PUTIN? FARA’ LA FINE DI FRANCO O DI MUSSOLINI

Dopo due soli minuti dal nostro incontro (per un’intervista televisiva) con la sfrontatezza che mi caratterizza, informo Julia Latinina che a dicembre come Annaviva pensiamo di tornare a Mosca per seguire le elezioni politiche. Lei che da anni sfida il regime putiniano, sorride e mi risponde: “Elezioni? Ci sono ancora le elezioni nel mio paese?”.

Classe 1966, la rossa Latinina (mi ha ricordato la Bocassini, non solo per la tonalità dei capelli) è in Italia per presentare “Il richiamo dell’onore” (Marco Tropea), bel romanzo nel quale racconta quel micidiale mix di violenza e affari illeciti che caratterizza il Caucaso. Quando le chiedo quale se, per la Russia, il problema principale sia il terrorismo o la corruzione, mi ribatte domandandomi se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Julia è considerata l’erede di Anna Politkovskaja. Ma chiunque lavori per la Novaja Gazeta e non abbia peli sulla lingua nel denunciare il tandem Putin-Kadyrov, non può non fare tornare alla mente la collega assassinata cinque anni fa.

Nel libro la Latinina affronta il nodo del Caucaso raccontando le gesta di un terrorista (Nijazbek, nome che fa anche il titolo originale dell’opera) che cerca, a suon di uccisioni, di imporre una sorta di logica fatta di islam e regole di rispetto clanico, ma anche di buon buon senso: «La vita di Nijazbek era guidata da un principio fondamentale: fare ciò che doveva essere fatto e farlo nel momento giusto. Nijazbek disprezzava le persone che passavano la vita a cercare scuse per non fare quello che era necessario fare». Se Salvatores invece che Lilin avesse letto la Latinina forse avrebbe tratto da questa storia il suo film (ma di sicuro non avrebbe goduto degli stessi fiumi di inchiostro su Repubblica).

Alla fine, come si conviene a queste storie russe (inventate o meno) muoiono tutti o quasi. Guerriglieri islamici come plenipotenziari russi che cercano di mettere insieme i cocci di un matrimonio – quello tra il Cremlino e il Caucaso – finito da decenni.

Nel “Richiamo dell’onore” non si uccide ma si mutila perché «i morti riposano sottoterra e nessuno li vede, i mutilati invece li vedi nelle stazioni del metrò che chiedono la carità». È la stessa terribile logica con la quale un guerrigliero-terrorista in sedia a rotella non può fare altro che usare le armi perché «con la sua invalidità non è in grado di picchiare nessuno: non può far altro che ammazzare». O per la quale un altro leader caucasico «si comportava con gli esseri umani come se fossero insetti: e si sa che gli insetti, se maltrattati, possono pungere».

Anche in Cecenia, come ricorda benissimo la collega Latinina, il 4 dicembre si voterà per le politiche. L’ultima volta il partito del potere putiniano (Russia Unita) raggranellò solo il 99,5%. Nel romanzo, si capisce il meccanismo di questa larga vittoria: «Nella fase di conteggio dei voti, un fucile puntato alla testa di uno scrutatore o di un presidente di seggio vale più della volontà espressa da mille elettori».

«La Cecenia – ha spiegato Julija Latinina nell’intervista – dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja e soprattutto di Natalia Estemirova è diventata un buco nero dell’informazione: nessuno può più fare reportage da lì». E quando le chiedo cosa pensa del ritorno di Putin al Cremlino prima è tagliente («non è che ci torna, non se ne è mai andato») poi definitiva: «I presidenti a vita finiscono in due modi: o come Franco o come Mussolini”.

Ad maiora

Andrea Riscassi

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Julia Latinina

Il richiamo dell’onore

Marco Tropea editore

Milano, 2011

Traduzione (veramente bella): Mario Alessandro Curletto

Pagg. 318

Euro 17

MEGLIO L’UOVO OGGI O LA PENSIONE DOMANI?

«Abbiamo salvato le pensioni», ha continuato e continua a ripetere orgoglioso il Cerchio magico leghista. Non è stato e – soprattutto – non sarà un grande affare. Il perché lo potete scoprire nel libro “Senza pensioni” (Chiarelettere) dei colleghi Walter Passerini e Ignazio Marino che domani – 5 ottobre alle 18 – verrà presentato alla Libreria Feltrinelli Duomo di Milano.

Nel volume sono analizzate tutte le riforme pensionistiche che si sono succedute in questi anni. Soprattutto quelle che una pavida classe politica non ha affrontato per impedire la “bomba previdenziale” che scoppierà in faccia alle giovani generazioni. Le ultime pagine del libro sono infatti tabelle dove viene calcolato a quanto ammonteranno le pensioni di chi sta iniziando a lavorare in questi anni o ha iniziato da pochi. Molti di loro faranno la fame, rischiando pensioni al di sotto dell’assegno sociale (oggi di 300 euro). L’invito dei due colleghi è di iniziare a mettere da parte dei soldi per una integrazione privata. Invece di fare mutui per la macchina, forse meglio pensare alla pensione anche se mancano tanti anni.

Anche perché il nostro sistema (che è il 14,1% del Pil, il doppio del resto d’Europa) è sempre a rischio collasso. Ogni crisi aziendale (frequenti in questi anni malgrado lo sciocco ottimismo berlusconiano) fa scattare pre-pensionamenti. Scrive Tito Boeri nell’introduzione al libro: «La ragione per cui  la spesa pensionistica è così alta in Italia è legata al fatto che non abbiamo mai voluto costruire un sistema di protezione sociale con coperture sufficienti contro i rischi che avvengono nel corso della vita lavorativa, usando invece le pensioni come ammortizzatore sociale».

Un ammortizzatore ormai arrugginito a leggere Passerini e Marino: «I paradossi sono molti: oggi sono i giovani atipici e gli immigrati a sostenere l’attivo delle casse previdenziali dell’Inps e a pagare le pensioni degli altri, mentre quando questi stessi andranno in pensione il mondo sarà cambiato e rischieranno l’assegno sociale”. D’altronde siamo un paese guidato da gerontocrati incapaci di pensare al medio periodo: “Né dall’Inps né dagli altri fondi o enti è mai arrivato in questi anni l’allarme che nessun sistema pensionistico, a eccezione di quello contributivo, avrebbe potuto reggere nel tempo senza caricare sulle future generazioni il prezzo di debiti incommensurabili». Il tutto mentre gli under 25 senza lavoro sono quasi il 30%.

A pagare sono sempre i più deboli, come spiegano Passerini e Marino parlando del recente “scippo sulle pensioni delle donne”: «I 4 miliardi risparmiati da qui ai prossimi 10 anni, in seguito all’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche a 65 anni, così come richiesto dall’Europa, avrebbe dovuto finanziare politiche a favore del lavoro delle donne, della conciliazione, degli asili nido, della maternità. Ma così non è stato, perché le voraci vestali della spesa hanno dirottato queste risorse verso altre voci contabili, che per far quadrare i conti con le donne non hanno nulla a che fare».

Che fare allora? Un paese con un minimo di credibilità manderebbe annualmente, come in Svezia, a tutti i cittadini una “busta arancione” nella quale comunicare il probabile calcolo della futura pensione. Il tutto sarebbe dovuto partire anche in Italia, ma come spiega Sergio Luciano il rischio è di «un esercizio tanto deprimente, soprattutto per i lavoratori più giovani, da risultare politicamente indigesto, controproducente, sconsigliabile».

Leggete il libro, fatevi i vostri calcoli da soli. E ricordatevi di tutta questa classe politica alle prossime elezioni.

Ad maiora.

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Walter Passerini e Ignazio Marino

Senza Pensioni

Chiarelettere

Milano, 2011

Pagg.192

Euro: 13,90

SCHACHMAN AKBULATOV “TESTIMONE DI PACE”

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa bella notizia che arriva dagli amici di “Memorial”.

Ad maiora

Siamo lieti di comunicarvi che il Premio “Testimone di pace”, assegnato dalla città di Ovada, che ha ottenuto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, è stato quest’anno conferito a Schachman Akbulatov, che è stato direttore di Memorial Groznyj fino al 2009 ed è attualmente rifugiato politico in Francia.

Schachman Akbulatov nasce  il 17 maggio 1961 a Temirsk, regione di Aktjubinsk in Kazakhstan in una famiglia di deportati ceceni. Nel 1985 si laurea in Storia presso l’Università ceceno-inguscia di Grozny. Dal 1985 al 1992 svolge l’attività di insegnante in Kazakhstan. Nel 1993, con la sua famiglia, rientra in Cecenia. Durante il primo conflitto russo-ceceno (1994/1996) prende attivamente parte alla vita politico-sociale della Cecenia in funzione antibellica. Al termine del conflitto ottiene incarichi di carattere politico preso il parlamento ceceno. Alla fine del 2000, subito dopo lo scoppio del secondo conflitto ceceno, accetta l’invito di lavorare per il centro per la Difesa dei Diritti Umani “Memorial” a Nazran (Repubblica dell’Inguscezia). Nel 2003 si laurea in Giurisprudenza presso l’Università statale di Grozny. Nel 2004 diventa direttore dell’ufficio “Memorial” di Nazran e coordinatore operativo di “Memorial” per il Caucaso del Nord. Da maggio 2008 a dicembre 2009 dirige l’Ufficio “Memorial” di Grozny.

In seguito alle minacce ricevute dopo gli assassini di Natalia Estemirova (di cui era il superiore) e Zarema Sadulaeva, viene inserito nelle liste dei difensori dei diritti umani da porre sotto protezione. A metà dicembre 2009 “espatria” in Francia con tutta la famiglia ed ottiene lo status di profugo.

ADDIO A YASMINE RAVAGLIA

Ricevo e publico con colpevole ritardo la notizia della scomparsa di Yasmine Ravaglia, attivissima militante radicale.

Ciao Yasmine, che la terra ti sia lieve.

Ad maiora

Questo il comuncato dei radicali milanesi:

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E’ MORTA YASMINE RAVAGLIA, DIRIGENTE RADICALE E DELL’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI

Comunicato stampa dell’Associazione Luca Coscioni e di Radicali italiani

Abbiamo appreso solo ora della morte, mercoledì scorso, di Yasmine Ravaglia, dirigente di Radicali italiani e dell’Associazione Luca Coscioni, candidata più volte alle elezioni per i Radicali, in ultimo alle elezioni comunali di Milano con la Lista Bonino-Pannella.
Affetta da una grave patologia invalidante, Yasmine è stata da sempre in prima fila nelle battaglie per l’affermazione dei diritti civili e delle libertà, ha partecipato più volte con coraggio anche ad azioni nonviolente per lei molto costose in termini di salute fisica. Yasmine ha animato la vita delle riunioni e dei congressi Radicali con la sua presenza mai passiva, a volte scomoda, sempre esigente e preziosa.
Alla vigilia dell’VIII Congresso dell’Associazione Luca Coscioni -un appuntamento al quale solitamente non mancava- ci uniamo al dolore di parenti e amici, nella speranza che le attività e l’impegno civile di Yasmine possano rimanere nella memoria di chi l’ha conosciuta e di quanti potranno recuperarne le parole  e le azioni. _____________
Per sito link di Radio radicale a suoi interventi:
http://www.radioradicale.it/searchx/www?scope=1&query=yasmine%20ravaglia%20&groups=22,21,24 <http://www.radioradicale.it/searchx/www?scope=1&query=yasmine%20ravaglia%20&groups=22,21,24>
Link alle attività fatte con l’Associazione coscioni
http://www.lucacoscioni.it/search/apachesolr_search/yasmine%20ravaglia

MA QUANDO USCIREMO DAL POZZO DI VERMICINO?

Tornare nel pozzo di Vermicino a trent’anni di distanza dalla morte di Alfredino Rampi è ancora un’esperienza con cui è ancora difficile rapportarsi. Soprattutto perché la sua mediatizzazione spinse tutto il paese dentro quel cunicolo dal quale quel ragazzino – malgrado una serie di disperati (e a volte maldestri) tentativi – ne uscì solo cadavere.

Nei corsi di giornalismo televisivo, parlo di Vermicino come l’11 settembre della nostra televisione: c’è un prima e un dopo.

Inevitabile è stato, da quest’anno, inserire “L’inizio del buio” (Rizzoli) di Walter Veltroni tra i volumi da leggere per capire la realtà televisiva del nostro scalcagnato paese.

Veltroni nel toccante volume racconta due storie parallele: quella di Vermicino e quella dell’infame sequestro di Roberto Peci, rapito e ucciso dalle Brigate rosse (anzi, dalla «Salò delle Br») dopo 53 giorni di sequestro. La sua unica colpa, essere il fratello di un pentito. Il “processo popolare” contro il ragazzo (che a venticinque anni faceva l’antennista, era sposato e in attesa di una figlia che non avrebbe mai visto nascere) fu – per volontà di uno degli ultimi leader brigatisti Giovanni Senzani – ripreso da una telecamera amatoriale. La condanna a morte di Roberto fu filmata e, come molti interogatori, ora la si trova in rete:

http://youtu.be/77mR1K7UOtY

Nel volume si spiega l’impatto morale che ebbe sul paese soprattutto il caso di Vermicino, che uscì da quella vicenda – dopo il terremoto irpino – con un’altra cocente sconfitta. D’altronde, il rapimento di Peci (che a sua volta era finito in carcere per aver nel passato aiutato il fratello), così come i tentativi dei familiari e di pochi coraggiosi (i soliti radicali, ma anche alcuni intellettuali come Marco Boato, Gad Lerner, Adriano Sofri e Luigi Manconi) fu pressoché ignorato. La Repubblica Italiana che si mobilitò (tramite i servizi) per liberare (a suon di milioni e tramite i buoni uffici della camorra) l’assessore Cirillo, si disinteressò della sorte di quel suo cittadino, bollato come ex terrorista e assassinato a favore di camera. Di Roberto Peci, Veltroni nel ricordare che la prima telefonata di rivendicazione annuncia il sequestro del «fratello del pidocchioso Patrizio», scrive: «La definizione di “pidocchioso” è razzista e fascista». Quel processo farsa  – che Senzani decide di mediatizzare perché «si trova sempre un giornalista che pubblica se gli diamo qualcosa di ghiotto» – darà il la a tanti altri processi in tv.

Di Alfredino Rampi, Veltroni racconta la forza con cui resistette tre giorni dentro un buco, prima a 30 poi a quasi 60 metri dalla superficie, dal padre e dalla madre che – via microfono – ininterrottamente chiamò lungo la sua prigionia (trasmessa in diretta tv). Suoni che fa male sentire anche oggi:

http://youtu.be/xEONJh4i9ZI

Scrive l’ex segretario del Pd: «Lì è notte permanente. E dunque non si ha coscienza del tempo che passa. Un giorno infinito immerso in una notte infinita. Senza potersi muovere, incastrato in venticinque centimetri di pietra dura. Da impazzire. Se solo si è grandi e paurosi. Ma i bambini, si sa, sono i migliori esseri umani del mondo. E vanno incontro alla sofferenza con una capacità di resistenza superiore. Amano la vita, hanno voglia di viverla, non hanno nulla che li faccia sentire appagati. (…) Bisogna capire la complessità di un bambino per spiegarsi l’inspiegabile. (…) Alfredo era, come tutti i bambini, sapiente e innocente, tutto qui».

La “terribile macchina mediatica” che venne accesa per la morte di Alfredino («la trasmissione di informazione più vista nella storia della televisione») non si è più spenta. Sonnecchia, pronta ad allestire il circo, di fronte a nuovi drammatici casi di cronaca, da Cogne a Brembate. Dall’11 giugno 1981, spiega Veltroni non esiste più il “diritto allo strazio”, da allora la tv ha varcato l’ultima frontiera: «Vermicino è stato il punto di non ritorno, una di quelle strade dannate e assurde che l’umanità ogni tanto imbocca e dalla quale non sa più tornare indietro».

Dei segni di inversione di tendenza in realtà ci sono fin da allora. I genitori di Vermicino, ma anche tutti i misconosciuti eroi che si infilarono in quel tunnel italico, così come i parenti di Peci, non hanno scelto la lacrima televisiva, sono scomparsi dal teatrino mediatico. E la lettera di Roberta Peci all’assassino del padre che non ha mai conosciuto è un capolavoro di stile. Di un’Italia che non appare in tv ma che esiste e che presto – spero – tornerà protagonsta.

Ad maiora

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Walter Veltroni

L’inizio del buio

Rizzoli

Milano, 2011

Pagg. 266

Euro 18