si butta nel terrorismo, ormai al capolinea. Un Rivolta che critica le pressioni incrociate cui era sottoposto: «Posso scegliere di cedere o di sfidare chi mi minaccia, in tutti e due i casi non sarà una scelta libera».

Viene anche minacciato dagli estremisti di sinistra («Ci si abitua a pensare a se stessi come persone che vivono guardando il faccia l a morte») ma sarà alla fine ucciso proprio dalla droga, che gli darà spunto anche di racconti “autobiografici” sulla vita dei tossici, sempre a caccia di roba buona.

Nel libro, Monti raccoglie anche le testimonianze di amici, parenti e colleghi come Gad Lerner («Allora ci sentivamo soprattutto militanti, interpreti del movimento, non professionisti») o Giampaolo Pansa («Un giornalista mai banale, in certi casi geniale, avidamente curioso dell’umanità, mai complice di un potente, mai al servizio di nessuno, neppure della propria carriera, non un burocrate dell’informazione ma un uomo che viveva attraverso i suoi articoli, e capace d’indignarsi, di soffrire e di piangere scrivendo»).

Ci sono anche considerazioni più critiche che ragionevolmente sarebbero state condivise dallo stesso Rivolta («Forse non sono adatto per questo mestiere»).

Un libro adatto a chi voglia intraprendere la professione di giornalista (come lo stesso autore del libro) dal quale mi sono appuntato tre frasi su questo mestiere che finiranno dritte dritte nel mio elenco di massime. La prima riguarda le prove di concerto alle quali partecipa anche chi scrive: «Bisogna rassegnarsi a suonare musiche a comando: con il proprio stile, certo, la propria interpretazione. Puoi rivoltarti, ma allora o produci cattiva musica o rendi indigeribile l’orchestra. O ci stai o non ci stai. La cosa grave e’ che non ti fanno suonare se sei bravo o no, ma se dici sì al direttore d’orchestra».

La seconda mi ricorda molto il mio mito russo: «In che cosa può consistere l’onestà di un giornalista? Nel riferire esattamente ciò che vede, nel tentare cronache puntuali, nel non accettare imposizioni esterne rispetto al suo lavoro».

La terza è più che mai di attualità in questi giorni post-Avetrana: «Si misura lo spessore umano di un giornale da come dà la cronaca, se fa a brandelli la gente o cerca di aiutarla».

Ad maiora

Andrea Monti

Travolto dal riflusso

Edizion ETS

Pisa, 2010

Euro 13

 Con Rosi Brandi e Daniele Biacchessi presenteremo il libro di Andrea Monti su Carlo Rivolta il 21 ottobre (ore 21) al Circolo Arci Métissage via De Castilla 8 (Milano)

Fenomenologia di Studio Aperto

Distratti come siamo dalle polemiche sul Tg1 e sui suoi servizi di alleggerimento (che, ahinoi, fanno alzare gli ascolti: nell’era preminzoliniana la seconda parte del tg spingeva il pubblico verso il Tg5), molti non fanno più caso al telegiornale che ha dato la linea a questa tendenza “tg uguale cazzeggio”: Studio aperto.

E come sempre, il maestro batte l’alunno.

L’elenco dei servizi andati in onda nell’edizione di oggi alle 18.30 è esemplificativa di un certo modo di fare giornalismo. Tolti i servizi “di rigore” (nave turca attaccata dagli israeliani, festa della Repubblica e manovra anti-crisi) la parte alleggerimento inizia praticamente da subito.

Si comincia con la cronaca nera. Il processo contro Amanda Knox. Un processo parallelo a quello per l’omicidio: calunnia. Ma è l’occasione di parlare del nuovo look della ragazza americana condannata in primo grado per aver ucciso l’amica inglese. I capelli corti spingono il giornalista a fare paragoni sul look: “la biondina dagli occhi di ghiaccio ora ha i capelli alla garçon”. Mah.

Andiamo poi agli Esteri. Due notizie che concernono il Regno Inglese de quale, chissà perché, molti direttori sembrano sudditi. E così due bei servizi, uno sul possibile omicidio di Lady D (un sempreverde) con i legali di Al-Fayed che annunciano l’ennesimo possibile scandalo (su mine antiuomo), l’altro su Sarah Ferguson che invece si pente in diretta tv di aver chiesto la tangente (a un giornalista in incognito) per far incontrare l’ex marito, il principe Andrea.

I reali vanno forte a Studio aperto. Poco più in là, servizio sul principino nostrano che, dopo Sanremo , danze e canti, si prepara a fare l’attore. In una sit-com sexy. A me personalmente sono venute in mente avventure milanesi hard di altri membri (e non ridete per il termine) della famiglia. Ma sono malevolo.

Dopo le teste più o meno coronate, ecco gossip e dintorni. Prima un altro classico: Corona che, a sorpresa, sembra non abbia più successo con le donne. Dopo i cuccioli dei ricchi che non riescono a dormire senza lo yacht, anche questo è un argomento sul quale riflettere (io, comunque, per inciso, non ci credo a ‘sta storia di Corona che va in bianco: magari domani al bar attivo un dibattito sul tema).

Se non bastassero Corona e Belen, ecco un pezzo su Aida Yespica che aveva una depressione (“non riesco più a fare l’amore) dalla quale è uscita confessandosi a “Chi” (settimanale top in questo senso) e innamorandosi di Teo Mammuccari (“un vero uomo”).

Rasserenati sui problemi sentimentali delle star di oggigiorno, eccoci di nuovo in ansia per i cerchi nei campi di grano. In Brianza. Imperdibili. Ma, basta tematiche così alte, il servizio successivo è su una classifica tra la ragazza più bella del mese. A maggio vince Melita (l’ho incontrata al Meeting di Rimini,e posso confermare).  A ruota un pezzo imperdibile sulla “prova costume” con un po’ di donne copertina con rotolini di grasso e buchi da cellulite: immagini che dovrebbero rasserenare “quelle che non ce la faranno” entro l’estate. Il consiglio? Costume intero.

Si chiude di nuovo con gli Esteri, con un pezzo, veramente gustoso sui maiali alle Bahamas. Maiali nel senso degli animali. Che però nel servizio, chissà perché, fanno il bagno per la gioia dei turisti che gli lanciano il cibo. Tutto in un solo “tg”.

Quando alle 19 parte Studio Sport, sembra di tornare sulla terra. Servizi senza cazzeggio, su Capello, Benitez e Valentino Rossi. Temi forse più leggeri. Che però a confronto col nonsense precedente, ti dà un ottimo metro di paragone.