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Mosca si prepara al terzo mandato di Putin e al corteo dell’opposizione

Denis Bilunov, uno dei leader dell’opposizione russa, si presenta all’appuntamento (ristorante georgiano, piacerebbe al buon Piretto) indossando la maglietta di Annaviva. Siamo insomma sempre presenti anche a Mosca…
Giovedì 10 (alle 21) lo ospiteremo alla libreria popolare di via Tadino 18 a Milano. A parlare della Russia di Putin.
Il 6 e il 7 sono due giornate importanti e connesse per Mosca. E non solo.
Lunedì mattina Putin si insedia al Cremlino per la terza volta.
E domenica è prevista la Marcia del milione. In piazza tutta l’opposizione al putinismo. Verranno (se non li fermano prima, come sta accadendo qua e là) anche rappresentanti da tutta la Federazione.
Il corteo, dopo un lungo tira e molla è stato autorizzato dal Comune di Mosca (il nuovo sindaco è meglio del precedente, ma non è che ci voleva molto).
Seguirà lo stesso percorso dell’ultima grande manifestazione contro Putin e finirà in Bolotnaja. Difficile capire cosa succederà al termine del corteo.
Lo capiremo solo vivendo.
Ad maiora

Ps. Ho anticipato di qualche ora l’arrivo del “mio” ex primo ministro, qui per omaggiare l’amico Putin. Suppongo che, per preparare il terreno a SB, sia già arrivato a Mosca anche Valentino Valentini, vera anima grigia della politica estera pidiellina. È, insieme a Silvio, uno dei pochi italiani ammessi a dormire al Cremlino.
Son cose…

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Le guerre democratiche di Massimo Fini

Non sempre ci si trova d’accordo con quel che scrive Massimo Fini, ma non ci annoia lungo le 289 pagine del volume “La guerra democratica”. Il giornalista, edito da Chiarelettere, ha condensato in unico volume tutti gli articoli che in questi anni ha dedicato all’interventismo militare umanitario degli ultimi anni. Dalla Somalia all’Afghanistan (dove ieri Monti ha annunciato che rimarremo oltre il 2014: bella idea in un periodo di tagli!), passando per l’ex Jugoslavia e Iraq e arrivando fino alla Libia che fu di Gheddafi.

Fini può permettersi di ripubblicare pezzi datati 1991 perché è innegabile in lui una coerenza, non sempre riscontrabile in altri giornalisti (alla incoerenza della politica dedico solo questa parentesi, chi mi legge ci arriva da solo).

Massimo Fini se la prende con l’uso peloso e ipocrita della terminologia umanitaria per contestare le tante troppe guerre che, dalla caduta del Muro, si sono susseguite in Asia e Africa: “Fin dai tempi più antichi la guerra è stata sottoposta a delle formalità e a dei riti precisi di demarcazione, proprio per staccare, senza possibilità di equivoci, il tempo di guerra da quello di pace. E questo perché in guerra diventa legittimo ciò che in pace è invece assolutamente proibito: uccidere. (…) Oggi la guerra la si fa, come sempre, ma non si osa più dichiararla e si preferisce mascherarla ipocritamente, da parte occidentale, sotto nomi diversi: operazione di peacekeeping, interento umanitario eccetera. Oggi noi pretendiamo di fare la guerra, ma chiamandola in altro modo, per il bene di chi bombardiamo”

Una delle lezioni che a volte tengo a Storia in Statale o ai corsi di Geopolitica delle Acli si intitola “Dopo la fine dell’Onu”. Infatti, purtroppo, il carrozzone delle Nazioni Unite è stato sotituito dalla Nato (che avrebbe invece dovuto essere sciolta come il Patto di Varsavia) e dai vari G8, G20, G30, club autoconvocati che decidono le sorti di tutte le nazioni.

Fini è sprezzante verso le azioni militari del mondo occidentale, passato dal peace-keeping al peace-making, addirittura al peace-enforcing.

Ma se la prende anche con le iniziative umanitarie che seguono a ruota quelle militari: “In un certo senso era molto meglio il colonialismo classico perché mantenendo il distacco degli indigeni perlomento consentiva loro di conservare i propri costumi, la propria cultura, la propria anima. Mentre il colonialismo attuale, con la pretesa totalizzante di omologazione a sé, ritenendosi il migliore dei mondi possibili, l’intero esistente e di fare della terra un unico, immenso, mercato, distrugge i popoli con cui viene in contatto, sia in senso economico, perché fingendo di portar loro risorse in realtà gliele rapina, sia in quello, più profondoo, esistenziale, emotivo, psicologico e culturale”.

Nel mirino de “La guerra democratica” ci sono quasi sempre gli Usa e la loro politica estera: “Di un alleato come gli Stati Uniti non so se si può fare a meno, ma si deve fare a meno. Perché non sono degli alleati, ma dei padroni. Perché se è vero che la libertà dell’Europa di ieri è passata – anche – attraverso gli americani, è altrettanto vero che che la libertà dell’Europa oggi si può realizzare solo contro gli americani”.

Fini (come ai suoi tempi Clementina Forleo, in una sentenza che scatenò assurde polemiche) ha sempre differenziato le azioni di terrorismo da quelle di guerriglia, anche quando a esserne vittima sono stati italiani: “L’attacco di Nassiriya non è un atto terroristico, vile e ignobile come ha detto il capo dello Stato e come ripetono tutti i media (terrorismo si ha quando vengono colpiti dei civili inermi), ma di guerriglia che ha preso di mira un obiettivo militare”.

Nel volume si ritrovano anche alcune imprecisioni dettate dalla quotidianità (la produzione afghana di oppio – azzerata dai talebani – sotto Karzai-Usa è l’80% del fabbisogno mondiale in un pagina e il 93% nella pagina successiva; i morti per la strage di Lockerbie furono 270 e non 700 ).
Ho fatto invece un salto sul divano, per un passo su una strage cui ho dedicato molta attenzione professionale (e affettiva): quella di Srebrenica.

Massimo Fini parla delle 650.000 vittime civili dell’intervento “umanitario” in Iraq e traccia un paragone: “Cento volte supriore a quelle dell’assedio di Sarajevo della famosa strage al mercato e di quella di Srebrenica (dove peraltro a essere liquidati fino solo maschi adulti)”.

I maschi adulti furono 8372. Erano adulti nel senso che furono assassinati tutti i maschi tra i 14 e i 65 anni rimasti nell’enclave creata dall’Onu per salvare i civili. Di quegli 8372 civili ogni 11 luglio si celebrano i funerali. Le milizie serbe hanno sparpagliato i loro resti in tante fosse comuni. Di quegli 8000 mila musulmani hanno trovato sepolutra solo 6000 mila. Quelli per cui decine di anatomi patologi sono riusciti, grazie al Dna, a rimettere insieme tutte le ossa, dal cranio ai piedi. Liquidarliin una parentesi è davvero riduttivo.

Ad maiora

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In occasione della pubblicazione del libro

Massimo Fini presenta

LA GUERRA DEMOCRATICA

Interviene Andrea Riscassi

Mercoledì 2 maggio, ore 18.00, alla Fnac di Milano

via Torino / ang. via della Palla

Il mio “ad maiora” non è celeste

In questi giorni di inchiesta sul San Raffaele e sul faccendiere Daccò, più di un amico mi ha fatto presente che lo yacht al centro di molti scatti si chiama “ad maiora”. È la stessa formula con cui chiudo, da anni, i miei post, le mie lettere (non amorose, quindi quasi tutte), persino le mie comunicazioni redazionali.
Il Secolo XIX ha scoperto intanto che lo yacht ha cambiato proprietario:
http://www.ilsecoloxix.it/p/multimedia/levante/2012/04/18/APoeEwKC-maiora_proprieta_cambiato.shtml
Va detto che “essendo uno sfigato”, le ultime vacanze di gruppo fatte in nave, erano a bordo di un traghetto.
Ma torniamo ad “ad maiora”.
È una locuzione latina di buon augurio. Verso cose più grandi, significa.
È una formula d’augurio.
Io l’ho mutuata dalla professoressa che ho più amato in vita mia: Ines de Tura. Anzi, Ines Pellizzoni de Tura, avendo scoperto, solo alla sua morte, il suo cognome da nubile:
http://archiviostorico.corriere.it/2003/aprile/23/classici_famiglia_per_prof_Ines_co_7_030423044.shtml
Amava il marito tantissimo, quasi quanto noi studenti, la professoressa De Tura.
Lui morì appena lei andò in pensione. E la prof. si ritirò a fare vita appartata, ad aspettare di raggiungerlo (perché mi viene a trovare, chiedeva? Si goda l’aria aperta e la vita, mi diceva quando andavo a casa sua, ormai laureato).
Eppure, l’ad maiora con cui chiudeva tutte le lettere era uno stimolo a non mollare, a non abbassare la testa, a usarla sempre.
A scuola, al liceo Carducci, sosteneva quanti si impegnavano, in politica, nel giornale scolastico, persino nei picchetti (c’era un viscido preside ai tempi, non merita nemmeno il diritto alla citazione in questo post).
Ci invitava a leggere i quotidiani ed era riuscita a far appassionare tutti al Greco.
Il mio “ad maiora” è dunque quello della De Tura.
Non un tuffo da uno yacht.
Ma un lasciarsi nel vuoto, senza paura.
Grazie prof. ovunque tu sia.
Ad maiora

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Lettera di una ciellina al Corriere. Raccomandato leggerla

La lettera della moglie di Antonio Simone (tuttora in carcere) al “Corriere della sera”.
Da leggere.
Assolutamente:
http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_19/20120419NAZ15_17-2004137466249.shtml
Ad maiora

Ps. Dalla prima lettera della moglie di “giuda” agli Apostoli (CIT.Barba)

Ps2. A Milano (quindi non solo nelle redazioni) non si parla d’altro.

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Ad Astrakhan la rivolta continua

I giornali italiani continuano a ignorare quel che succede ad Astrakhan.

Nella capitale del caviale si concentra da qualche giorno l’opposizione al putinismo.

Con meccanismi da rivoluzione arancione per contestare le elezioni comunali sono comparse le tende in piazza: http://www.csmonitor.com/World/Europe/2012/0412/After-election-setback-anti-Putin-opposition-takes-struggle-to-the-provinces

Qui si sono concentrati gli oppositori da tutte le Russie:

http://www.themoscowtimes.com/news/article/astrakhan-electrifies-the-opposition/456439.html

“Le persone sentono che ogni cambiamento è possibile”, dice Oleg Shein, candidato sconfitto che fa lo sciopero della fame da un mese:

http://www.washingtonpost.com/world/africa/russias-opposition-movement-tested-in-southern-city/2012/04/11/gIQAWSlnBT_story.html

Ad maiora