È il club della capitale del paese. Ė stato fondato nel 2009 col nome di Lokomotiv Futbol Kluby, diventato Astana nel 2011 (il club che portava già questo nome è diventato Astana 1964).
Ha vinto 7 campionati kazaki, 3 coppe e 6 supercoppe del Kazakistan.
È di proprietà del fondo sovrano Samruk-Kalyan che ha un patrimonio di 88 miliardi di dollari (grazie a petrolio, gas, miniere, ferrovie, compagnia aerea e telecomunicazioni).
Gioca le gare interne all’Astana Arena, impianto costruito nel 2006 che ha ospitato la cerimonia di apertura dei settimi Giochi asiatici invernali. Lo stadio è costato 185 milioni di dollari e ha una capienza di 30mila posti a sedere. Ha il tetto retrattile e il terreno in erba sintetica.
Il club ha vinto il suo primo campionato nel 2014 e nel 2014 ha partecipato per la prima volta alla fase a gironi della Champions League (arrivando ultima con 4 punti in 6 gare).
Nel 2017/18 raggiunge la fase a gironi di Europa League: chiude con 10 punti, al secondo posto dietro al Villareal. Diventa così la prima squadra kazaka a raggiungere la fase eliminatoria di una coppa europea. Viene eliminata al sedicesimi dallo Sporting Lisbona.
Anche nel 2018/19 raggiunge la fase a gironi di Europa League, ma finisce terza venendo eliminata.
Ha lo stesso allenatore dal 2022: Grigory Babayan, classe 1980, ex giocatore del Kairat e dell’Alma-Ata.
Quest’anno la squadra si è piazzata seconda in classifica qualificandosi per il primo turno eliminatorio di Conference.
Secondo Tranfermarkt la rosa dell’Astana FC vale 7.48 milioni di euro.
Il giocatore più pregiato è il centrocampista bosniaco Ivan Basic, ex Zrinjski Mostar ed ex Orenburg, acquistato per 1 milione e 200mila euro dalla formazione russa.
Astana non è proprio dietro l’angolo. Da Bergamo dista 5500 km. In aereo ci si impegano almeno 10 ore, con scalo a Belgrado. In auto sono 3 giorni, senza soste…
È un club che ha sede a Erevan, la più popolosa città dell’Armenia (un milione di abitanti) e una delle città più antiche del mondo. L’Alashkert (Alaškert F.A.) è stato fondato nel 1990, si è sciolto nel 2000 ed è stato rifondato nel 2011.
Ha vinto il campionato armeno quattro volte: 2016, 2017, 2018, 2021. Nel 2019 ha vinto la sua prima Coppa d’Armenia. Ha conquistato per tre volte la Supercoppa nazionale.
Gioca le sue gare interne all’Alashkert Stadium (o Nairi Stadium) di Erevan (si trova nel quartiere di Shengavit, vicino al Lago Erevan, sulla sponda sinistra del fiume Hrazdan, uno dei principali dell’Armenia). L’impianto costruito è aperto nel 1960 ha una capienza di 6.850 spettatori (1.850 seduti) ed è diventato di proprietà del club dal 2013.
L’Alashkert è di proprietà dell’uomo d’affari Bagrat Navoyan e dal 2017 ha un accordo di cooperazione coi brasiliani del Botafogo e della Fluminense.
Nel 2021 si è qualificato per l’Europa League, primo club armeno a farlo.
Nell’ultima stagione si è piazzato quarto nella Premier League armena qualificandosi per il primo turno di Conference.
Su Tranfermarkt il valore della rosa è di 4.91 milioni di euro.
La Dea sarà impegnata, esordiente in questa competizione, il 20 e 27 agosto per i playoff che daranno accesso al torneo vero e proprio (con girone unico come per le altre coppe).
Quello cui parteciperà l’Atalanta sarà il quarto turno di qualificazione. Il primo turno, che coinvolgerà 52 squadre, si giocherà il 9 e 16 luglio. Il sorteggio sarà il 16 giugno.
Queste le squadre coinvolte in questo primo round:
Di qualche squadra avete già sentito le gesta nel passato, alcune sono state già affrontate dalla Dea, ma per molti di voi (me compreso) molte di queste formazioni sono sconosciute.
Per questo, da qui al 20 agosto, andrò a presentarvele. In modo che si sia tutti pronti quando dall’urna del 3 agosto uscirà la sfidante dell’Atalanta.
Pubblico qui l’intervento col quale ho concluso un convegno su Piero Gobetti al Circolo Caldara di Milano
La modernità di Gobetti
Quando si parla di modernità, il rischio è sempre quello di confonderla con l’attualità. Ma la modernità vera, quella che resiste, è un’altra cosa: è uno sguardo che attraversa il tempo senza invecchiare. In questo senso, Piero Gobetti non è solo una figura storica: è un contemporaneo.
Gobetti è moderno perché non si illude. E già questo, in Italia, è una forma di avanguardia.
Scrive: «Resteremo al nostro posto di critici sereni, con un’esperienza in più. Attendiamo senza incertezze, sia che dobbiamo assistere alle burlette democratiche sia che dobbiamo subire le persecuzioni che ci spettano.»
C’è dentro tutto: il rifiuto delle scorciatoie, la consapevolezza della solitudine, e soprattutto una parola oggi quasi sospetta – responsabilità. Gobetti non cerca consenso, non cerca protezione, non cerca alibi. Sta al suo posto. E già questo lo rende inattuale allora, e tremendamente moderno oggi.
La sua modernità è prima di tutto morale. «Salvare la dignità, prima della genialità.»
È una frase che andrebbe appesa in ogni redazione, in ogni università, in ogni luogo pubblico. Perché rovescia una tentazione tipicamente italiana: quella di perdonare tutto al talento, di chiudere un occhio – o due – davanti all’intelligenza brillante ma moralmente incerta. Gobetti dice il contrario: senza dignità, la genialità è un trucco.
E poi c’è il Gobetti analista politico, forse il più impressionante per lucidità. Nel 1922 scrive: «La situazione si viene sempre più svelando nel suo carattere anti-liberale.»
È una diagnosi precoce, quasi clinica. Mentre molti cercano ancora di capire, lui ha già capito. E non perché abbia informazioni segrete, ma perché ha un metodo: leggere la realtà senza autoinganni.
Ancora più sorprendente è la sua capacità di cogliere la dimensione spettacolare del potere: «Il segreto di tanta parte del successo di Mussolini è nella sua intuizione della teatralità italiana.»
Qui Gobetti anticipa un secolo di politica-mediatica. Capisce che il consenso non si costruisce solo con le idee, ma con la rappresentazione. E aggiunge, con un’ironia che punge ancora: «Mussolini capisce che a Napoli Pulcinella non deve essere un anacronismo.»
È una lezione che torna utile ogni volta che la politica diventa palcoscenico. E non serve fare nomi: basta accendere la televisione.
Ma la modernità di Gobetti non è solo capacità di analisi. È anche, e forse soprattutto, capacità di stare controcorrente senza cedere al cinismo. Nel momento più buio scrive: «Siamo rimasti quasi soli ad avere la responsabilità della formazione delle nostre classi dirigenti.»
E ancora: «Tra tanti ciechi e monocoli siamo condannati a vedere.»
Qui c’è una parola chiave: condannati. Vedere non è un privilegio, è un peso. Chi capisce non può far finta di niente. Non può rifugiarsi nell’ironia, nel distacco, nel “tanto sono tutti uguali”. Gobetti rifiuta questa comodità.
E arriva a una delle definizioni più forti della sua esperienza: «Non ci hanno esiliato. Ma restiamo esuli in patria.»
È una frase che attraversa il Novecento e arriva fino a noi. Essere esuli in patria significa non riconoscersi nel clima dominante, nelle parole d’ordine, nei compromessi. Significa restare, ma senza adattarsi. Non è una posizione comoda. Non lo era allora, non lo è oggi.
Gobetti ha anche il coraggio di dire una cosa impopolare: che il fascismo non è solo violenza, ma consenso. «Il mussolinismo è più violento del fascismo, è più illegale perché si nasconde dietro la legalità delle forme… la sua forza è specialmente presidiata dall’esistenza di un consenso.»
È una frase che dovrebbe essere letta lentamente. Perché sposta il problema: non basta opporsi al potere, bisogna interrogarsi sulle ragioni per cui quel potere piace, convince, seduce. E qui Gobetti è spietato con il Paese, non con un singolo uomo.
La sua critica alla piccola borghesia è forse la pagina più dura, e anche la più attuale: «Retorica e politicantismo saranno vizi inguaribili di un’Italia incapace di vita industriale moderna.»
E ancora: «Bisogna avere il coraggio di non stare sul sicuro.»
È un invito che suona quasi scandaloso in un Paese che spesso ha fatto della prudenza una forma di sopravvivenza. Gobetti chiede il contrario: rischio, chiarezza, responsabilità.
Ma attenzione: la sua non è una posizione distruttiva. Non è un nichilista. Crede nella costruzione, nella formazione, nella lunga durata. «Prepariamo i quadri, prepariamo le correnti ideali.»
È una frase da organizzatore più che da polemista. Gobetti non si limita a criticare: lavora per il futuro, anche quando il presente sembra chiuso.
E poi c’è un altro elemento decisivo della sua modernità: il rapporto tra politica e morale. Ada Gobetti lo riassume con una semplicità disarmante: «Io non ho idee politiche, ho solo certezze morali.»
È una frase che può sembrare paradossale, ma non lo è. Significa che la politica, senza una base morale, diventa tecnica del potere. E questo Gobetti non lo accetta.
Infine, c’è la sua idea di Europa, che non è fuga ma responsabilità: «Per essere europei dobbiamo su questo argomento sembrare, comunque la parola ci disgusti, nazionalisti.»
È una frase che chiede di essere capita bene. Gobetti non propone chiusure, ma radicamento. Non si è europei scappando dai propri problemi, ma affrontandoli. È una lezione che vale ancora.
Se dovessi riassumere la modernità di Gobetti in una sola immagine, direi questa: un giovane uomo che scrive sapendo di essere minoranza, sapendo di rischiare, e sapendo che forse non vedrà i frutti del suo lavoro. Eppure scrive lo stesso.
In un tempo che premia la visibilità immediata, la sua è una lezione quasi controintuitiva: lavorare a lunga scadenza, senza garanzie.
Gobetti non è moderno perché aveva ragione – anche se spesso l’aveva. È moderno perché non ha mai cercato di avere ragione a tutti i costi. Ha cercato di essere giusto.
Essere senza destino, il libro di questo testimone ungherese della Shoah l’ho letto in questi giorni, approfittando dei lunghi spostamenti al seguito dell’Under 21. E proprio oggi, a Budapest, lo scrittore è morto, dopo aver per anni lottato contro il Parkinson. Aveva 86 anni.
Essere senza destino, è il libro capolavoro di Imre Kertész, quello che gli ha fatto conquistare nel 2002 il Premio Nobel per la Letteratura. Un libro autobiografico sulla sua esperienza nei campi di sterminio, dapprima ad Auschwitz e poi a Buchenwald, dove fu liberato.
Essere senza destino è uno dei più particolari libri sulla Shoah che abbia mai letto. Perché Kertész ha mantenuto nell’affrontare questa incredibile tragedia lo sguardo del ragazzo che entrò nei campi di sterminio: le sue descrizioni sono sempre più stupite che rabbiose, e a volte persino minimaliste. Anche l’ultimo capitolo sul suo ritorno in patria, con gli ungheresi che in pratica non gli credono, è raccontato senza rabbia, quasi solo con amarezza. Quando torna nella sua vecchia casa di Budapest, ormai occupata da sconosciuti, si ferma, ad esempio, a parlare coi suoi (ex) vicini di casa, dove inizia una breve, imbarazzante, conversazione: «”E In generale, ho aggiunto, io non mi sono accorto degli orrori”, e allora li ho visti tutti piuttosto sbalorditi. Cosa significava che “non mi ero accorto”? Ma a quel punto ho domandato cosa avessero fatto loro in questi “tempi difficili”. “Be’… Abbiamo vissuto” ha risposto il primo con aria pensierosa. “Abbiamo cercato di sopravvivere”, ha aggiunto l’altro».
Il libro non trovò per anni editori in Ungheria e Kertész, non amato dal regime comunista ungherese, è diventato noto al grande pubblico solo dopo la caduta del Muro.
Se non l’avete ancora letto, fate un salto in libreria o biblioteca e cercate Essere senza destino. In Italia è edito da Feltrinelli.