Pensieri

La modernità di Gobetti

Pubblico qui l’intervento col quale ho concluso un convegno su Piero Gobetti al Circolo Caldara di Milano

La modernità di Gobetti

Quando si parla di modernità, il rischio è sempre quello di confonderla con l’attualità. Ma la modernità vera, quella che resiste, è un’altra cosa: è uno sguardo che attraversa il tempo senza invecchiare. In questo senso, Piero Gobetti non è solo una figura storica: è un contemporaneo.

Gobetti è moderno perché non si illude. E già questo, in Italia, è una forma di avanguardia.

Scrive:
«Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza in più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano.»

C’è dentro tutto: il rifiuto delle scorciatoie, la consapevolezza della solitudine, e soprattutto una parola oggi quasi sospetta – responsabilità. Gobetti non cerca consenso, non cerca protezione, non cerca alibi. Sta al suo posto. E già questo lo rende inattuale allora, e tremendamente moderno oggi.

La sua modernità è prima di tutto morale.
«Salvare la dignità, prima della genialità.»

È una frase che andrebbe appesa in ogni redazione, in ogni università, in ogni luogo pubblico. Perché rovescia una tentazione tipicamente italiana: quella di perdonare tutto al talento, di chiudere un occhio – o due – davanti all’intelligenza brillante ma moralmente incerta. Gobetti dice il contrario: senza dignità, la genialità è un trucco.

E poi c’è il Gobetti analista politico, forse il più impressionante per lucidità. Nel 1922 scrive:
«La situazione si viene sempre più svelando nel suo carattere anti-liberale.»

È una diagnosi precoce, quasi clinica. Mentre molti cercano ancora di capire, lui ha già capito. E non perché abbia informazioni segrete, ma perché ha un metodo: leggere la realtà senza autoinganni.

Ancora più sorprendente è la sua capacità di cogliere la dimensione spettacolare del potere:
«Il segreto di tanta parte del successo di Mussolini è nella sua intuizione della teatralità italiana.»

Qui Gobetti anticipa un secolo di politica-mediatica. Capisce che il consenso non si costruisce solo con le idee, ma con la rappresentazione. E aggiunge, con un’ironia che punge ancora:
«Mussolini capisce che a Napoli Pulcinella non deve essere un anacronismo.»

È una lezione che torna utile ogni volta che la politica diventa palcoscenico. E non serve fare nomi: basta accendere la televisione.

Ma la modernità di Gobetti non è solo capacità di analisi. È anche, e forse soprattutto, capacità di stare controcorrente senza cedere al cinismo. Nel momento più buio scrive:
«Siamo rimasti quasi soli ad avere la responsabilità della formazione delle nostre classi dirigenti.»

E ancora:
«Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere.»

Qui c’è una parola chiave: condannati. Vedere non è un privilegio, è un peso. Chi capisce non può far finta di niente. Non può rifugiarsi nell’ironia, nel distacco, nel “tanto sono tutti uguali”. Gobetti rifiuta questa comodità.

E arriva a una delle definizioni più forti della sua esperienza:
«Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria.»

È una frase che attraversa il Novecento e arriva fino a noi. Essere esuli in patria significa non riconoscersi nel clima dominante, nelle parole d’ordine, nei compromessi. Significa restare, ma senza adattarsi. Non è una posizione comoda. Non lo era allora, non lo è oggi.

Gobetti ha anche il coraggio di dire una cosa impopolare: che il fascismo non è solo violenza, ma consenso.
«Il mussolinismo è più violento del fascismo, è più illegale perché si nasconde dietro la legalità delle forme… la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso.»

È una frase che dovrebbe essere letta lentamente. Perché sposta il problema: non basta opporsi al potere, bisogna interrogarsi sulle ragioni per cui quel potere piace, convince, seduce. E qui Gobetti è spietato con il Paese, non con un singolo uomo.

La sua critica alla piccola borghesia è forse la pagina più dura, e anche la più attuale:
«Retorica e politicantismo saranno vizi inguaribili di un’Italia incapace di vita industriale moderna.»

E ancora:
«Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro.»

È un invito che suona quasi scandaloso in un Paese che spesso ha fatto della prudenza una forma di sopravvivenza. Gobetti chiede il contrario: rischio, chiarezza, responsabilità.

Ma attenzione: la sua non è una posizione distruttiva. Non è un nichilista. Crede nella costruzione, nella formazione, nella lunga durata.
«Prepariamo i quadri, prepariamo le correnti ideali.»

È una frase da organizzatore più che da polemista. Gobetti non si limita a criticare: lavora per il futuro, anche quando il presente sembra chiuso.

E poi c’è un altro elemento decisivo della sua modernità: il rapporto tra politica e morale. Ada Gobetti lo riassume con una semplicità disarmante:
«Io non ho idee politiche, ho solo certezze morali.»

È una frase che può sembrare paradossale, ma non lo è. Significa che la politica, senza una base morale, diventa tecnica del potere. E questo Gobetti non lo accetta.

Infine, c’è la sua idea di Europa, che non è fuga ma responsabilità:
«Per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.»

È una frase che chiede di essere capita bene. Gobetti non propone chiusure, ma radicamento. Non si è europei scappando dai propri problemi, ma affrontandoli. È una lezione che vale ancora.

Se dovessi riassumere la modernità di Gobetti in una sola immagine, direi questa: un giovane uomo che scrive sapendo di essere minoranza, sapendo di rischiare, e sapendo che forse non vedrà i frutti del suo lavoro. Eppure scrive lo stesso.

In un tempo che premia la visibilità immediata, la sua è una lezione quasi controintuitiva: lavorare a lunga scadenza, senza garanzie.

Gobetti non è moderno perché aveva ragione – anche se spesso l’aveva. È moderno perché non ha mai cercato di avere ragione a tutti i costi. Ha cercato di essere giusto.

E, come spesso accade, è molto più difficile.

Piero Gobetti

L’ultimo testo di Piero Gobetti

L’ultima visione di Torino: attraverso la botte di vetro traballante che va nella neve: dominante l’enorme mantello del vetturino (che è l’ultima sua poesia). Saluto nordico al mio cure nordico.

Ma sono io nordico? E queste parole hanno un senso? Valgono per le polemiche queste antitesi dottrinali, e anche di gusti, di costumi, di ideali. Mi sentirò  più vicino a un francese intelligente che a un italiano zotico – ma quando mi proporrò delle esperienze intellettuali, quando li guarderò per la mia cultura. Io sento che i miei avi hanno avuto questo destino di sofferenza, di umiltà: sono stati incatenati a questa terra che maledirono e che pure fu la loro ultima tenerezza e debolezza. Non si può essere spaesati.

T. (probabilmente il filosofo Adriano Tilgher) dice che è meglio un paese civile. Ossia pensa che potrà fare meglio i suoi articoli. Egli ha rinunciato a ogni altra risonanza. Io sento che la mi azione altrove non avrà il sapore che ebbe qui: che le sfumature non saranno intese: che non ritroverò gli stessi amici che mi capivano.

Il cinismo era una difesa contro il sentimentalismo che ripugna il mio ideale virile. Ma io sarei desolato se la mia vita si riducesse a una rigorosa esecuzione di un piano e se non avvertissi in me, difficile a dominare, nei momenti più difficili, il tumulto della vita e l’ansia degli affetti.

Il senso del fato – non come punto di partenza, ma come indifferenza alle vicende – quando si è sicuri di sé. Non mi importano i risultati perché li accetto come misura della mia azione, di me (un’altra misurazione della volontà sarebbe complicata e impossibile). Bisogna essere se stessi dappertutto. Naturalmente non si deve essere isterici e si può essere tranquilli solo se non si cercano delle conferme. La concezione della vita come serie di esami è stupida: tutto si riduce invece all’aver credito, al non aver bisogno di esami perché si è qualcosa (si intende sempre socialmente).

Scritto pubblicato postumo il 16 marzo 1926 su Baretti. Piero Gobetti moriva a Parigi 90 anni fa oggi, esule, per le conseguenze dei pestaggi fascisti. In quella città europea è ancora sepolto. Il suo motto Che ho a che fare io con gli schiavi rimane una delle fondamenta della mia vita.

Ad maiora

Pino Daniele, che non calpestava i fiori nel deserto

1995, lavoravo al Tg di Videomusic e mi mandarono a intervistare Pino Daniele. Presentava “Non calpestare fiori nel deserto” al Rolling Stone (meravigliosa sala per concerti chiusa, purtroppo, qualche anno fa). Non ero abbastanza preparato per intervistarlo, soprattutto per una tv musicale (assurdamente chiusa anch’essa). Così chiamai decine di amici e colleghi per chiedere consigli e domande da porgli. Poi, dopo aver suonato e cantato qualche brano (il disco vendette 800mila copie!) tutto filò liscio. Lui gentile e cordiale. Come sanno essere tanti napoletani. Mi spiace quindi che i funerali saranno lontani dalla sua Napoli, la città che era in ogni sua canzone.
Domani sarò a Cesena a seguire gli azzurri. Immagino che i tifosi partenopei lo ricorderanno.
Come farò io.
Ad maiora

L’Eni dopo Scaroni: che ne sarà della liaison con la Russia di Putin?

Finisce dopo 9 anni la gestione di Eni da parte di Paolo Scaroni. Messo lì da Berlusconi (i rapporti tra i due sono molto buoni: l’ex cavaliere anni fa gli ha regalato un piccolo pacchetto di azioni del Milan) non era mai stato sostituito nemmeno dai governi di centro-sinistra.

L’asse creata dall’Eni di Scaroni con la Russia di Putin ha infatti sempre trovato un appoggio bipartisan. Berlusconi è da immemore tempo uno dei migliori alleati dell’uomo forte del Cremlino. E il primo viaggio di Bersani da ministro per lo Sviluppo economico fu proprio a San Pietroburgo, con Eni ed Enel.

Le due società statali italiane hanno partecipato, proprio in quegli anni, all’asta seguita all’esproprio delle azioni della Yukos, la società di Khodorkovskij fatta fallire perché l’oligarca non aveva piegato la testa davanti a Putin. Comprando pacchetti azionari e poi rivendendoli a Gazprom, il potente braccio gassoso dell’armata putiniana.

Ora arriva alla guida di Eni  (alla presidenza) Emma Marceglia. Ricordo che quando, come presidente di Confindustria, organizzò un viaggio a Mosca, Annaviva scrisse a lei e a una serie di imprenditori (in partenza per fare affari nell’ex terra dei Soviet) una lettera aperta, ricordando loro quel che succedeva ad alcuni loro colleghi, come Khodorkovskij e Lebedev.

La lettera non ebbe risposta.

Ad maiora

La crisi e la ludopatia

Ricevo e volentieri pubblico queste riflessioni del collega e amico Sergio Calabrese sulla malattia del gioco, falsa soluzione per uscire dai guai.
Ad maiora

…………………………
Un morbo si aggira per la nostra penisola: il gioco d’azzardo. I più colpiti sono gli over 65, perlopiù pensionati con redditi da sopravvivenza. Il 30% della nostra popolazione è a rischio povertà e i pensionati con un reddito sotto i 1000 euro da qualche anno sono triplicati nel nord e raddoppiati nell’intero paese. L’Istat ci dice che una consistente parte della popolazione italiana è sempre più vecchia, disperata, povera e senza lavoro. Per combattere la crisi il pensionato over 65 tenta la fortuna alle slot machine e si gioca la sua anoressica pensioncina. In Italia ci sono ben 9 milioni di anziani vittime del gioco d’azzardo. Quest’anno le macchinette hanno bruciato 6 miliardi di euro. “Povertà fa povertà” recita un vecchio adagio popolare. Se i nonni o i padri (disperati) tentano la fortuna con il gioco d’azzardo, figli e nipoti -spesso senza un lavoro- rimangono privi della paghetta dei genitori o dei nonni e “producono” altra miseria. Sono tante le storie di ordinaria disperazione dovute al demone del gioco in un paese ormai al collasso. Fabbriche chiuse, cassa integrazione, disoccupazione al 13% e tensione sociale, danno l’immagine di un’Italia senza speranza. In questo scenario l’unica attività che non conosce crisi sembra quella del gioco d’azzardo. Slot machine, sale gioco e “gratta gratta” sono per molti la chimera per affrancarsi dalla miseria. Ma è una pia illusione, perché si sa, vince sempre il banco. In Italia le persone disperate che tentano di rimpinguare il magro assegno mensile sono quasi 2 milioni. Nella maggior parte sono individui affetti dalla “ludopatia” (l’ossessione irrefrenabile per il gioco d’azzardo). Una vera piaga che si sta allargando in modo preoccupante. Solo quest’anno i pensionati over 65 hanno speso circa 6 milioni di euro. “Il gioco non ha età” è il nome del recente dossier che la Fipac-Confesercenti (la Federazione italiana pensionati nel commercio) ha reso pubblico. Un documento allarmante che fotografa un fenomeno sempre più in crescita. Dal dossier emerge che il pensionato malato di gioco si “fuma” alle macchinette, bingo e poker on line, 3000 euro l’anno, circa 250 euro al mese su una pensione media di 750 euro mensili. Sono numeri che fanno riflettere. In questo scenario chi ha una pensione sicura diventa un sostegno fondamentale per figli e nipoti senza un’occupazione. Sempre l’Istat ci dice che gli anziani ogni anno contribuiscono con ben 4 miliardi di euro delle loro pensioni per sostenere i figli e nipoti; una sorta di ammortizzatore sociale. Il paradosso è che la maggior parte dei beneficiari di queste somme a loro volta tenta la fortuna alle diaboliche macchinette sperando di risollevare le magre finanze. Ma spesso, anzi sempre: “rien ne va plus.” Tutto è perduto! Domani sarà un altro giorno di ordinaria miseria. Si crea così un corto circuito dal quale è difficile uscirne. Gli unici vincitori sono le organizzazioni criminali che gestiscono il grasso e grosso affare delle sale da gioco, slot machine comprese. Sul territorio italiano ci sono 350 mila macchinette, 250 sale bingo e 58 mila tabaccherie dove il pensionato rouge e noire può tentare la fortuna anche nel bar tabaccheria sotto casa. Il giro d’affari che ruota attorno al gioco d’azzardo vale 700 miliardi di euro. Di questa valanga di euro allo Stato andrà soltanto il 12 per cento. C’è una sorta di schizofrenia; da una parte la ludopatia è riconosciuta come un disturbo del comportamento; una specie di tossicodipendenza che spesso si trasforma in un problema di salute pubblica, e nello stesso tempo lo Stato concede licenze per incrementare il numero delle slot machine nel paese perché ha bisogno di fare cassa. Le regioni con la più alta percentuale di macchinette sul proprio territorio sono la Lombardia (ne ha ben 1.211) e il Lazio con 761. Seguono la Campania (661), l’Emilia Romagna (533), Piemonte (459). La regione dove si gioca di più è il nord della penisola, Lombardia in testa con la provincia di Pavia sul podio. Il gioco d’azzardo al tempo della crisi globale diventa così l’ultima spiaggia per il pensionati e disperati. Ma non sempre si gioca per bisogno. Alcuni si avvicinano alla pratica del gioco per socializzare, oppure per uscire dalla noia del vivere. Innumerevoli sono le storie di ordinaria miseria esistenziale di molti pensionati che trovano nel gioco un modo per affrancarsi anche dalla solitudine. Esiste -dicono gli esperti che da qualche anno stanno osservando il fenomeno- una stretta relazione tra l’invecchiamento della popolazione, l’attuale crisi economica che sta stritolando il nostro paese e il gioco d’azzardo. Le tante sale gioco e i “compra e vendo oro” che sino a qualche mese fa comparivano dal mattino alla sera nelle nostre città sono il sintomo di un’economia gravemente malata. Sono tantissime le testimonianze raccolte nel dossier della Federazione pensionati della Confesercenti. Persone cadute nella trappola del gioco dalla quale non riescono più a uscirne. “Il gioco d’azzardo-racconta Giuseppe- ti devasta la mente e il fisico. Vivi la tua esistenza quotidiana in un continuo shock, perdendo il senso della misura”. “Il gioco d’azzardo- dice la 73enne pensionata Rita- è come una droga. Dopo un po’ ti rendi conto di essere una tossica. Non puoi più fare a meno della dose quotidiana di adrenalina legata al rischio”. “Il suono e il luccichio delle macchinette sono come le sirene di Ulisse che ti ammaliano con la promessa di risolvere ogni tuo problema di sopravvivenza”. “Purtroppo- conclude la pensionata Rita- nel gioco d’azzardo vince sempre e ovunque il banco”. E ancora il dossier racconta di chi giocandosi tutto in una sala giochi, per sopravvivere, è costretto a rubare il cibo in un supermercato. Col tempo s’instaura un meccanismo perverso: meno soldi possiedi e più spendi nelle scommesse. Il rischio è di cadere in mano a persone senza scrupoli, sempre presenti in questi luoghi, disponibili a prestarti qualche somma di denaro con percentuali da usurai. E infine c’è chi addirittura per giocare alle macchinette ravana nel salvadanaio del proprio figlio e gli porta via tutti i suoi piccoli risparmi. In seguito questo papà che “zanzava” i risparmi del figlio è stato denunciato dalla moglie alle forze dell’ordine.
Sergio Calabrese