India

Danno d’immagine per salvare i #marò

Non pensiamo al duplice omicidio dei due pescatori indiani.
Disinteressiamoci del diritto internazionale, che non avrebbe dovuto portare a un processo indiano per i due marò.
Freghiamocene del rispetto del patto sottoscritto dal rappresentante della Repubblica Italiana quando le autorità indiane hanno concesso ai due militari di tornare in patria a votare (dopo aver fatto loro fare le vacanze a Natale).
Dimentichiamoci che i due presunti assassini non sono mai stati messi in carcere, in attesa del processo.
Pensiamo solo al danno d’immagine che la mossa del governo Monti (dimissionario da mesi) ha arrecato all’immagine del nostro paese.
Si leggano i commenti a questo articolo su The Times of India per capire come siano scattati tutti i pregiudizi (mondiali) nei confronti dell’Italia.
Forse chi (senza incarico popolare diretto, peraltro) ha governato in questi mesi il paese non ha capito quale sia, al di là di tutto, l’elemento chiave dell’era 2.0: l’immagine.
Il danno che che questa operazione sconsiderata sta creando è dunque enorme. In aree del mondo decisive, peraltro.
Non stupiamoci quindi se, nel disinteresse generale, a New Delhi circoli l’ipotesi che domani il nostro ambasciatore possa essere arrestato.
Non è mai successo si dirà.
Il mondo sta cambiando, se qualcuno non se ne è accorto.
Ad maiora

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Da oggi #Tibet in mostra a #Monza

Monaco tibetanoRicevo e volentieri pubblicizzo la notizia di questa mostra che si apre oggi.

Ad maiora

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“Credo che per affrontare la sfida del ventunesimo secolo, gli esseri umani dovranno sviluppare un maggiore senso di responsabilità universale. Ciascuno di noi deve imparare a lavorare non solo per sé, per la sua famiglia o la sua nazione, ma a favore di tutta l’umanità”. Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama

“Cultura e diritti umani: il respiro del Tibet”, questo il titolo della mostra fotografica collettiva presso lo Spazio Espositivo dell’Urban Center – Binario 7 – in via Turati 6 a Monza, con inaugurazione oggi, mercoledì 20 febbraio ore 18.00, alla presenza degli autori e di un gruppo di monaci buddisti provenienti dal Monastero Loseling Manjusri Temple in India, che realizzeranno sul posto un Mandala e saranno a disposizione, insieme ai fotografi, per rispondere alle domande del pubblico.

Organizzata dalla UPF/Universal Peace Federation insieme al Centro Progetto Mandala e in collaborazione con il Comune di Monza, la mostra è strutturata in 2 parti: una riguardante i diritti umani, con foto dedicate all’impegno e alla lotta del popolo tibetano, mentre l’altra parte della mostra ha lo scopo di presentare alcuni aspetti della vita in Tibet, con l’intento di offrire spunti di riflessione che possano dare l’idea della Cultura di Pace che contraddistingue questo popolo da secoli. Senza la pretesa di fare una mostra esaustiva, si vuole quindi richiamare l’attenzione sulla questione dei diritti umani e nello stesso tempo offrire immagini significative, per dare modo allo spettatore di cogliere alcuni aspetti peculiari legati alle diversità della popolazione e del paesaggio, cercando di far “respirare” l’aria dei luoghi del Tibet storico che va dai 3.500 metri in su e della specificità della sua cultura. 

La mostra sarà aperta, con entrata libera, fino a mercoledì 27 febbraio, la locandina si può visionare e scaricare dalla home page del sito www.trofeodellapace.org

Per info: monza@italia.upf.org

India, sospesa l’esecuzione dell’estremista Sikh

Mentre arriva dal Giappone la notizia di tre esecuzioni eseguite (le prime dopo il 2010, una delle tre per impiccagione) dall’India arriva una buona notizia. E’ stata infatti sospesa la condanna a morte di Balwant Singh Rajoana, militante di un’organizzazione estremista Sikh.

L’esecuzione era prevista per sabato in un carcere del Punjab.

La decisione è stata presa in seguito alla pressioni delle autorità del Punjab, di Amnesty International e alla presentazione di una domanda di grazia alla presidente della Repubblica Pratibha Patil.

Ieri si erano verificate violente proteste di gruppi della comunita’ sikh contro l’impiccagione del 44enne Rajoana, condannato per omicidio e terrorismo.

Proteste, pacifiche, anche a Milano, come avevamo documentato lunedì (foto, piazza Fontana).

Sono otto anni che in India non ci sono condanne a morte.

Ad maiora

L’Onu farà la fine della Società delle Nazioni?

A leggere bene le carte, anche al momento del voto della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, si vedevano già ampiamente tutte le criticità che l’istituzione della “No fly zone” in Libia e l’autorizzazione di “tutte le necessarie misure” per proteggere i civili avrebbe provocato e che sono ora sotto gli occhi di tutti.

Tra i cinque Paesi che Consiglio di Sicurezza  – su 15 – che si sono astenuti (Brasile, Cina, Germania, India e Federazione Russa), due aveva soprattutto già capito la mala parata. I brasiliani (rappresentati da Maria Luiza Riberio Viotti – i Paesi all’avanguardia sono governati e rappresentati da donne) avevano dichiarato di “non essere convinti che l’uso della forza potesse garantire la realizzazione dei comuni obiettivi”, spiegando che “nessuna azione militare da sola porta alla fine di un conflitto”. I russi (rappresentati da Vitaly Churkin, ambasciatore attivo dai tempi della tragedia di Chernobyl) sottolineavano invece come “molte domande rimanessero senza risposta”, incluso “come” e “chi” e “con che limiti” si sarebbe messo in pratica la risoluzione. I dubbi sono ancora sul tavolo.

Poche ore dopo il voto, Sarkozy mostrava i muscoli in televisione, sollecitando i mai sopiti spiriti imperiali dei cugini d’Oltralpe. L’America del sempre più confuso Obama, inseguiva a breve distanza e dopo pochi giorni anche i nostri Tornado sfrecciavano per i cieli libici giusto per mostrare un tricolore che non fosse solo quello francese.

Ora tutti (salvo Sarkozy, cui distribuire le carte non era mai capitato e che sembra si stia divertendo) invocano l’intervento della Nato che – non si sa né chi né quando sia stato deciso – è diventato il braccio armato dell’Onu. L’Alleanza atlantica a mio giudizio avrebbe dovuto essere sciolta una volta vinta la battaglia con “l’impero del male”, una volta cioè collassato per implosione il suo avversario storico, il Patto di Varsavia. Così non è stato e i 28 paesi occidentali che compongono questa alleanza militare (che cerca di allargarsi a più Paesi possibili per mantenere una predominanza politico-militare) si incaricano di essere i soldati delle Nazioni Unite. Questa organizzazione internazionale, subentrata alla Società delle Nazioni ha già mostrato ampiamente i suoi limiti e mi auguro che venga superata non tanto dai vari G8, G20, G40 e chi più ne ha più ne metta (sorta di Rotary per Paesi ricchi dove si è cooptati), ma da una nuova organizzazione meno elefantiaca,  in grado soprattutto di rappresentare un mondo che cambia.

Ad maiora.