Università degli studi di Milano

L’informazione scientifica in tv: da Piero Angela alla PopScience

Una delle tesi in discussione oggi alla Statale di Milano affronta il rapporto non sempre facile tra la televisione e la scienza. Di programmi. Lisa Varalli, nel suo studio prende in esame 43 programmi scientifici rintracciabili nei palinsesti delle tv italiane. Più della metà di questi programmi sono in onda sulle televisioni a pagamento a dimostrazione che la scienza, se ben fatta, ben presentata è un “prodotto” interessante da vendere al grande pubblico.

Varalli parte dall’analisi degli Angela (sorta di totem della divulgazione scientifica in Italia) con i loro storici programmi sulle reti del servizio pubblico. Ma analizza anche e soprattutto quelle nuove trasmissioni che hanno reso ancora più appetibile la scienza a un vasto pubblico. Di qui la conduzione affidata a personaggi noti ma anche e soprattutto quelli pop che cercano un maggiore coinvolgimento del pubblico a casa, proponendogli sorta di sondaggi, sul modello (inutile) del migliore in campo alla fine delle telecronache di calcio.

Insomma, un elaborato come mostra l’evoluzione (o involuzione) della comunicazione scientifica nel nostro paese.

Ad maiora

Formazione obbligatoria per i giornalisti. La mia piccola esperienza a caccia dei dannati crediti

Tra le tante cose negative per cui andrà ricordato il breve governo Monti, oltre alla Legge Fornero (col suo carico di esodati) non si può dimenticare la riforma Severino sugli ordini professionali. Anziché abolire quelli inutili, la legge ha loro affidato la cura della Formazione professionale continua. Detto in pillole, per quanto riguarda la mia categoria, tutti i giornalisti devono conquistare, in tre anni 60 crediti formativi, pena il rischio di essere esclusi dall’Ordine stesso (e ragionevolmente perdere il lavoro, per quei fortunati che l’hanno).

L’obbligo di aggiornarmi non mi garba, ma – tant’è – mi sono messo di buzzo buono a cercare di conquistare questi dannati crediti.

I corsi gratuiti sono pochissimi e vanno esauriti a poche ore dall’apertura, quindi – come esercizio propedeutico alla formazione – bisogna trascorrere molto tempo sulla piattaforma on line dei corsi per capire se, in zona, ce ne sono di gratuiti, ovviamente nei giorni in cui non si è in redazione (non è previsto che possa assentarmi dal lavoro, dicendo: vado a formarmi un po’).

A giugno sono riuscito a iscrivermi (a fatica) e a partecipare a un corso sulla Deontologia sportiva. Essendo passato allo sport, mi sembrava un tema consono a quel per cui sto lavorando. Pochi i cronisti sportivi a quel corso. Tutti – giustamente direi, vista la logica – interessati fondamentalmente ai crediti.

Sul sito dove sono conteggiati i crediti (10) per quel corso – deontologico – è stato però alla fine segnato come corso “non deontologico”. Quindi dato che c’è l’obbligo di fare corsi “deontologici” penso che ne farò un altro, magari online. La deontologia, si sa, non è mai troppa. Ma i miei dubbi sull’organizzazione rimangono.

Questa settimana ho partecipato invece a una iniziativa milanese – sempre gratuita – che durava tre ore e che garantiva tre crediti formativi.

Tre ore lunghissimi visto che non c’era una slide una ad accompagnare il fiume di parole che venivano riversate sull’aula (pienissima, ovviamente). La struttura della mattinata era stata così congegnata: i primi 45 minuti (si è iniziato pure con il quarto d’ora accademico di ritardo) d’introduzione da parte del presidente dell’Ordine dei giornalisti regionale (su come è cambiata la professione). A seguire un altro quarto d’ora di introduzione della presidente del Circolo della stampa (che ospitava l’incontro), anche però nella veste di leader sindacale. Poi il protagonista: il direttore della Gazzetta di Mantova (la conferenza era sui 350 anni dello storico quotidiano) che ha parlato una ventina di minuti e mostrato un video sulla mostra dedicata al quotidiano, allestita nella città virgiliana. Al direttore è seguito un collegamento Skype (ma sembrava registrato) di un collega che vive negli Stati Uniti  che parlava del giornalismo locale a stelle e strisce. Poi due docenti universitari. Il primo ha riparlato del ruolo del giornalista moderno. La seconda, sulla storia dei Gonzaga: nomi e date che mi si sono accavallate nella mente come bacchette dello Shangai. Che non ho osato affrontare.

Alla fine le mie righe di appunti erano così limitate da essere risibili. Non so quanto la mia capacità professionale (di ex giornalista di testata locale) sia cresciuta. Ma intanto mi avvicino alla quota annuale. Di 20 crediti.

Chiedendomi che senso abbia tutto ciò.

Ad maiora

Ps. Sono previsti crediti aggiuntivi anche per chi insegna. Tematiche giornalistiche, ovviamente. Ho presentato mesi fa la documentazione per il mio tutoraggio al Master di giornalismo (dell’Ordine,peraltro) e per il corso di giornalismo radio-televisivo che tengo alla Statale di Milano.

Per ora non mi sono stati assegnati crediti e nessuno, via mail, ha risposto alla domanda su quanti me ne spettassero. Giusto per capire quanti crediti mi manchino per raggiungere la quota indicata.

Non mi resta che continuare a “formarmi” come previsto dalla burocrazia.

Ma poi: siamo sicuri che tutti i giornalisti italiani si sobbarcheranno questa formazione? E quanto ci formerà questa formazione?

A chi riesce a rispondere a questa domanda regalo uno dei dieci crediti che al momento ho, faticosamente, conquistato.

 

Mercoledì ultimo ricevimento

Il 2 luglio è l’ultimo giorno di ricevimento prima della pausa estiva. L’orario è sempre dalle 9 alle 10 in aula A13 a Storia (secondo piano).
Il ricevimento riprenderà a settembre.
Martedì primo luglio ultima sessione di esami estivi. In aula 104.
Gli appelli successivi sono il 17 settembre e il primo ottobre.
Ad maiora

Da Quelli che…il calcio a Quelli che il calcio. Analisi di un talk show sportivo

C’era una volta…e c’è ancora. Anche se tutto è cambiato, intorno a lui.

È un po’ questo il filo conduttore della tesi di laurea specialistica di Elisabetta Vinciguerra in discussione in questi giorni alla Statale di Milano. Il focus di questo lavoro è infatti su uno storico programma Rai: Quelli che il calcio.

La tesi, dopo aver analizzato lo sport in tv e il ruolo dei talk, parte dalle origini di questo talk show sportivo che ha avuto come primo conduttore Fabio Fazio, con spalle del calibro di Teo Teocoli e Anna Marchesini, ma anche Suor Paola (la zia simpatica di Suor Cristina) e Peter Van Wood. Erano anni in cui i soldi di Sky e Mediaset non erano abbastanza per comprarsi ogni spazio del mondo del calcio in tv e nei quali anche un programma come Quelli che poteva collegarsi dagli stadi, anche solo per vedere l’esultanza dei tifosi (e, perché no, del Leone di Lernia).

Dopo il 2000 il programma deve necessariamente cambiare veste e adattarsi pian piano alla rigidità delle regole imposte dalla concorrenza. Simona Ventura, che prende il posto di Fazio, inserisce nel talk show sportivo personaggi di altri talk da lei condotti (L’Isola, Music Farm e X Factor). Dal 2005 lo spazio riservato al calcio diminuisce radicalmente. Mediaset, dopo aver acquistato i diritti sui campionati, impedire qualunque collegamento dagli stadi e cerca addirittura di impedire al programma di Raidue di dare i risultati delle partite. Ma invano.

Si arriva infine a Victoria Cabello e Nicola Savino. Gli ospiti (a volte) parlano di calcio, ma ormai sono fondamentalmente personaggi televisivi a tutto tondo. E sono proprio quelli che, secondo il sondaggio che la studentessa ha realizzato tra il pubblico, attirano gli ascoltatori.

Insomma, una tesi che analizzando un programma riesce a raccontare come si è evoluta (o involuta) la tv del nostro paese.

Ad maiora

La Tv partecipata: coinvolgere per fidelizzare

Tra i tanti tormentoni di cui mi occupo nelle mie lezioni in Statale, c’è anche quello su come la nuova televisione interagisca con il pubblico. Proprio sulle finalità di questa interazione si occupa la tesi di Riccardo Allegro, in discussione in questi giorni all’Università degli studi di Milano.

Il protagonismo degli spettatori nasce col telecomando ed è proprio. Col telecomando che spesso le tv satellitari (a pagamento: in grado di azzoppare gli 80 euro renziani) insistono per invitare i loro “clienti” a scegliere – chissà poi perché – il migliore in campo. Via telefono (altro strumento  sul quale la tv si basa ancora, ispirata in questo dalla radio) si possono votare i protagonisti dei reality o dei talent show.

L’obiettivo di tutto questo, spiega Allegro nel suo interessante lavoro, non è il coinvolgimento in sé dei telespettatori, ma una loro fidelizzazione. Come con le tessere dei supermercati. State con noi, stiamo tutti insieme, è tanto bello! Questo il messaggio che resta sullo sfondo e che nasconde l’intenzione di vendere (mese per mese) il network. Sfruttando anche le potenzialità dei social network.

Il pubblico si sente protagonista e continua a pagare. Si illude di contare.

Ma conta solo perché paga.

Ad maiora