La prima sensazione sgradevole (magari superficiale e di poco interesse per i non milanesi) dalla lettura del libro di Gianni Barbacetto e Davide Milosa “Le mani sulla città” (Chiarelettere, in uscita oggi) è che è difficile mangiare in molti ristoranti e bere caffè in molti bar senza finire, inconsapevolmente, nei locali gestiti dalla ‘Ndrangheta, aiutando così il riciclaggio di denaro sporco.
La mappa con cui si apre il libro è niente rispetto alla lettura del testo dove si incappa nei locali frequentati e gestiti dagli uomini d’onore un po’ ovunque. E stiamo parlando di Milano, non di Buccinasco (seppure nel libro si parli abbondantemente anche delle infiltrazioni in tutta la Lombardia, dall’ex insospettabile Pavia o al varesotto del ministro Maroni).
La seconda amara considerazione è che la politica non si è accorta di queste mani sulla città. Per fare il verso a Jhonny Stecchino il problema di Milano non è davvero solo il traffico:
La classe politica (soprattutto nel Pdl, ma non mancano esponenti leghisti e del centro sinistra) non solo non ha contrastato la ‘Ndranghetama ci si è spesso fidanzata, in cambio di voti, di preferenze. I lavori concessi (anche consentendo la violazione di leggi e consentendo subappalti di subappalti, che finiscono nelle mani di società gestite dai clan) per le grandi opere (movimento terra, ma non solo) sono finiti spesso agli amici degli amici. Che vivono al nostro fianco, che hanno uffici in centro, che lavorano all’ombra dell’Ortomercato (dove avevano anche aperto una discoteca), che gestiscono società immobiliari a cento passi dal Duomo di Milano. “Barbaro-Papalia: i padroni di Milano” si intitola uno dei più interessanti paragrafi del volume di Barbacetto e Milosa.
I 300 arresti dell’operazione Infinito (tra Reggio Calabria e Milano, nel 2010) sono lì per fortuna a ricordare che se le politica dorme, la magistratura (soprattutto grazie alle vituperate intercettazioni) sta cercando di contrastare il predominio mafioso al Nord. Anche quassù, a leggere il libro, si capisce che l’omertà è arrivata senza che fosse stata mandata – come i mafiosi – in domicilio coatto. Scrivono i colleghi del Fatto quotidiano: «In Sicilia Confindustria minaccia l’espulsione per gli imprenditori che non denunciano il pizzo. Al Nord il silenzio è di piombo. Gli imprenditori sono spesso vittime consapevoli, in ultima analisi, dei loro estorsori».
D’altronde un mafioso, intercettato, spiega così il “rito ambrosiano”: «Non è che facessero omicidi, spargimenti di sangue o cose strane, faide, come fanno giù in Calabria, che si ammazzano 30,40 per volta. Capito? Qui era… tutto… tranquillo». Scrive il giudice Gemma Gualdi in una sentenza di primo grado del novembre 2010: «L’associazione è radicata nella matrice criminale “’ndrangheta”, ma è stabilmente residente e operante in Milano, con raggio d’azione esteso a tutto il territorio nazionale. Si differenzia per modalità operative da quelle che sono le tradizionale associazioni di stampo mafioso, ma facendo sempre ricorso al metodo mafioso. Questa è la specificità dell’associazione criminosa mafiosa gestita da Onorato, l’intelligenza, se si può dir così, dimostrata negli anni del suo capo: aver inteso che in territorio lombardo l’associazione criminosa deve assumere caratteristiche analoghe a quelle di una società di capitali, deve badare ai dati di bilancio, deve usare il linguaggio commerciale proprio delle realtà professionali che pervadono il territorio in cui gli imputati operano e i crimini vengono commessi«». E infatti la mafia al nord si è milanesizzata, viaggia in business o in suv e parla d’affari.
Le ‘ndrine sono talmente radicate che a Milano sono venuti per ricevere ordini i killer di Fortugno.
E si trovano bene da queste parti perché la città è una delle capitali europee della cocaina (sia per consumo che per smercio), elemento base su cui si fonda la ricchezza della mafia calabrese. Forse per questo anche qui si organizzano i matrimoni di mafia (il pentito Antonino Belnome, nell’appendice, scrive in un memoriale: «Ancora oggi in Calabria non ostante siamo nel duemilaeundici, esistono “matrimoni combinati” fra figli di “affiliati”, così da consolidare i rapporti con le famiglie di”ndrangheta”: agli “uomini di ‘ndrina” non interessa come priorità la felicità della figlia, ma il suo primo pensiero sarà il suo “onore” che per nessuna cosa al mondo potrà essere scalfito».
“La mafia a Milano non esiste” si dice dai tempi di Pillitteri. Leggendo questo libro ci si rende conto una volta di più che così non è mai stato e non è ora. Che anche dalle nostre parti ormai è radicata, che traffica droga, compra negozi, sposta terra, uccide, chiede il pizzo, minaccia, picchia i sindacalisti che le si oppongono, fa arrivare proiettili ai politici chela osteggiano. Speriamoche in vista dell’Expo, si decida al più presto di avviare quella commissione (o comitato) antimafia che la città sta aspettando dalla vittoria di Pisapia.
Ad maiora.
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Le mani sulla città. I boss della ‘Ndrangheta vivono tra noi e controllano Milano
Gianni Barbacetto e Davide Milosa
Chiarelettere
Milano, 2011
Pagg. 469
Euro: 16,60










