Corriere della sera

Quel gran genio del mio amico. Nomfup e nn solo

Di Filippo Sensi, inventore di Nomfup e ora collaboratore della Lettura del Corriere della sera, ho già scritto qualche tempo fa:

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/10/10/quel-genio-di-filippo-sensi/

Ora (che è pure diventato vicedirettore di Europa) a FIlippo è stata fatta una videointervista. Se riuscite a non farvi confondere dalla musichetta, domande e risposte su internet e politica sono molto interessanti:

http://youtu.be/Xj1n2eJB6dw

Come dicevo ieri a un’amica, in qualche paese più a nord del nostro, Sensi sarebbe ministro. Ma non essendo il figlio di un ministro, non può neanche sognare di diventare sottosegretario.

Ad maiora

ELSA K. DAL CORRIERE DELLA SERA AD ARTICOLO 21

Uno due del Corriere della sera, a 24 ore dalla prima di Elsa K.

Sono due infatti gli articoli che il quotidiano di via Solferino dedica alla rappresentazione teatrale che andrà in scena da domani a sabato al Teatro del Borgo di Milano. Sulle pagine milanesi del giornale trovate l’articolo di Daniela Zacconi: “Omaggio ad Anna e El’sa: una storia vera dalla Cecenia”. Sull’inserto ViviMilano il pezzo di Ida Bozzi si intitola semplicemente “Da Anna a El’sa”.

Oggi anche gli amici di Articolo 21 parlano di Elsa e di Anna con un’intervista di Micol Sarfatti:

http://www.articolo21.org/3947/notizia/elsa-k-ricordando-anna-politkovskaja.html

Annaviva e Lattoria vi aspettano da domani!

Ad maiora

Avanti! L’Avanti

Subito dopo averne visto in azione il direttore-editore Valter Lavitola tra Montecarlo e Santa Lucia, era intervenuto Roberto Biscardini della direzione del Psi. Una precisazione a suon di l e punti esclamativi: “E’ da anni che la gloriosa testata del PSI Avanti! è infangata dalla presenza di un giornale di area berlusconiana che si chiama L’Avanti diretta da Valter Lavitola. Una testata apocrifa che gode di ingenti finanziamenti pubblici e che tutti credono che sia l’organo ufficiale del Partito Socialista Italiano. Per cavilli burocratici non siamo ancora riusciti ad ottenere la chiusura di questa testata. Chiediamo almeno agli organi di stampa di dare di questa testata notizie corrette. Il PSI con L’Avanti con la L non c’entra.”

Oggi, sulle colonne del Corriere della sera, interviene uno storico giornalista di area socialista come Alberto La Volpe (già direttore del Tg2, poi sottosegretario prodiano e dalemiano). Si appella ai socialisti del Pdl, in particolare a Stefania Craxi e Fabrizio Cicchitto, perché “convincano il loro leader a far cessare questo sconcio”. E conclude (lui che nel cognome ha l’animale che nelle favole viene considerato il più furbo) con una citazione – animalesca – del grande Trilussa: “Forse ‘ste bestie non mi capiranno ma provo armeno la soddisfazione de pote’ di’ le cose come stanno”.

Il quotidiano socialista, fondato nel 1886 e diretto ai tempi da Leonida Bissolati, è stato diretto anche da Claudio Treves, Pietro Nenni, Riccardo Lombardi, Sandro Pertini, Bettino Craxi, Ugo Intini e Antonio Ghirelli. Ma anche dall’allora socialista Benito Mussolini.

Travolto da Tangentopoli, è stato chiuso nel 1993.

Ora è ripartito con la stessa grafica e con una L in più. Ha anche un aggiornato sito internet: http://www.avanti.it/

Ad maiora. Anzi, Avanti!

Piccola fenomenologia del Tg5 (estivo)

D’estate si sa le notizie scarseggiano. Soprattutto in Paesi come il nostro dove il solleone chiude scuole, tribunali e Camere (a meno che non debba discutere di tematiche imprescindibili, come impedire la pubblicazione delle intercettazioni). E dunque anche la fattura dei tg è più difficoltosa.

In questo assolato luglio, almeno la pagina politico-giudiziaria fornisce numerosi spunti, con la cd loggia P3 che spinge a dimissioni e con le polemiche su moralità e dintorni tra maggioranza e minoranza (i finiani). Oggi, tanto per fare un esempio, da pagina 5 a pagina 11 il Corrierone si occupa di scazzi interni al centro destra (Da Fini: “Niente incarichi di partito a chi è indagato” a Il Senatur attacca Galan: non posso cacciarlo, ma schiero in campo Zaia, in veste di centromediano di interdizione, desumo io, nella sfida Italia vs Padania).

Nella mazzetta dei colleghi del Tg5, il principale quotidiano italiano temo sia arrivato tardi e deve essere stato letto un po’ distrattamente. L’unica notizia di politica che viene servita ai telespettatori è il taglio dello stipendio dei parlamentari (rectius, dei loro portaborse). Sul resto si glissa. Silenzio – giusto per fornire notizie che avrebbero potuto desumere dai siti internet stamane, nell’attesa che arrivasse la mazzetta dei giornali – anche sul Csm che vota incompantibilità ambientale per i magistrati coinvolti nell’inchiesta. Silenzio anche sull’interrogatorio previsto per oggi di Marcello Dell’Utri. Strano.

O forse no: meglio infatti – come chiede SB – raccontare le cose che vanno piuttosto che quelle che non vanno. Tra queste il cronista del Tg5 non sembra inserire la vendita del patrimonio statale, deciso per far cassa: l’elenco delle isole e dei palazzi che potranno essere messi all’incanto viene letto con tono divertito.

C’è poi un servizio un cicinin di parte su quanto è buono e quanto è bello il nucleare prossimo venturo. Vengono sentiti Chicco Testa (ex presidente Enel), Fulvio Conti (ad di Enel) e il ministro Prestigiacomo. Cui viene concesso di replicare alle polemiche seguite alla sua idea di indicare il senatore pd Veronesi (anni 85, come sottolinea garbatamente oggi sempre Corriere, la Gabanelli, per un incarico di 7 anni) per guidare l’agenzia per la sicurezza nucleare. E’ un uomo di esperienza dice lei. In che campo, chiederemmo noi. Ah, questo (delle polemiche interne al partito, anzi al gruppo parlamentare) è l’unico accenno al pd in tutto il tg. La par condicio viene rispettata in un modo un po’ subdolo, nel finale, recensendo l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Il magistrato e scrittore è anche senatore democratico: a lui viene concessa la parola.

Poi la solita cronaca (ossia il racconto di brillanti operazioni di polizia) con sequestro di piante di canapa e chiusura di discoteche (frequentate da Belem, come viene sottolineato, sia nei tg che sui giornali) dove di sniffa (avviene a Milano, definita chissà perché in questo tg made in Rome, la capitale: ma forse il riferimento è a capitale della coca), piuttosto che a un’anziana picchiata dalla badante o di arresti di ‘ndranghetisti in Calabria (grazie a intercettazioni, mandate – ancora per poco – in onda). Un pezzo anche su Duisburg, visto che è morta un’altra ragazza.

Inizia poi la parte leggera con i risciò in giro per Roma e due orsi “germanici” innamorati, che verranno – ahinoi – messi in due zoo diversi. Speriamo solo che i giardini zoologici tedeschi siano meno affollati delle carcere italiane. Di quelle, anche in mancanza di notizie, nessuno sembra far caso (salvo dare, a volte, notizia dei suicidi).

Ad maiora.

Perché la farfalla Rai torni a volare

Prima di iniziare a recensire il libro di Gilberto Squizzato “La tv che non c’è” (Minimum fax, 2010), una premessa personale e necessaria.

Conosco Squizzato da vent’anni. Nel 1991 cercava giovani redattori da inserire nella nuova trasmissione “Europa” (che sta per chiudere in queste settimane, ma era già morta da tempo: i funerali sindacali si sono svolti a esequie già avvenuti) e dal Corriere (dal gruppo di Raffaele Fiengo, per l’esattezza), fui indicato io. Avevo 23 anni e da quattro anni bazzicavo i corridoi di via Solferino. Rispetto agli altri che vennero a “fare il provino” avevo qualche conoscenza televisiva in più, dato che da qualche mese curavo il tg di Lombardia7 (la dirigeva Paolo Romani, ora sottosegretario berlusconiano).

A Gilberto devo quindi il mio arrivo nell’azienda per la quale ancora oggi lavoro (dal 1991, con una pausa che mi fu imposta dalla politica nel 1994, ai tempi del primo governo di SB). Devo soprattutto quel poco che ho imparato di televisione. È, a mio modesto avviso, una delle persone che maggiormente conoscono la macchina televisiva nel nostro paese.

Da anni è lasciato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo (malgrado anche una sentenza della magistratura) a fare la muffa in un piccolo ufficio che è proprio sopra il mio: del suo caso, con un aplomb tipicamente britannico, parla in una nota a pagina 200 del volume. Nelle more di questa sua forzata inattività, Squizzato svolge in questo libro un lavoro immane. Propone uno schema di nuova governante della Rai. Non fa proclami ideologici e non lancia suggerimenti generici. No, disegna un possibile nuovo consiglio d’amministrazione (di 16 membri, come una volta), un nuovo amministratore delegato e un direttore generale editoriale che guidino la Rai. Una azienda che Squizzato sogna abbandonata dalla politica che ormai ne occupa tutti i gangli vitali. Sicuro che il Palazzo non farà da solo un passo indietro nell’occupazione del servizio pubblico, Gilberto invita nelle ultime pagine a una rivolta dal basso, fatta dai telespettatori.

Squizzato affronta anche il tema del finanziamento, negando l’ipotesi (caldeggiata da larghi settori dell’opposizione “democratica”) di smembrare la Rai, vendendone due canali, per lasciare il “servizio pubblico” relegato a Rai3. Anzi, il collega chiede un vero federalismo che renda la terza rete voce di quel territorio ormai scomparso da un’azienda completamente romanizzata (persino nelle fiction, malgrado le feste padane per un annunciato a mai realizzato sbarco di Rai2 a Milano).

Squizzato parla più della programmazione generale della Rai che del telegiornale in particolare. L’opinione pubblica, lo si capisce nel suo testo, viene più influenzata da un modo di proporre la realtà che traspare più nei programmi leggeri che in quelli “informativi”. Programmi sempre più spesso condizionati da una cultura americana, spesso lontana dalla nostra realtà. Ma ormai, come scrive «un ragazzo italiano, dopo una quantità smisurata di ore passate davanti alla tv, conosce tutta la geografia degli Usa, al punto che potrebbe viaggiare dall’Ohio alla California al Massachusset sentendosi quasi perfettamente a casa propria: ma quello stesso giovane non sa nulla di Orvieto, di Cefalù, di Luino e crede che il mondo sia un’immensa metropoli americana, che la verità sul delitto e sul male si possa scoprire solo con le tecniche di CSI, che i veri medici siano eroi solitari come il dottor House, mentre le adolescenti si persuadono che l’amore si possa vivere solo all’americana, come le protagoniste di Sex and the city. È una questione moralistica? No, è una questione di formazione del gusto, di capacità di lettura critica del reale».

Come d’altronde scrive Beppe Giulietti (parlamentare di Articolo 21) nell’introduzione, «proprio perché la Rai è pagata da tutti, dovrebbe essere il luogo dove dare cittadinanza e possibilità di espressione a tutti quei linguaggi, quelle identità, quelle diversità che altrove non trovano ospitalità, perché considerate ostili, non in linea con le volontà dell’editore, non utili alla raccolta pubblicitaria». Squizzato nel volume racconta la vicenda di una vecchia trasmissione “Di tasca nostra”, chiusa su pressione degli inserzionisti, chiedendosi quanto controllo eserciteranno su tv privati e giornali quegli inserzionisti che ormai dettano legge anche nei palinsesti. Il sogno di Squizzato (ma chi non sogna un futuro migliore?) è quello di un’azienda che riprenda in mano il suo destino, che torni a produrre tv anziché delegare ai venditori di format (alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo come fa Gilberto) sono di proprietà del concorrente. È un format persino In mezz’ora dell’Annunziata: un tavolo, due sedie, un cronometro e un’intervista.

Tanto è esternalizzato in Rai, coi risultati che avete sotto gli occhi ogni sera e nelle orecchie se ascoltate la radio (in Mediaset lo è meno come ha rivelato il recente sciopero contro l’esternalizzazione del trucco). «Sarebbe come se il Corriere della sera avesse mantenuto solo la proprietà della tipografia e degli apparati commerciali appaltando il lavoro redazionale a società esterne, magari a un’agenzia formata da giornalisti di Repubblica», sottolinea con acume Squizzato che parla di creatività privatizzata e precarizzata.

La sfida che lancia il libro è anche a una riscrittura dei canali in vista della digitalizzazione (che come ricorda Squizzato non può essere solo nella trasmissione ma anche nella realizzazione, al momento invece ancora – incredibilmente – analogica) che dovrebbe essere sfruttata per ridare un senso a quel concetto di servizio pubblico, al quale Gilberto non ha dedicato solo questo libro, ma tutta la sua vita. Nella speranza, che la farfalla Rai torni a volare.

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Gilberto Squizzato

La Tv che non c’è

(Come e perché riformare la Rai)

Minimum fax

Roma, 2010.

Pagine 239

13 euro