Perugia

Verso #ijf14 La maledetta polvere bianca che arricchisce le mafie: a Perugia mercoledì si dibatte di narcotraffico

“Il Messico è l’origine di tutto. Il mondo in cui ora respiriamo è Cina, è India, ma è anche Messico. Chi non conosce il Messico non può capire come funziona oggi la ricchezza di questo pianeta. Chi ignora il Messico non capirà mai il destino delle democrazie trasfigurate dai flussi del narcotraffico. Chi ignora il Messico non trova la strada che riconosce l’odore del denaro, non sa come l’odore del denaro criminale possa diventate un odore vincente che poco ha a che fare con il tanfo di morte miseria barbarie corruzione. Per capire la coca devi capire il Messico.”
Questa frase di Roberto Saviano dell’interessante Zero Zero Zero ci introduce al dibattito sul narcotraffico che modererò mercoledì 30 aprile al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia: http://www.festivaldelgiornalismo.com/programme/2014/coca-rosso-sangue
A discutere di questo tema (che ci tocca davvero da vicino) il fotografo spagnolo Edu Ponces e la giornalista di Avvenire Lucia Capuzzi che alla narcoguerra messicana ha dedicato un libro, recensito qualche mese fa:

Messico, la narcoguerra che ci riguarda da vicino


Saviano nel suo ultimo testo dedicato all’oro bianco (“Non esiste investimento finanziario al mondo che frutti come investire nella cocaina. (…) La cocaina è un bene rifugio. (…) Si vende più facilmente dell’oro e i suoi ricavi possono superare quelli del petrolio) dedica molto spazio al cartelli messicani che hanno ormai preso il posto di quelli colombiani, alleandosi sempre con la feccia di casa nostra: la ‘ndrangheta.
I narcotrafficanti messicani sono avvantaggiati dall’essere vicino agli States che attraggono polvere bianca e migranti: “È un colabrodo il confine tra Messico e Stati Uniti, il maggiore consumatore al mondo della sostanza bianca. Non c’è un attimo che qualcuno non l’attraversi con la coca nei pannolini del poppante o nella torta portata dalla nonna ai nipotini. Circa venti milioni di persone vi passano ogni anno, più di qualsiasi altra frontiera del pianeta. Gli statunitensi riescono a controllare al massimo un terzo degli oltre tremila chilometri di recinzione, elicotteri, sistemi infrarossi. Tutto questo non ferma nemmeno il flusso di clandestini che rischiano la morte nei deserti e ingrassano i coyotes, i contrabbandieri di esseri umani controllati dai cartelli messicani. Ha anzi creato una doppia fonte di guadagno: se non hai i millecinquecento-duemila dollari per pagare il coyote, puoi sdebitanti infilando La coca nel bagaglio. Impossibile controllare tutte le persone, le auto, le moto, i camion, i pullman gran turismo che fanno la coda ai quarantacinque varchi ufficiali”.
La soluzione che Saviano propone nelle ultime pagine del suo libro per ovviare a questa drammatica crisi (quasi totalmente ignorata dall’agenda setting, del giornalismo e della politica) è la legalizzazione della droga, perché “va a colpire là dove la cocaina trova il suo terreno fertile, nella legge economica della domanda e dell’offerta: prosciugando la richiesta tutto ciò che sta a monte avvizzirebbe come un fiore privato dell’acqua”.
Un vecchio cavallo di battaglia dei radicali. Un tema che cercheremo di affrontare con quanti ci seguiranno mercoledì a Perugia.
Ad maiora
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Roberto Saviano
Zero Zero Zero
Feltrinelli
Milano, 2013

#Abocatour negli stabilimenti di Aboca

Questo blog tour ci ha portato a visitare gli stabilimenti di Aboca, azienda leader in Italia nel mercato dei farmaci naturali, ossia realizzati solo con piante medicinali e senza prodotti chimici. È un approccio alla salute che riscuote sempre più successo se, come ci ha spiegato la dirigente marketing (e amica) Alessia Scarpocchi, Aboca – che ha fatturato di 80 milioni lo scorso anno – è al nono posto nel mercato generale dei farmaci (al settimo se si aggiungono i proventi dell’erboristeria).
Con i numeri mi fermo qui, salvo che per ricordare che questa azienda, che nasce e cresce tra le province di Arezzo (Sansepolcro) e Perugia (Pistrino) ha la bellezza di 500 dipendenti.
L’elemento chiave su cui lavora Aboca è che il ciclo produttivo integrato e verticale: nei limiti del possibile infatti è la stessa azienda a produrre – con 1000 ettari in Val Tiberina– tutte le piante che utilizza per i dispositivi medici (ma anche per gli integratori alimentari e i cosmetici).
La visita agli stabilimenti di produzione è istruttiva. Il primo trattamento cui vengono sottoposte erbe e semi è l’essicazione che serve per conservarle, preservando le qualità organolettiche.
Poi vengono selezionate con macchine che un tempo venivano utilizzate dall’industria dei tabacchi e che ora hanno funzioni meno dannose per la salute umana. A proposito di salute, in tutti i reparti che abbiamo visitato, c’è un intenso profumo di fiori: l’ambiente di lavoro in questo senso – salvo che non andiate nei campi – è imbattibile. Comunque, la terza fase consiste nell’eliminazione di eventuali batteri utilizzando il vapore acqueo.
Inizia poi la fase di produzione vera e propria. Ci sono state illustrate le rigide misure previste per la pulizia dei macchinari per evitare che sostanze diverse entrino in contatto. E ci è stata mostrata la produzione delle tisane. Le bustine in cui sono contenute non hanno né colla né punti metallici ma vengono solo pressate. Sono poi a loro volta inserite in bustine di carta e alluminio (quindi queste andranno poi a finire nell’indifferenziata, mentre la bustina con la tisana andrà nell’umido).
Molto interessanti anche i reparti dove vengono prodotti i dispositivi medici. Dato che non vengono utilizzati additivi chimici, per ottenere i farmaci si usano i metodi della concentrazione e soprattutto della liofilizzazione (metto i link perché, dal basso dei miei studi classici, le spiegazioni tecniche risulterebbero imbarazzanti).
Ah, una cosa ho scoperto: viene utilizzato parecchio miele e Aboca ha avviato la produzione anche di questo “regalo” delle api.
Per ora mi fermo qui.
Salvo per ricordare che, pur in una fase di pesante crisi, questo mercato è in continua crescita (+44% in 5 anni). Forse perché, diminuendo i soldi, le scelte si fanno più attente.
“Quel che non si fa è importante come quello che si fa”, si dice qui. Una frase da tenere a mente ogni volta che si va a fare la spesa. Al super come in farmacia.
Ad maiora

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