Anna Politkovskaja

Libertà di stampa. In Russia, ma non solo.

LA LITUANIA CONCEDE L’ASILO POLITICO ALLA GIORNALISTA BIELORUSSA NATALIA RADINA

Della rocambolesca fuga di Natalia Radina da quella prigione a cielo aperto che è la Bielorussia avevamo parlato qualche settimana fa:

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/08/11/fuga-dal-kgb-bielorusso-per-la-vittoria/

Dopo essere andata nei Paesi Bassi, la giornalista di Charter ’97 era arrivata a Vilnius, in Lituania per poter continuare a fare informazione sul suo paese (dove conta di tornare presto, una volta che sia diventato democratico).

Aveva chiesto asilo politico. Le autorità lituane ci hanno pensato un po’ su (sollecitate anche da una lettera di Annaviva che vorrebbe avere presto Radina ospite di un convegno sulla libertà di stampa da organizzare a Milano) ma oggi le è arrivato un permesso di 5 anni:

http://www.rferl.org/content/belarus_journalist_granted_asylum/24322089.html

Natalia Radina, imprigionata per la sua attività di giornalista alla fine dello scorso dicembre, ora può riprendere il suo lavoro nel sito di informazione su quel che accade per paese del Kgb:

http://charter97.org/en/news/

Ad maiora

KHODORKOVSKIJ, PUNITO PER EVITARNE LA SCARCERAZIONE

Mikhail Khodorkovskij, l’ex oligarca e petroliere russo in carcere per reati fiscali (scoperti solo dopo che si è messo a contrastare politicamente Vladimir Putin), ha ricevuto due richiami nel mese di agosto dalle guardie carcerarie. Due casi che potrebbero ostacolare la domanda di libertà vigilata avanzata dall’ex numero uno di Yukos, società cannibalizzata dallo Stato russo (al banchetto hanno partecipato anche due grandi aziende pubbliche energetiche italiane che iniziano per E). L’avvocato di Khodorkovskij (che dovrebbe tornare libero nel 2016,) Vadim Klijuvgant ha spiegato che il suo assistito ha ricevuto richiami per aver regalato un pacchetto di sigarette al suo compagno di cella e per aver atteso le istruzioni di un saldatore, che si era allontanato dal suo banco di lavoro, all’interno dell’officina, un luogo secondo giudicato “inadeguato”. Già nel passato, l’imprenditore (che ha il privilegio di lavorare in carcere) aveva subito numerosi richiami per la posa con cui camminava (mani dietro la schiena) o per aver bevuto il the fuori dagli spazi consentiti. Khodorkovskij sta scontando una pena di 13 anni di carcere per frode, evasione fiscale e furto di petrolio in una prigione della Carelia.

L’ex socio di Khodorkovskij Platon Lebedev, condannato per le stesse accuse, si è visto rifiutare la libertà vigilata dopo due richiami: aveva perso i pantaloni e le pantofole della sua divisa carceraria.

Ad maiora.

ЭЛЬЗА К.

6, 7, 8 октября 2011 г – в 21 час

Театр дель Борго (ул. Форментини, 10, Милан)

 

Аннавива и ЛаттОрия

представляют

 

ЭЛЬЗА К.

 

Автор Андреа Рискасси

Режиссер Алессия Дженнари

С участием Фабио Парони, Сары Урбан, Паолы Винченци

Музыка Федерико Гона

 

“Главное иметь шанс делать основное дело”

Анна Политковская

 

Эльза К. – это премьера спектакля по случаю очередной годовщины гибели Анны Политковской. Российская журналистка была убита 7 октября 2006 года в подъезде её дома в Москве неизвестными, в связи с тем, что она защищала права человека, выступала против выстроенного Путиным режима и сражалась за свободу слова и средств массовой информации.

Ассоциация Аннавива и ЛаттОрия начали свое сотрудничество в марте 2011 г. Эльза К. появилась как продолжение этого сотрудничества. Обе ассоциации действуют, казалось бы, в различных и специфических сферах: с одной стороны – информация, с другой – театр, а посвящают свое дело именно темам защиты прав человека, сохранению памяти и культуры как средств доказательства и способов размышления о нашем времени.

В тексте пьесы просматривается двойная природа такого сотрудничества, и создается она путем сопоставления, соединения документальных источников, которые содержатся в статьях той же Политковской, и в тех проверенных документах, которые использованы драматургами.

Пьеса построена на деле Эльзы Кунгаевой, чеченской девушки, изнасилованной и убитой патрулем российских солдат, под руководством полковника Юрия Буданова. Судьбой Эльзы Кунгаевой, событиями, связанными с ее убийством и расследованием этого насилия занялась Анна Политковская.

В спектакле звучат три голоса. Мужской – озвучивает документально подтвержденные факты, чтобы придать объективность рассказываемому делу. И слышны два женских голоса – Эльзы и Анны, которые воспринимаются как слова памяти, слова истории. Это для того, чтобы вызвать в памяти не только дело Эльзы, потому что это не просто работа Анны Политковской, но и воссоздать в деталях самое громкое дело, которое касается конфликта русскоязычных – чеченцев и некоторых русских, мнящих себя политическими и общественными деятелями, но на самом деле осложнившими этот конфликт между простыми людьми.

Эльза и Анна, обе носительницы собственной правды и собственной трагедии, одновременно присутствуют на сцене, но не говорят друг с другом. Каждая по очереди вспоминает свою историю своими словами, со своим пониманием и человечностью, позволяя говорить другой. Поставить такой диалог – это сделать из обычного театра то место, где перед зрителем восстаёт грубая и горькая реальность. Всё это делает театральную сцену местом для воспоминания и возможности восстановить и выяснить Правду.

Контакты:

Аннавива – Памела Фоти pamela.foti@gmail.com 348 5484505

ЛаттОрия – Сара Урбан saraurban@lattoria.it 340 2932969 http://www.lattoria.it

FUGA (DAL KGB BIELORUSSO) PER LA VITTORIA

Natalia Radzina è una giornalista bielorussa del portale indipendente Charter ’97:

http://charter97.org/en/news/

È stata arrestata a seguito della manifestazione dell’opposizione di dicembre, per aver protestato contro i brogli alle elezioni presidenziali. Detenuta per più di un mese, è stata in seguito rilasciata e sottoposta agli arresti domiciliari. È accusata di aver organizzato e partecipato agli scontri di massa.

Ora è fuggita dal paese.

Questa la lettera con cui racconta la sua fuga dall’ultima dittatura d’Europa, pubblicata da http://www.indexoncensorship.org/

………………………………………………………..

Dopo essere stata costretta a fuggire dalla Bielorussia, il mio viaggio verso la libertà in Europa è durato esattamente quattro mesi.
Mesi che sembravano sembrava senza fine, perché non c’è niente di più noioso che aspettare, soprattutto in isolamento. Ma facciamo un passo indietro.

Dopo un mese e mezzo in una prigione, il Kgb (i servizi segreti lì non hanno – significativamente – cambiato nome, Ndr)  non mi ha restituto il passaporto. Questo è totalmente illegale. All’imputato, rilasciato su cauzione prima del processo, devono essere restituiti tutti i documenti. Ma Il Kgb bielorusso è noto per sputare sulle leggi.

Anche prima che le autorità mi ha chiamassero per un interrogatorio a Minsk, avevano già messo in chiaro che avevano deciso di chiudere il sito web charter97 una volta per tutte. Dopo il mio rilascio dalla prigione del Kgb, ero costantemente minacciata di essere rimandata in cella all’Americanka (famigerato carcere del Kgb nel centro di Minsk, Ndr) ma divenne evidente che il mio arresto e la conseguente pressione su di me non stavano avendo l’effetto desiderato: il sito ha continuato ad essere indipendente. La mia “colpa” è stata aggravata dal fatto che ho fatto parte del team elettorale di Andrei Sannikov, quando si è candidato alle presidenziali (contro Lukashenko, Ndr). Il regime di Lukashenko ha messo nel mirino tutto lo staff di Sannikov (il leader bielorusso, definito “prigioniero politico” da Amnesty International è stato condannato a 5 anni di carcere per aver organizzato manifestazioni post-elettorali di protesta, Ndr).

In realtà, non ero davvero spaventata dalla prigione. Altre cose mi sembravano peggio: era chiaro che i funzionari non mi avrebbero  più permesso di lavorare in Bielorussia. Ciò erà già evidente nel marzo 2010, dopo le perquisizioni nei nostri uffici e l’incriminazione. Seguita da una seconda, poi da una terza, infine da una quarta. Quest’ultima per quanto è accaduto il 19 dicembre 2010 (le manifestazioni contro i brogli elettorali, Ndr).

Un colonnello del Kgb mi ha minacciato di spedirmi in carcere per cinque anni solo per aver pubblicato l’invito dei candidati alle presidenziali di andare in piazza Indipendenza (a MInsk) per protestare pacificamente contro la falsificazione dei risultati elettorali. Io mi sono rifiutata di cooperare con il cosiddetto “organo inquirente” (ossia di  spiare i miei colleghi e scrivere petizioni pro Lukashenko) è stata un’altra circostanza aggravante. Come mi hanno detto, sono stato “congelata”.

Dopo il mio rilascio dalla prigione, divenne chiaro che le autorità non mi avrebbero lasciata in pace, pur in esilio a Kobrin (la sua città natale, Ndr). Dopo ogni articolo critico pubblicato da charter97, una macchina della polizia veniva a casa dei miei genitori e mi portava al locale ufficio del Kgb, dove ero minacciata di essere risbattuta in prigione.

Quindi, quando un investigatore mi ha chiamato per ordinarmi di andare a Minsk per un interrogatorio, ho visto la mia occasione di lasciare Kobrin. Ho informato la polizia del posto che stavo andando nella capitale per un interrogatorio e ho preso il treno Brest-Minsk. La mattina presto, intorno alla una di notte, sono scesa alla stazione di Luninets, dove il treno fa una lunga sosta per permettere ai passeggeri di recarsi in un negozio di alimentari. Alla stazione sono stata accolta da amici, e sono andata con loro a Mosca in auto. Il 1° aprile ero già oltre il territorio della Bielorussia e ho potuto complimentarmi col Kgb bielorusso per il pesce d’aprile alla loro professionalità.

Non potevo girare in pubblico in Russia. Le autorità bielorusse avrebbero richiesto la mia estradizione immediata. Oltre a ciò, va considerato che i nostri servizi segreti operano di nascosto in Russia. L’assenza di confini formali tra i nostri due paesi permette loro di rapire persone dalle strade di Mosca, e annunciare ai giornali che sono stati arrestati in Bielorussia. I difensori dei diritti umani sostengono che è quanto è successo con l’anarchico Igor Olinevich Igor, poi condannato a otto anni di carcere.

A Mosca, il mio problema principale era ottenere i documenti, in quanto senza non avrei potuto legalmente lasciare il territorio russo.

Ho chiesto aiuto all’Ufficio russo del Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ho completato tutte le procedure formali, e dato che il mio caso era ben documentato, il mio trasferimento in un paese terzo è stato subito preso in considerazione. Questi sono stati i mesi più difficili della mia vita, ma non posso lamentarni. Di solito, la procedura di asilo richiede fino a due anni.

Solo un piccolo numero di attivisti dei diritti umani e politici sapevano che ero in Russia, e mi hanno dato tutto il sostegno possibile. La persona che mi ha aiutato più di Mosca, Gannushkina Svetlana Aleskeevna, è un membro del Consiglio per i diritti umani della Presidenza della Federazione Russa, membro fondatore dell’ong Memorial e portavoce di “Assistenza civica”. Questa organizzazione è estremamente efficace nel salvare le persone. L’ho visto di persona. Un gran numero di rifugiati provenienti da Afghanistan, Tagikistan, Uzbekistan e altri paesi vanno in quell’ufficio. Anche se i profughi sono molto più numerosi di quanto le organizzazioni umanitarie possano gestire, ognuno di loro viene aiutato.

Sono molto grata ai lettori di Charter97, che ci sono rimasti vicini durante questo difficile periodo. I vostri commenti mi hanno sostenuto molto durante l’isolamento. Per mesi ho vissuto a casa del mio amico di Mosca, dove ho continuato il mio lavoro come responsabile del sito web Charter97.org e ho cercato di non apparire in luoghi pubblici.

Una volta che mi è stato riconosciuto lo status di rifugiato dalle Nazioni Unite, la prima nazione che mi ha offerto tutela internazionale è stata l’Olanda. Il 28 luglio, dopo che ho ottenuto il mio documento di viaggio, ho volato da Mosca a Amsterdam. Sono molto grata ai Paesi Bassi per la mia salvezza, ma tre giorni dopo mi sono trasferita in Lituania. Dopo le elezioni presidenziali in Bielorussia infatti, il sito Charter97.org è stato registrato in questo paese: è qui che la mia squadra ha ora basa e da qui posso dirigerlo. Il 4 agosto, ho chiesto asilo politico in Lituania.

Durante tutti questi mesi, ho sperimentato la durezza della vita di rifugiato. E posso dire in prima persona: non vi è nulla da invidiare. Non avrei mai lasciato la Bielorussia, se, come Vysotsky cantava, non mi avessero “circondata da ogni parte”. Ho reagito come ho ritenuto opportuno. Non ho intenzione di giocare secondo le regole definite dal Kgb bielorusso. Sono sicura che tornerò a casa presto, e il nuovo governo democratico del paese mi riconsegnerà il mio passaporto bielorusso.

…………………..

Te lo auguriamo cara Natalia, che ha già incontrato i parlamentari lituani:

http://charter97.org/en/news/2011/8/9/41386/

Questa à la canzone di Vladimir Vitsosky, “Caccia al lupo” che penso citi:

http://youtu.be/i1_0fi831Vk

Ad maiora

Elena Bonner con Andrei Sakharov

Addio a Elena Bonner

Quando una sera di qualche anno, controllando gli ultimi firmatari degli appelli per Anna Politkovskaja lessi il suo nome lanciai un urlo. Non pensavo che la potenza della rete mi potesse mettere in contatto con una persona del genere, una delle più coraggiose donne sovietiche.
Elena Bonner, e lo racconto con infinita tristezza, non è più tra noi. È morta negli Stati Uniti. Martedì ci sarà la cerimonia d’addio poi, cremata, sarà seppellita a Mosca al fianco di suo marito, di sua madre e dei suoi fratelli.
Era nata il 15 febbraio 1923 Elena. Da una famiglia che sarà spazzata via dalla follia staliniana: il padre fucilato nel ’38, la madre condannata per 7 anni ai lavori forzati.
Lei non si perse d’animo andò a vivere a Leningrado. Ebbe una famiglia che lasciò per l’amore della sua vita, Andrej Sakharov. Con lo scienziato che dapprima aiutò il suo paese alla costruzione della bomba nucleare e che poi si oppose con tute le sue forze alle sperimentazioni e all’uso delle testate, iniziò la sua battaglia per i diritti umani. Contestarono le repressioni sovietiche e furono confinati a Gorkij. Sakharov non poté così ritirare il Premio Nobel per la pace. Ai due fu poi consentito di emigrare. Sakharov fu riabilitato da Gorbaciov e fu eletto alla Dumas nel 1989, ma morì proprio quell’anno.
Elena tornò in Nord America, dove vivono i figli.
Quando due anni fa con Annaviva e Gariwo organizzammo a Milano iniziative per la libertà di stampa nella Russia di oggi, chiedemmo a Elena Bonner se voleva partecipare, ci disse che non stava bene e che avrebbe volentieri delegato l’incombenza a sua figlia. Tatijana Yankelevich, docente a Boston, ne ha preso infatti il testimone e chi ha partecipato agli incontri milanesi ricorderà la sua forza d’animo.
A lei vada un grande abbraccio.
A Elena un grazie. Dal profondo del cuore. Che la terra ti sia lieve.
Ad maiora