Comunicazioni

Riflessioni random sulla comunicazione. Radio televisiva e no.

Videopolitik: il potere dell’apparire (tesi)

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Tesi interessante e originale quella di Vincenzo Di Riso che analizza il tema del corpo del capo e approfondisce la propaganda del regime putiniano. Rispetto a quella sovietica è altrettanto pervasiva ma certo più astuta, finendo per far credere agli elettori russi che la loro sia una libera scelta.
In realtà il martellamento mediatico lascia un uomo solo sulla scena, il presidente Putin, le cui campagne elettorali (o meglio quelle del suo partito Russia Unita) spesso accostano messaggi politici con richiami sessuali. Segnali tribali, di facile lettura, che uniscono il paese dietro l’unico leader. La tesi (Videopolitik: il potere dell’apparire) presentata in questi giorni alla Statale di Milano, analizza proprio questo tipo di propaganda televisiva.

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L’immagine di Milano, dagli anni ’50 ai giorni nostri (tesi)

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La tesi di Claudia Vaghi, in discussione oggi, all’Università degli studi di Milano si occupa della “immagine di Milano”, ossia del trattamento mediatico della città lombarda, dagli anni ’50 ai giorni nostri.
Lo studio si svolge su tre piani. Si inizia con quello cinematografico, per capire – anche in base alle location scelte in città – quale immagine sia stata impressa sulle pellicole del cinema, dal neorealismo fino a Checco Zalone.
Il secondo piano è quello pubblicitario. La città ha ereditato per almeno un decennio la sua immagine da uno spot: quello del Ramazzotti e della città da bere.
Infine i più tradizionali tg, quelli della Rai in questa analisi. Dove la Vaghi ha mostrato come, anche in questo caso, la città abbia spesso una immagine distorta, frutto dell’attenzione spasmodica per i grandi eventi (Prima della Scala, Settimana della Moda e – immaginiamo – a breve Expo) a scapito di una quotidianità che spesso è tutt’altro.
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Le (troppe) regole dei giornalisti

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Il sottotitolo è: “Istruzioni per un mestiere pericoloso”. E il mestiere è quello del giornalista di cui questo libro cerca di spiegare le regole. Per sopravvivere non tanto in zone di guerra (di Domenico Quirico si parla troppo poco, a proposito) ma sopratutto nelle aule di giustizia italiane.
“Le regole dei giornalisti” (Mulino) è un interessante volume di Caterina Malavenda (tra gli avvocati più noti per difendere e salvare i giornalisti dalla massa di querele che ricevono) Carlo Melzi d’Eril (anch’egli legale, esperto di diritto dell’informazione e internet, la frontiera sulla quale camminano ormai molti cronisti) e Giulio Enea Vigevani (docente di Diritto Costituzionale e Diritto dell’Informazione alla Bicocca).
Il libro racconta di come la legislazione fascista abbia lasciato pesanti detriti nelle normative che regolano la professione giornalistica, normata (in senso restrittivo) dalla Costituente che attenuò in quel modo l’ottimo articolo 21 (salvo l’indeterminato riferimento al Buon Costume, tema che ognuno può declinare a suo piacimento).
Una legge quella sulla stampa superata dapprima dalla TV e ora da internet e dai Social network (che qualcuno ha pure querelato, ma che sono un fiume in piena). Così come è vecchia la normativa che riguarda la professione giornalistica con garanzie che riguardano solo i “professionisti”, escludendo quel mondo sempre più rilevante di chi fa il giornalista anche senza il tesserino rosso (o è granata?). Per non dire della “privacy” utilizzata come un manganello dai potenti di turno (persino da Preziosi mentre passeggia per Genova, aggredendo giornalisti del Secolo XIX, armati non di penna, ma di telecamera, segno dei tempi).
La politica italiana (caso strano) non riesce a stare al passo con quel che accade e spetta dunque alla giurisprudenza (anche europea) ridurre le possibilità di mettere a tacere i giornalisti. Che subiscono denunce e gigantesche richieste di risarcimento danni, spesso intimidatorie. Chi le avanza sa perfettamente che, in caso, di rigetto non avrà che da pagare le spese legali.
I giudici stessi comunque a volte estendono come fionde alcuni reati cercando di applicarli per colpire i giornalisti: come l’idea assurda di incriminarli per ricettazione per la divulgazione di “segreti” investigativi o giudiziari.
Il libro (che ha un’interessante post-fazione di Francesco Merlo, collega super-querelato – curiosamente non pubblicizzata in copertina) spiega come i colleghi più a rischio siano proprio quelli che si occupano di giudiziaria, che spesso ricevono querele per diffamazione, rischiando pesanti condanne: “Spesso – scrivono gli autori – il processo penale diventa una vera e propria incognita, il cui esito dipende da variabili non facilmente prevedibili, non ultima la formazione culturale, sociale e, perché no, politica del giudice”.
Un libro da leggere da giornalisti e “utenti”.

Se volete saperne di più e siete dalle parti di Champoluc la sera di venerdì 23 agosto presenterò questo volume insieme a Caterina Malavenda (modera Roberto Mancini). Alle 21 nella tensostruttura di Ayas Cultura.
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Caterina Malavenda,Carlo Melzi d’Eril, Giulio Enea Vigevani
Le regole dei giornalisti
Il Mulino
Bologna, 2012
Pag. 178
Euro 15

Questa è Taranto (senza Ilva)

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La pubblicità della Regione Puglia (che cerca di far dimenticare o non considerare solo l’Ilva) è sbarcata anche sui taxi milanesi.
Lo spot della campagna ha una serie infinita di commenti. Interessanti.

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L’occhio della videosorveglianza: come le telecamere di controllo hanno cambiato la nostra percezione visiva (tesi)

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La tesi magistrale di Camilla Ramazzotti (discussa in questi giorni in Festa del perdono) va a toccare uno dei temi cardini del corso sulla videocrazia che tengo alla Statale di Milano. Denota da un lato la rilevanza e la forza delle immagini. Dall’altra una penetrazione ormai massiva che ha compromesso definitivamente il diritto alla privacy.
La nostra, come sottolinea la Ramazzotti, è una società sorvegliata. E il pensiero non può andare a 1984, ritardato solo di pochi lustri.
Il tutto ha comunque anche qualche risvolto positivo. Soprattutto nelle inchieste giudiziarie. Nella tesi vengono riportati una serie di casi nei quali l’immagine ha avuto un peso rilevante per le indagini. Come per la morte di Franco Mastrogiovanni in un reparto di psichiatria del salernitano. O per gli spari contro il consigliere comunale torinese Alberto Musy. O ancora per l’attentato di Brindisi in cui ha perso la vita Melissa Bassi, che qualche giorno fa ha portato alla condanna di Giovanni Vantaggiato proprio per le riprese delle telecamere di un chiosco.
Insomma, anche il modo di fare indagini sta cambiando. Gli stessi investigatori d’altronde, per incastrare educatrici violente, non hanno strumento migliore che piazzare una telecamera nascosta in classe.
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