Autore: Andrea Riscassi

Sono nato nel 1967 e sono giornalista Rai. Dopo gli esordi a Società Civile e al Corriere della Sera, sono approdato in televisione nel 1991, prima a Lombardia 7 e poi in Rai. Alla Tgr Lombardia sono stato inviato e caposervizio. Dal 2013 lavoro a RaiSport, dove seguo l'Atalanta e la Nazionale italiana di calcio. Ho pubblicato diversi libri, tra cui Anna è viva, Anticorpi alla videocrazia, Favola Atalanta, Vivi ogni giorno come fosse il primo e Solo Atalanta. Ho svolto attività di docenza e formazione alla Scuola di giornalismo Walter Tobagi dell'Università degli Studi di Milano, all'Università degli Studi di Milano e al Master in Comunicazione e Marketing dell'Università di Bologna.

La modernità di Gobetti

Pubblico qui l’intervento col quale ho concluso un convegno su Piero Gobetti al Circolo Caldara di Milano

La modernità di Gobetti

Quando si parla di modernità, il rischio è sempre quello di confonderla con l’attualità. Ma la modernità vera, quella che resiste, è un’altra cosa: è uno sguardo che attraversa il tempo senza invecchiare. In questo senso, Piero Gobetti non è solo una figura storica: è un contemporaneo.

Gobetti è moderno perché non si illude. E già questo, in Italia, è una forma di avanguardia.

Scrive:
«Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza in più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano.»

C’è dentro tutto: il rifiuto delle scorciatoie, la consapevolezza della solitudine, e soprattutto una parola oggi quasi sospetta – responsabilità. Gobetti non cerca consenso, non cerca protezione, non cerca alibi. Sta al suo posto. E già questo lo rende inattuale allora, e tremendamente moderno oggi.

La sua modernità è prima di tutto morale.
«Salvare la dignità, prima della genialità.»

È una frase che andrebbe appesa in ogni redazione, in ogni università, in ogni luogo pubblico. Perché rovescia una tentazione tipicamente italiana: quella di perdonare tutto al talento, di chiudere un occhio – o due – davanti all’intelligenza brillante ma moralmente incerta. Gobetti dice il contrario: senza dignità, la genialità è un trucco.

E poi c’è il Gobetti analista politico, forse il più impressionante per lucidità. Nel 1922 scrive:
«La situazione si viene sempre più svelando nel suo carattere anti-liberale.»

È una diagnosi precoce, quasi clinica. Mentre molti cercano ancora di capire, lui ha già capito. E non perché abbia informazioni segrete, ma perché ha un metodo: leggere la realtà senza autoinganni.

Ancora più sorprendente è la sua capacità di cogliere la dimensione spettacolare del potere:
«Il segreto di tanta parte del successo di Mussolini è nella sua intuizione della teatralità italiana.»

Qui Gobetti anticipa un secolo di politica-mediatica. Capisce che il consenso non si costruisce solo con le idee, ma con la rappresentazione. E aggiunge, con un’ironia che punge ancora:
«Mussolini capisce che a Napoli Pulcinella non deve essere un anacronismo.»

È una lezione che torna utile ogni volta che la politica diventa palcoscenico. E non serve fare nomi: basta accendere la televisione.

Ma la modernità di Gobetti non è solo capacità di analisi. È anche, e forse soprattutto, capacità di stare controcorrente senza cedere al cinismo. Nel momento più buio scrive:
«Siamo rimasti quasi soli ad avere la responsabilità della formazione delle nostre classi dirigenti.»

E ancora:
«Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere.»

Qui c’è una parola chiave: condannati. Vedere non è un privilegio, è un peso. Chi capisce non può far finta di niente. Non può rifugiarsi nell’ironia, nel distacco, nel “tanto sono tutti uguali”. Gobetti rifiuta questa comodità.

E arriva a una delle definizioni più forti della sua esperienza:
«Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria.»

È una frase che attraversa il Novecento e arriva fino a noi. Essere esuli in patria significa non riconoscersi nel clima dominante, nelle parole d’ordine, nei compromessi. Significa restare, ma senza adattarsi. Non è una posizione comoda. Non lo era allora, non lo è oggi.

Gobetti ha anche il coraggio di dire una cosa impopolare: che il fascismo non è solo violenza, ma consenso.
«Il mussolinismo è più violento del fascismo, è più illegale perché si nasconde dietro la legalità delle forme… la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso.»

È una frase che dovrebbe essere letta lentamente. Perché sposta il problema: non basta opporsi al potere, bisogna interrogarsi sulle ragioni per cui quel potere piace, convince, seduce. E qui Gobetti è spietato con il Paese, non con un singolo uomo.

La sua critica alla piccola borghesia è forse la pagina più dura, e anche la più attuale:
«Retorica e politicantismo saranno vizi inguaribili di un’Italia incapace di vita industriale moderna.»

E ancora:
«Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro.»

È un invito che suona quasi scandaloso in un Paese che spesso ha fatto della prudenza una forma di sopravvivenza. Gobetti chiede il contrario: rischio, chiarezza, responsabilità.

Ma attenzione: la sua non è una posizione distruttiva. Non è un nichilista. Crede nella costruzione, nella formazione, nella lunga durata.
«Prepariamo i quadri, prepariamo le correnti ideali.»

È una frase da organizzatore più che da polemista. Gobetti non si limita a criticare: lavora per il futuro, anche quando il presente sembra chiuso.

E poi c’è un altro elemento decisivo della sua modernità: il rapporto tra politica e morale. Ada Gobetti lo riassume con una semplicità disarmante:
«Io non ho idee politiche, ho solo certezze morali.»

È una frase che può sembrare paradossale, ma non lo è. Significa che la politica, senza una base morale, diventa tecnica del potere. E questo Gobetti non lo accetta.

Infine, c’è la sua idea di Europa, che non è fuga ma responsabilità:
«Per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.»

È una frase che chiede di essere capita bene. Gobetti non propone chiusure, ma radicamento. Non si è europei scappando dai propri problemi, ma affrontandoli. È una lezione che vale ancora.

Se dovessi riassumere la modernità di Gobetti in una sola immagine, direi questa: un giovane uomo che scrive sapendo di essere minoranza, sapendo di rischiare, e sapendo che forse non vedrà i frutti del suo lavoro. Eppure scrive lo stesso.

In un tempo che premia la visibilità immediata, la sua è una lezione quasi controintuitiva: lavorare a lunga scadenza, senza garanzie.

Gobetti non è moderno perché aveva ragione – anche se spesso l’aveva. È moderno perché non ha mai cercato di avere ragione a tutti i costi. Ha cercato di essere giusto.

E, come spesso accade, è molto più difficile.

Piero Gobetti

L’ultimo testo di Piero Gobetti

L’ultima visione di Torino: attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino (che è l’ultima sua poesia). Saluto nordico al mio cure nordico.

Ma sono io nordico? E queste parole hanno un senso? Valgono per le polemiche queste antitesi dottrinali, e anche di gusti, di costumi, di ideali. Mi sentirò  più vicino a un francese intelligente che a un italiano zotico – ma quando mi proporrò delle esperienze intellettuali, quando li guarderò per la mia cultura. Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza, di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. Non si può essere spaesati.

T. (probabilmente il filosofo Adriano Tilgher) dice che è meglio un paese civile. Ossia pensa che potrà fare meglio i suoi articoli. Egli ha rinunciato a ogni altra risonanza. Io sento che la mi azione altrove non avrà il sapore che ebbe qui: che le sfumature non saranno intese: che non ritroverò gli stessi amici che mi capivano.

Il cinismo era una difesa contro il sentimentalismo che ripugna il mio ideale virile. Ma io sarei desolato se la mia vita si riducesse a una rigorosa esecuzione di un piano e se non avvertissi in me, difficile a dominare, nei momenti più difficili, il tumulto della vita e l’ansia degli affetti.

Il senso del fato – non come punto di partenza, ma come indifferenza alle vicende – quando si è sicuri di sé. Non mi importano i risultati perché li accetto come misura della mia azione, di me (un’altra misurazione della volontà sarebbe complicata e impossibile). Bisogna essere se stessi dappertutto. Naturalmente non si deve essere isterici e si può essere tranquilli solo se non si cercano delle conferme. La concezione della vita come serie di esami è stupida: tutto si riduce invece all’aver credito, al non aver bisogno di esami perché si è qualcosa (si intende sempre socialmente).

Scritto pubblicato postumo il 16 marzo 1926 su Baretti. Piero Gobetti moriva a Parigi 90 anni fa oggi, esule, per le conseguenze dei pestaggi fascisti. In quella città europea è ancora sepolto. Il suo motto Che ho a che fare io con gli schiavi rimane una delle fondamenta della mia vita.

Ad maiora

Non passa lo straniero… Il calcio ai tempi dell’autarchia

Quattordici anni di calcio autarchico, per il periodo che va dalla disfatta di Corea agli arresti per il calcioscommesse. Di questo tratta il divertente libro di Davide Steccanella “Non passa lo straniero (ovvero quando il calcio era autarchico)”.

Molti dei nomi che sono contenuti nel volume mi erano usciti dalla mente. ma altri, leggendoli, mi hanno subito venire il mente le figurine che a quel tempo, gli anni ’80, come tutti i ragazzini erano uno dei miei migliori passatempi.

Steccanella racconta stagione per stagione quegli anni nei quali le partite si giocavano tutte ella stessa ora e dove “Tutto il calcio minuto per minuto” e “90° minuto” erano gli unici strumenti per sapere quel che accadeva (salvo ovviamente recarsi allo stadio, e al tempo, non era facile perché registravano spesso il tutto esaurito, mica come oggi dove si va solo di decoder).

Alla fine di ogni campionato ci sono due schede degli eroi, tutti italiani ovviamente, dimenticati: da Alberto Ginulfi a Odoacre Chierico (indimenticabile riccioli rossi).

Dopo il Mundial spagnolo le frontiere vennero riaperte: uno, due stranieri a squadra. Poi dopo Bosman, un fiume inarrestabile. Col risultato che ci sono partite dove i giocatori nati in Italia si contano sulle dita di una mano.

E allora è divertente ricordare come era un tempo il calcio in Italia. E come non sarà più.

Ad maiora

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Davide Steccanella

Non passa lo straniero

Jouvence Editore

Pagg. 153

Euro 14

Il noir di Robecchi nella Milano di Expo

Il secondo episodio di una serie di libri è sempre il più complicato. Soprattutto se il primo è andato bene. Alessandro Robecchi riesce invece a essere convincente anche in questo suo secondo giallo, sempre ambientato a Milano. “Dove sei stanotte” non solo parla di Milano, ma addirittura di Expo e quindi potrà essere lettura gustosa per chi si prepara per i 20 milioni di turisti attesi (sulla cifra, totemica, Robecchi scherza a più riprese).

Anche in questo libro (come in Questa non è una canzone d’amore, edito sempre da Sellerio) il protagonista è Carlo Monterossi, autore televisivo che non ama la tv e che si infila sempre in un mare di guai. Guai che questa volta lo conducono a una storia d’amore (che in qualche modo ci aspettiamo abbia conseguenze nel terzo volume. che a questo punto attendiamo fiduciosi).

Robecchi (ex Cuore, ex Piovono Pietre di Radio popolare ora nel gruppo di Crozza) ha nello scrivere uno stile ironico che lo rende davvero riconoscibile. Come molti milanesi, ama e odia la sua città e i suoi abitanti. Che adorano le quattro ruote come pochi altri: “Contravvenendo alle sue abitudini, sottraendosi alle spire del vizio, tradendo un dogma della sua personale religione, e al tempo stesso il genius loci milanese, smentendo i luoghi comuni che come si sa hanno sempre ragione, Carlo Monterossi decide di non prendere la macchina e andare al lavoro con i mezzi pubblici. Passano quaranta secondi e cinquanta metri e ha già cambiato idea, ma ormai sta scendendo le scale della metropolitana, e allora decide di continuare in quella mossa contronatura”.

Alessandro ha, come già capitato nei precedenti libri, una grande capacità di descrizione, immaginifica: “Ha la faccia di uno che ha nascosto il veleno per i topi nei cereali e poi se n’è scordato e ha fatto colazione”.

Su Maria, la donna che ha fatto innamorare Monterossi: “Le gambe che spuntano dal vestito che arriva appena sopra il ginocchio sono forse il prototipo perfetto su cui il Signore ha progettato le gambe, il modello insomma, l’originale, il calco primigenio. “Devono essere così”, avrà detto ai suoi ingegneri. E quelli a borbottare su quel vecchio perfezionista incontentabile”.

La trama vede un duplice omicidio, con la polizia che fatica perché deve fare i salti mortali per coprire tutte le scorte a politici e diplomatici impegnati nella kermesse mondiale e fatica a stare dietro a un caso appena più complesso di una rissa tra immigrati (che pure hanno un ruolo centrale nella parte del libro incontrata al Corvetto).

Il commissario Gregori sbotta così col vicesoprintendente Ghezzi: “Non mi rompa il cazzo anche lei coi turni e gli straordinari e la burocrazia… Io sto già qui con ‘set carature di cazzo… Il Ghana, l’Africa, il cibo e la speranza… sa dove se la può infilare la speranza il presidente del Ghana?… Esposizione universale dei miei coglioni… questa è l’esposizione universale della rottura di palle!”.

Buon Expo. Anzi buona lettura.

Ad maiora

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Alessandro Robecchi

Dove sei stanotte

Sellerio

Pagg. 355

Euro 14

Pino Daniele, che non calpestava i fiori nel deserto

1995, lavoravo al Tg di Videomusic e mi mandarono a intervistare Pino Daniele. Presentava “Non calpestare fiori nel deserto” al Rolling Stone (meravigliosa sala per concerti chiusa, purtroppo, qualche anno fa). Non ero abbastanza preparato per intervistarlo, soprattutto per una tv musicale (assurdamente chiusa anch’essa). Così chiamai decine di amici e colleghi per chiedere consigli e domande da porgli. Poi, dopo aver suonato e cantato qualche brano (il disco vendette 800mila copie!) tutto filò liscio. Lui gentile e cordiale. Come sanno essere tanti napoletani. Mi spiace quindi che i funerali saranno lontani dalla sua Napoli, la città che era in ogni sua canzone.
Domani sarò a Cesena a seguire gli azzurri. Immagino che i tifosi partenopei lo ricorderanno.
Come farò io.
Ad maiora