UNA STRATEGIA NONVIOLENTA PER ABBATTERE IL REGIME

“Molte persone in buona fede sono convinte che basti denunciare il regime oppressivo con sufficiente determinazione e protestare abbastanza a lungo per cambiare le cose. Ma non è così”. E ancora: “Le proteste e la dissidenza individuali possono essere nobili ed eroiche, ma un movimento di resistenza che vuole abbattere un regime richieste proteste e dissidenza collettive”.
Così Gene Sharp continua la sua opera di informazione e divulgazione dell’azione nonviolenta per abbattere le dittature. Il nuovo volume tradotto in italiano è “Liberatevi!”.
È una guida che rappresenta un’evoluzione di “From Dictatorship to Democracy” (da poco uscito per i tipi di Chiarelettere col titolo “Come abbattere un regime”) per – come spiega il professore americano -“preparare una strategia di liberazione” che sia “responsabile, intelligente ed efficace”. E prende a esempio le rivoluzioni colorate di questi anni nell’Europa orientale. Senza dimenticare la plateale sconfitta di piazza Tienanmen.
Ma il discorso si può ampliare ora anche alla recente cosiddetta “primavera araba”. E nel libro vengono spiegate anche le modalità per, una volta vinto, “prepararsi a bloccare e sconfiggere il processo di emancipazione democratica, politica, sociale ed economica, per imporre un nuovo regime oppressivo”. Proprio quel che sta accadendo ora in Egitto dopo il miracolo di piazza Tahir.
Jamila Raqib, collaboratrice di origini afgane dell’Albert Einstein Institution dal 2002 nell’introduzione spiega che in questi anni tanti gruppi in situazione di crisi hanno chiesto consigli su “come pianificare una strategia per raggiungere i propri obiettivi”. “Liberatevi!” offre questa serie di supporti. O meglio li indica per punti, suggerendo gli altri testi da leggere (quasi tutti di Sharp o di Robert Helvey). Perché “con una preparazione attenta e una pianificazione scrupolosa le possibilità di successo della lotta nonviolenta aumentano in modo significativo” e, come specifica l’anziano studioso, non si può pianificare una strategia nonviolenta “senza prima aver compreso appieno il metodo”.
Sharp invita a scalare i “gradini della liberazione” partendo dai più piccoli, realizzando “campagne secondarie con obiettivi circoscritti”, alla portata della gente comune, colpendo i punti deboli del regime, ottenendo immediati risultati, capaci di convincere la popolazione di poterne ottenere anche di più grandi.
L’importante è non fare iniziative a caso, ma studiare una strategia: “Pensare strategicamente significa calcolare come agire realisticamente in modo da modificare la situazione presente e avvicinarsi agli obiettivi sperati. Non si tratta solo di desiderare che ciò avvenga, né di dichiarare la propria opposizione al sistema attuale”.
Come avviene in questi giorni in Bielorussia dove la dissidenza dopo la sconfitta della “rivoluzione dei jeans” non si è arresa e passa dall’applaudire ironicamente il dittatore Lukashenko (ignoto al nostro ministro della Difesa) a metter come suonerie vecchie canzoni sovietiche dei tempi della Perestrojka.
Una risata, speriamo, li seppellirà.
Ad maiora.
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Gene Sharp
(in collaborazione con Jamila Raqib)
Liberatevi!
Add editore
Torino, 2011
Pagg.126
Euro 7

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DOPO DI LUI UN (INASPETTATO) DILUVIO

Un libro da leggere in questi giorni in cui si parla del dopo-Berlusconi. Anche se il titolo del volume di Oliviero Beha “Dopo il diluvio” (Chiarelettere) fa pensare a grandi imperatori francesi. E invece bisogna guardare più in basso, molto ma molto più in basso: “Le escort di Bari e non solo, lo scandalo Tarantini, la D’Addario a fotografare il premier a Palazzo Grazioli nel leggendario “lettone di Putin” con tanto di registrazioni delle telefonate e dei momenti hard. Dovessi sceglierne una, opterei per la registrazione dello scambio in cui Lui la richiama perché ‘è tornato forte come un toro’, Lei accorre ma lo trova ‘inadeguato’, Lui risolve con un ‘Beh, allora pisciami addosso’ che la Repubblica dovrebbe adottare come story board pubblicitario e insieme epigrafe di questo favoloso Terzo millennio. Dopo di lui il diluvio, appunto…”
Sono state le uniche parole che mi hanno fatto piegare in due dal ridere di un volume che è tutt’altro che allegro e capace di dare speranze. Ma è stato scritto prima della recente tornata elettorale…
Beha, giornalista e polemista (che purtroppo non possiamo più vedere sul Tg3) se la prende con Carlo Freccero che (intervistato dal Giornale) dice una frase davvero discutibile: “L’intellettuale italiano che è stato più sopravvalutato? Certamente Pier Paolo Pasolini”.
Pasolini rappresenta invece il leitmotiv di un racconto che Beha fa degli ultimi anni della nosta stanca Repubblica. Diventata, non solo mediatica, ma anche pubblicitaria. Capace di creare “un flusso mediatico che promuove e vende merce come un’altra, un candidato come un automobile un pannolino un tipo di carta igienica. Berlusconi ha introdotto una novità che colpisce dritto al cuore di questa comunicazione. Ha svuotato le parole come gusci d’ostrica, ha mangiato l’ostrica e ne parla come se dentro il guscio ci fosse ancora qualcosa. Dentro non c’è più nulla. A colpi di dico/non dico, e poi di bugie e smentite e contraddizioni qualsiasi, su cose importanti come su pinzillacchere, Lui continua a “spacciare conchiglie” che sono vuote da un pezzo. Che valgono solo in quanto conchiglie teoricamente piene e in realtà desolatamente prive di ostriche, un prodotto mediatico cui gli italiani si sono assuefatti perfettamente, o quasi”.
Beha critica aspramente anche Bersani (“correo di aver sempre considerato ‘normale’ Berlusconi a patto di vincere le elezioni), i politici trombati che vanno a dirigere le Asl (a volte anche se sono in odore di ‘ndrangheta), e Giorgio Napolitano di cui ricorda le tante controfirme (come al decreto salva liste) ma anche le critiche a Clementina Forleo, da tempo ormai ‘esiliata’ in provincia.
Beha vede elementi positivi nella nascita del “Fatto quotidiano” e si augura per l’Italia una svolta arancione: “Bisogna uscire dal Teatro Italia, evitare l’asfissia. Respirare altra aria. Girare per strada, e organizzandosi fare fra Galdino casa per casa, scuola per scuola, università per università, associazione per associazione culturale, politica, ricreativa, sportiva, ecologica e quant’altre ve ne siano. Farlo perché è necessario, perché nel Teatro la vicenda è già finita, e se fino a ieri era solo scadente la pièce, adesso sta addirittura bruciando l’edificio”.
Il fuoco ora sembra sia stato spento dalla mobilitazione popolare (e digitale). Vedremo se, a differenza di Kiev, chi ha preso il potere non finirà per deludere. Tante più alte le aspettative, tanto più forti i rischi di disamoramento.
Ad maiora
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Oliviero Beha
Dopo di lui il diluvio
Chiarelettere
Milano, 2010
Pagg. 236
Euro 14

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QUELLA FEROCE GIOVENTU’ CHE CONTINUA A UCCIDERE. SENZA UN PERCHE’

«Quando si arriva a uccidere, non si uccide più il nemico – l’altro che ti ha “rubato” la ragazza e, di seguito, la ragazza che lui si è portato via – ma la ragazza che, lasciandoti, ti “ha rubato” la sicurezza, l’identità, un malinteso senso di proprietà. E il rispetto». Quando in questi giorni sentendo le cronache sull’ex fidanzato che ha ucciso la coppia di fratelli a Milano, mi è tornata alla mente questa illuminante frase del collega del Corriere della sera Cesare Fiumi.

Chi in queste ore si sta domandando quale sia il movente di quel, terribile, duplice delitto, farebbe bene a fare un salto in libreria a comprare “La feroce gioventù” (Dalai editore).

È un elenco di tante piccole e grandi violenze che hanno sconvolto (spesso giusto per il tempo di un tg) il nostro Paese negli ultimi due anni. Tanti delitti senza un perché, con gli immancabile amici “senza parole” che “non sanno darsi pace” come recitano i giornalisti seguendo un copione trito.

Fiumi accusa per quel che sta succedendo i genitori che non fanno più i genitori e gli insegnanti che non fanno più gli insegnanti. Per questi ultimi trova delle giustificazioni per come la politica li ha (mal)trattati negli ultimi anni: «Una catastrofe educativa di cui portiamo i segni vistosi, da quando il docente, il suo ruolo, è stato prima delegittimato, quindi ridotto a ramo secco da tagliare, evitando così, recita la leggenda, di aumentare le tasse. Lasciando in questo modo che insegnanti sempre più sconsolati e genitori frustrati e incontrollati se la vedano tra loro nell’ultima, melanconica, feroce lotta di classe».

Per i non-genitori, l’inviato del Corsera non trova scuse: «Storia di un vuoto. Cognitivo. Emotivo. Valoriale. Parole e significati considerati oggi ciarpame educativo che nessuno si prende più la briga di passare, di tramandare in qualche modo a ragazzi che a vent’anni sono già un catalogo di autostima arrugginita. Compito mancato per indolenza, per una sorta di accidia etica fatta di “chi me lo fa fare”, “ho tante cose a cui pensare” e alla fine “lui di arrangerà”. Troppi genitori incapaci di assumersi la responsabilità di esserlo sul serio, mica soltanto portando lo stipendio a casa, il figlio a scuola e la famiglia in vacanza».

I ragazzi, allo sbando, diventano così «anaffettivi e feroci» che passano «ore fatte di niente, passate a rimuginare le proprie frustrazioni», che finisce per diventare una «generazione orfana del concetto di responsabilità» che finiscono per dare fuoco al barbone o picchiare il “marocchino” per noia. Con danni difficilmente quantificabili: «In questa Italia declinante, interi pezzi di adolescenza e di gioventù si staccano dal comune sentire, da un’etica condivisa, e se ne vanno alla deriva come iceberg, ghiacciati dentro, senza un progetto e una direzione (da loro) prestabilita. Qui non c’entra la malavita organizzata, ma una “vita mala”, destrutturata di ogni condivisione e senza più colonna vertebrale etica, che si fa branco per appoggiarsi a qualcosa quando la noia di sé procura nausea».

Due sono le storie più toccanti che Fiumi racconta. La prima è quella del tassista milanese, ucciso a calci e pugni dopo aver investito involontariamente un cagnolino: «Luca è pacato, non alza mai la voce, ama le filosofie orientali, ha studiato il karma e la reincarnazione, è un non-violento e ha pianto quando, un mese prima, gli è morto un canarino. E adesso è addolorato per aver messo sotto le ruote del suo taxi quel cocker svitato, lasciato correre senza guinzaglio lungo il marciapiede e che, all’improvviso, ha deciso di attraversare di corsa la strada. Luca si è fermato, si è scusato con la padrona dell’animale. Dice con un tono mite: “Ripeto, mi dispiace molto, ma se lo aveste tenuto al guinzaglio…”. Lo dice a gente che non piangerà mai di dolore per la morte di un canarino, solo di rabbia per non saper ribattere una verità. Lo perde la sua sincerità, il fatto di essersi subito fermato e preoccupato. Lo perde quel suo essere ancora una persona lì, in largo Caccia Dominioni, dove i due mutanti si fanno avanti a pugni, calci e ancora calci e pugni. (…) “Sei nell’anima”, ha cantato Patrizia al suo Luca, per giorni e giorni, certa che lui l’ascltasse dal suo coma. Luca che abitava in via della Pace. L’indirizzo di una vita e del suo stile. È come se in largo Caccia Dominioni fosse andato in scena un martirio alla fine di una resa dei conti tra due mondi. Una resa dei conti che solo uno di questi mondi voleva, però».

L’altra storia è quella dell’infermiera spintonata e abbandonata a terra alla stazione Termini di Roma: «A Roma, non solo insulti ai carabinieri che vanno ad arrestare chi ha colpito per frustrazione e rabbia, ma solidarietà piena a lui, chi ha picchiato, da parte di amici (tanti) e parenti. Non importa se la vittima della sua aggressione è morta, dopo una settimana di ospedale: giù applausi e tifo a favore  per il ventenne “normale” del quartiere che sta per entrare in galera con l’accusa di omicidio preterintenzionale. E che, da sotto il cappuccio della felpa, mentre lo portano via, sorride, saluta, mostra di gradire. “Alessio ha sbagliato, ma può capitare”. Di colpire e di andarsene – lo racconta il filmato della telecamera, perché ormai le aggressioni te le puoi pure rivedere, sono uno spettacolo multimediale – senza neppure curarsi delle condizioni di salute di chi ha appena sbattuto a terra e che tra sette giorni morirà. “Se una femmina te attacca come un maschio perde il privilegio d’esse’ trattata da donna”, spiega il coro dei sodali. Sì, perché a morire stavolta è una signora, un’infermiera, Maricica Hahaianu, 32 anni, madre di un bambino di tre anni. Un bel salto di qualità. “E poi quella era romena, e si sa come sono i romeni”, scrive un altro tipo sul blog. Già, mica una donna quella, una persona, una madre».

Storie purtroppo dimenticate che raccontano invece un qualcosa che si è rotto fra varie parti della società italiana e che il duplice omicidio di Milano, ma anche quello di Desenzano del Garda stanno anche in queste ore dimostrando.

La speranza che Fiumi lancia nelle ultime pagine del suo libro e che raccogliamo è che siano gli stessi ragazzi a curarsi di questi loro coetanei allo sbando. Una rivoluzione colorata nel nostro Paese non potrà che passare da questa cruna dell’ago.

Ad maiora.

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Cesare Fiumi

La feroce gioventù

Dalai editore

Milano, 2011.

Pagg. 168

Euro: 16,50

GUERRE DEL GAS: MOSCA SPEGNE LA LUCE A MINSK

Ennesima guerra energetica tra Russia e Bielorussia: Mosca stamattina ha tagliato le forniture di elettricità a Minsk per i 43 milioni di dollari di debiti non pagati. Così facendo il Cremlino (che, insieme all Casa Bianca, governa direttamente il settore energetico russo) aumenta la pressione su Aleksandr Lukashenko, già nel mirino della comunità internazionale per la repressione delle opposizioni.

La Bielorussia è di fronte alla peggiore crisi economica degli ultimi 17 anni (da tanti Lukashenko è al potere). Dall’energia russa dipende solo per il 10%, ma la mossa di Mosca è un chiaro segnale di sfiducia verso il vicino, un tempo alleato. Minsk avrebbe bisogno di un prestito internazionale di 9 miliardi per sanare la crisi, ma è in attesa.  

Non è la prima volta che la Russia scatena guerre energetiche contro i paesi ex sovietici. Finita la guerra fredda, gestendo – per un vecchio retaggio sovietico – gasdotti e oleodotti, Mosca utilizza lo strumento energetico come grimaldello per imporre la sua politica estera.

Ad maiora

NUOVO VENTO PURE NEL BASKET: DA SCARPETTE ROSSE AD ARANCIONI?

Cambia il vento anche all’Armani Jeans? Bandiere arancioni anche sul basket milanese?

Le prime scelte del nuovo corso sembrano segnare infatti una importante discontinuità col passato.

Dopo aver costruto squadre senza criterio, ora chi guida quelle che un tempo erano le imbattibili scarpette rosse sembra aver deciso di programmare con cura le proprie mosse. Il primo passo è stato prendere un allenatore coi fiocchi: Sergio Scariolo, bresciano e campione d’Europa guidando la nazionale spagnola. Non bastasse è stato affiancato da Fabrizio Frates, milanese, buon allentore e grande vice nella Nazionale italiana che conquistò bronzo e argento agli Europei e poi l’oro ai Giochi del Mediterraneo.

Se due indizi non fanno una prova, ecco il terzo segnale, questa volta per chi materialmente scende sul parquet. Da che mondo e mondo una squadra di basket si basa sul suo play. Per anni Milano ha avuto (e profumatamente pagato) Bulleri, una guardia vestita da play. Partito il toscano, a guidare la squadra quest’anno si sono alternati in tre.

Ieri l’Armani Jeans ha messo sotto contratto – per due stagioni – Omar Sharif (così si chiama!) Cook. Vero play maker americano ma naturalizzato montenegrino. Col Valencia ha stabilito il record di assist in Eurolega anche se nei video ce lo si gode soprattutto per l’arresto e tiro:

http://youtu.be/AOBeA6i-jH0

Non è la prima volta che fior di giocatori, arrivati in quel di Milano finiscono per deludere. L’ultimo caso di Pecherov è ancora lì fresco-fresco.

Le scarpette rosse comunque, almeno sulla carta, sembrano ora essere diventate arancioni (Pisapia, sulle tribune – non d’onore –  quest’anno non potrà che esserne felice…).

Ad maiora.