Anna Politkovskaja

Kadyrov in mimetica e medaglie

Ancora combattimenti in Caucaso

Cinque civili sono morti questa mattina durante un attacco dei guerriglieri contro il villaggio del presidente ceceno Ramzan Kadyrov, Centoroj. Le forze di sicurezza del governo di Groznij (realmente ingenti) stanno dando la caccia ai terroristi nei boschi intorno al paese natale del giovane uomo che Putin e Medvedev hanno messo e lasciato alla guida della repubblica caucasica. Scriveva di quel villaggio Anna Politkovskaja: «A Centoroj la legge non vale. Così ha deciso Putin: le leggi degli altri non valgono per Ramzan, a cui tutto è permesso e che ha metodi suoi per combattere i terroristi. Di fatto Ramzan non combatte un bel niente: ruba e ricatta e lo fa passare per “lotta al terrorismo”. E di fatto la capitale della Cecenia si è trasferita nella tenuta di Ramzan a Centoroj. Lì si presentano – a omaggiare lui e la sua faccia da idiota degenerato – tutti i funzionari del paese».

Per ricordare l’omicidio della Politkovskaja (che domani avrebbe compiuto 52 anni) e di Natalia Estemirova (altra giornalista uccisa, un anno fa, da sconosciuti) qualche giorno fa i militanti di Amnesty International stavano distribuendo volantini prima del concerto degli U2 a Mosca. Cinque di loro sono stati arrestati dalla polizia russa (e rilasciati dopo qualche ora di cella) perché privi delle necessarie autorizzazioni. Amnesty ha replicato che erano stati presi accordi con lo staff del gruppo musicale.

Nel Caucaso intanto la situazione rimane esplosiva. Venerdì in Kabardino-Balkarija (considerata una delle repubbliche più tranquille della zona) nove guerriglieri sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. In Daghestan, in uno scontro a fuoco, hanno perso la vita due poliziotti e cinque presunti terroristi. Avrebbero fatto parte del gruppo di Magomedali Vagabov, considerato il mandante dell’attentato alla metropolitana di Mosca che ad aprile ha provocato 40 morti e decine di feriti. Vagabov è stato ucciso in Daghestan qualche giorno fa.

Sono 30 i sospetti terroristi uccisi dall’inizio di agosto nel Caucaso russo.

Berezovskij paga il conto. All’ex moglie

Boris Berezovskij vive da anni circondato da guardie del corpo che ne proteggono la vita e che cercano di evitargli di fare la fine di Litvinenko (l’ex spia russa avvelenata dal polonio: i russi hanno cercato di accusare anche di questo Berezovskij, ma gli hanno attribuito anche l’assassinio Politkovskaja, per gettare discredito su Putin).

La giustizia russa continua a chiederne l’estradizione, ma quella inglese si oppone. E’ uno dei personaggi più discussi della diaspora russa anti-putiniana. Ha tenuto testa al regime moscovita (nel quale è cresciuto). Ma non ha potuto fare niente contro le richieste economiche dell’ormai ex moglie.

Per il magnate russo, 64 anni, che vive -esule- a Londra, oggi è arrivata una sentenza capace di mettere in difficoltà anche un riccone come lui. La seconda consorte, Galina, ha chiesto e ottenuto dal tribunale che la risarcisca con 100 milioni di sterline. Alla prima moglie ne aveva dovuto dare “solo” 48.

Berezovskij che a soldi deve esser messo bene (un miliardo di sterline, si stima: soldi fatti anche grazie alle privatizzazioni selvagge ai tempi del vecchio Eltsin e del giovane Putin), non si è opposto alla decisione del tribunale. La più rilevante mai pronunciata da una corte inglese.

I due erano sposati da 18 anni (ma avevano vissuto sotto lo stesso tetto solo per due) e avevano due figli. Lei si era stufata di essere chiamata “la moglie dell’oligarca” e accusava lui di “comportamento irragionevole”.

Bruscolini a confronto delle parole dettate da Veronica Lario poco più di un anno fa all’Ansa, quando disse che “mio marito è malato e ha bisogno di essere curato”. A Veronica Berlusconi è andata comunque peggio: ha ottenuto da Silvio 300 mila euro al mese (più la villetta di Macherio)

Nell’istanza di divorzio, Galina Gorbunova che ha 51 anni, si è definita housewife, casalinga.

No so se, con tutti quei soldi, possa definirsi disperata.

Natalia Estemirova

Giustizia per la Estemirova

Nella notte a Groznij, capitale della Cecenia, con una plateale operazione, decine di agenti dell’Fsb, il servizio federale di sicurezza russa, erede del Kgb, hanno arrestato gli assassini di Natasha Estemirova.
«Siamo molto orgogliosi di aver assicurato alla giustizia degli individui che oltre a compiere un efferato crimine, avevano anche in parte rovinato l’immagine internazionale della Federazione Russa. Questa operazione di polizia è la risposta più seria che possiamo dare a tutte le malelingue che si sono scatenate in questo ultimo anno». E’ un Dmitrij Medvedev raggiante quello che poco fa, in diretta televisiva, ha annunciato la svolta nelle indagini. Al suo fianco, il capo del governo Vladimir Putin, meno sorridente, ma forse solo perché non era al centro della scena o perché, malgrado il recente restyling della sua immagine, l’imprinting del Kgb gli impedisce di sorridere in pubblico.
Sollecitato dai numerosi giornalisti presenti in sala, il premier ha rassicurato che anche gli assassini di Anna Politkovskaja saranno presto rinchiusi in galera. «Dobbiamo tutti aver fiducia nella giustizia del nostro paese. I tempi sono forse più lenti di quel che ci si aspetti. Ma, alla fine, chi sbaglia paga», ha detto Putin.
Le persone arrestate per l’omicidio della Estemirova sono agenti dell’Fsb e ceceni appartenenti ai locali servizi di sicurezza. Anche le autorità cecene, hanno spiegato in conferenza stampa, hanno comunque attivamente collaborato al buon esito delle indagini. Ancora ignoto il motivo dell’assassinio, ma la Estemirova, con le sue inchieste sulle sparizioni (per conto della Ong Memorial) aveva schiacciato più di un piede, soprattutto tra i ceceni filo-russi che guidano la piccola repubblica che fa parte della Federazione russa.
Proprio domani sarebbe trascorso un anno dal suo brutale omicidio.

Mi sarebbe piaciuto scrivere un pezzo così. Come ad Adriano Sofri piacque (nell’introduzione a “Proibito parlare”) immaginare i funerali di Anna Politkovskaja, come esequie di Stato, con le autorità in prima fila a commemorare la più coraggiosa giornalista russa, assassinata da sconosciuti.
E invece arresti, conferenze stampa, parole sulla giustizia sono solo un esercizio di stile.
E’ passato un anno dall’omicidio di Natasha Estemirova e nulla è stato fatto. Nessun arresto, nessuna spiegazione per il rapimento e l’omicidio di una giornalista che aveva deciso di impegnarsi per garantire il rispetto dei diritti umani in quell’angolo di inferno (ora apparentemente tranquillo) che risponde al nome di Cecenia. Natasha, rapita a Groznij, è stata abbandonata a Nazran, capitale dell’Inguscezia. Chi l’ha rapita (a bordo di una macchina bianca senza targa) ha passato vari posti di blocco prima di scaricare il corpo senza vita di Natasha. Aveva 50 anni. Due di più della sua amica Anna Politkovskaja, assasinata a Mosca, nel 2006, a 48 anni. Nella redazione della Novaja Gazeta, la scrivania di Anna Politkovskaja non è stata più toccata dal giorno dell’omidicio. Un anno fa è stata solo aggiunta la foto della Estemirova. Sorridente. Come sorride Anna nell’immagine che ti saluta quando entri nella sede di quell’eroico giornale.
Due amiche uccise dallo stesso tipo di pistola, una Makarov 9 mm, un tempo utilizzata dalle forze armate sovietiche.
Una pistola che caratterizza gli omicidi politici di personaggi scomodi. Con 9 colpi di Makarov fu ucciso anche Paul Klebnikov, direttore della versione russa di Forbes. E’ stato ammazzato sempre a luglio, nel lontano 2004. E ovviamente nessuno ha pagato neanche per questo omicidio.
Come per quello della Estemirova. Nel 2007, l’ong britannica Raw in War le aveva assegnato il Premio Anna Politkovskaja, al Frontline Club di Londra, lo stesso dove Litvinenko prima di essere ucciso dal Polonio aveva accusato Putin per l’assassinio della stessa Politkovskaja. Natasha Estermirova aveva accolto l’onorificenza con un appello: ricordatevi della Cecenia, facciamo anche noi parte dell’Europa. Parole purtroppo cadute nel vuoto.
Un’Europa che invece della Nutella, farebbe meglio a occuparsi di queste cose.
Perché il diritto di ingerenza non può valere solo nei confronti di paesi che non ci esportano gas e petrolio.
Ciao Natasha. E’ passato un anno, ma qui nessuno ti ha dimenticata.

Andrea Riscassi

 

Ucciso un altro giornalista a Mosca

Ucciso con parecchie coltellate nel suo appartamento di Mosca. È finita così l’avventura su questo mondo di un giovanissimo giornalista televisivo russo, Dmitrij Okkert. Aveva 26 anni e di lui si erano perse le tracce da tre giorni. Ieri l’insistenza di una coppia di amici ha permesso la scoperta del corpo senza vita. Okkert aveva lavorato per i canali tv Rossija, Ren-Tv e NTV. Dal dicembre 2008 si occupava di economia per il canale Expert Tv. In Russia le prime reazioni a questo ennesimo omicidio sono ovviamente all’insegna della massima prudenza. La frase che viene più spesso usata è che non si è certi della connessione tra la morte violenta e l’attività giornalistica. Ma dicono sempre così. Dmitrij comunque aveva fatto entrare l’assassino (o gli assassini) in casa. Nessun segno di lotta o rapina. Dall’appartamento sarebbe scomparso solo il computer portatile. Qualche settimana fa, parlando in un incontro pubblico sulla libertà di stampa, avevo detto che il fatto che  – dopo il terribile uno-due dello scorso anno con gli omidici Baburova e Estemirova – non ci fossero stati più assassinii di giornalisti nella Federazione Russa, poteva segnalare una timida inversione di tendenza. Speriamo che sia davvero così, malgrado l’omicidio di un collega che si era appena affacciato alla professione. Sono moltissimi i giornalisti uccisi in Russia dalla fine dell’Urss: 300 secondo l’Unione russa dei giornalisti. Nel mio libro “Anna è viva” ho pubblicato un elenco di coloro per i quali ho trovato qualche riscontro. L’elenco lo trovate a questo link:

 http://annaviva.com/node/1452

Per la libertà di stampa la Russia si colloca (nella classifica dell’americana Freedom House) al 175 posto su 196 paesi. Il Comitato per la protezione dei giornalisti pone la Russia all’ottavo posto nel mondo per l’impunità nella risoluzione degli omicidi di colleghi. Come dimostra il plateale caso di Anna Politkovskaja, le autorità russe non sembrano avere troppo a cuore né la sicurezza dei giornalisti, né la punizione dei loro killer.

Our school, “Walter Tobagi”

Assemblea , via Skype, tra gli studenti delle scuole di giornalismo di Mosca e Milano. Alla Casa dei giornalisti della capitale russa si sono trovati (insieme ai colleghi della Novaja Gazeta) gli studenti della MGU, la principale università di giornalismo della capitale russa, la stessa dove ha studiato Anna Politkovskaja. E proprio dalla figura della giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006 da sconosciuti, è partita la discussione sulla libertà di stampa in Europa.

Da Milano ci siamo connessi dalla scuola di giornalismo “Walter Tobagi”, dell’Università Statale di Milano. E proprio dal collega assassinato trent’anni fa è partito il discorso dei praticanti italiani. Ecco quel che hanno scritto e mandato a Mosca come contributo, tre degli studenti milanesi: Carlotta Mariani, Micol Sarfatti e Massimo Tagariello.

Ad maiora.

Ps. Sono gli stessi giovani giornalisti (a Milano e ovunque in Italia) cui le redazioni (stimolate dalla FNSI) in questi giorni sbattono le porte in faccia e boicottano gli stage. Salvo poi, quando escono le statistiche ISTAT sui cosiddetti bamboccioni, sollevare il solito finto pianto greco sui giovani che non hanno opportunità. Alla faccia della coerenza.

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Our school’s name is Walter Tobagi.
Walter Tobagi was an italian journalist killed on 28th of May 1980, exactly 30 years ago. He was involved in articles about terrorism and violent groups that were trying to take control of the Italian Government and was shot because of that.
Walter Tobagi was not the only one. Giovanni Spampinato, Giuseppe Fava, Carlo Siani are just some names of italian journalists killed by mafia all around the country. And the list could be much longer.
Roberto Saviano, the writer who denounced the dark affairs of the Camorra in his book “Gomorrah”, has been living under escort for 4 years now. He is often accused by politicians of using mafia issues for purposes of fame and success.
According to the latest survey from Reporters Sans Frontieres, Italy has plummes from the 35th rank in 2007 to the 49th last year. Our country is labelled as “partly-free”, the only case in Western Europe.

Nowadays there’s a harsch debate about a decree intending to rule out the publishing of telephone leaks until judicial investigations are done. Many media editors, even the ones siding the Government, are opposing this prospective law, claiming that without this kind of information many of the recent political and economic scandals would not have been uncovered.

Last but not least, most journalists are not free to write whatever they want out of unsustainable pressures by the media ownership. Almost all of the owners of newspapers, radios and tv’s have their core business in some other industries, which forbids reporting bad news about them.

We end up asking ourselves the big question: is there freedom of press in our country? We wouldn’t go straightforward with a “yes” or “no”. But we will keep asking it again and again.