Autore: Andrea Riscassi

Sono nato nel 1967 e sono giornalista Rai. Dopo gli esordi a Società Civile e al Corriere della Sera, sono approdato in televisione nel 1991, prima a Lombardia 7 e poi in Rai. Alla Tgr Lombardia sono stato inviato e caposervizio. Dal 2013 lavoro a RaiSport, dove seguo l'Atalanta e la Nazionale italiana di calcio. Ho pubblicato diversi libri, tra cui Anna è viva, Anticorpi alla videocrazia, Favola Atalanta, Vivi ogni giorno come fosse il primo e Solo Atalanta. Ho svolto attività di docenza e formazione alla Scuola di giornalismo Walter Tobagi dell'Università degli Studi di Milano, all'Università degli Studi di Milano e al Master in Comunicazione e Marketing dell'Università di Bologna.

Suor Marcella da #Haiti

Quando, io e Paolo Carpi, conoscemmo suor Marcella eravamo molto stanchi.
Era il primo pomeriggio ma avevamo accumulato un tal numero di sensazioni, emozioni e notizie che eravamo arrivati da lei appesantiti.
Fiammetta Cappellini, angelo di Avsi a Port-au-Prince, ci aveva detto che ne valeva la pena. E Fiammetta non parla mai a vanvera.
Suor Marcella opera in un quartiere particolare della capitale di Haiti: Waf Jeremie è un agglomerato di trecentomila persone su una strada senza uscite. La via porta al mare e muore lì
La polizia difficilmente entra e se entra spara.
Appena suor Marcella salì in macchina e iniziò a parlare, Paolo (non il più clericale dei miei amati colleghi operatori) accese immediatamente la camera. Lei raccontò di come stava facendo risorgere questo quartiere, costruendo case al posto delle baracche. Lì ha costruito anche una scuola e un poliambulatorio.
Ora la scuola è in fase di ampliamento e anche la struttura sanitaria avrà tra poco una specializzazione neonatale. Il progetto delle case (ne servono a migliaia) è stato invece fermato con l’omicidio di chi lo stava curando.
Suor Marcella non si è arresa e anche se molte ong hanno ormai abbandonato Haiti lei prova ancora a lavorare per non far morire Waf Jeremie.
Da qualche giorno è in Italia a cercare fondi. Oggi a Villa Patrizia di Magnago.
Chi voglia seguirla (e aiutarla) può farlo tramite questo blog:
http://www.vilajitalyen.org/
Ad maiora

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Il palco, la casa del #teatro

La gioia più grande dell’attrice non è quando si sta recitando sul palcoscenico pieno di luce, dinanzi a un teatro pieno di gente che ci ascolta in silenzio, ma non vede l’ora di batter le mani e di gridare. Il nostro maggior godimento sai quand’è? Quando verso sera si arriva soli soli alla porticina degli artisti e si attraversano i corridoi mezzi bui, si salgono le scalette appena illuminate per ritrovare i compagni che aspettavano per la prova.
Sul palcoscenico ci sono pochi lumi, in mezzo alle grandi ombre oblique delle quinte. La platea è tenebrosa e deserta, i palchi sono come tante cuccette vuote. Non c’è altro che noi artisti, poveri attori e povere attrici, vestiti come tutti i giorni e con la sola compagnia del poeta che ha scritto l’opera che dobbiamo imparare.
Siamo tra noi, senza estranei, senza intrusi e pensiamo solo al nostro lavoro e non già agli applausi di tutti quegli ignoti che le altre sere riempiono il teatro. In quei momenti mi sento in famiglia e qualche volta ho l’illusione fanciullesca che siamo lì di nascosto, come per una cospirazione, una congiura, qualcosa di clandestino e di piacevolmente pericoloso. Tutto il resto non è che rumore, chiasso, vanità, stanchezza e bocca amara.
Eleonora Duse

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#Beslan. Signorina, mi raccomando faccia figli

Si faccia coraggio, signorina, siamo tutti qui, non si lasci andare proprio adesso che tutto sta finendo e che bisogna ricominciare tutto daccapo e provare a stare di nuovo bene e essere felici, si faccia coraggio, pianga quello che non ha pianto in questi tre giorni, lo pianga tutto adesso e poi stia bene, ci aiuti a venirne fuori, lei che ha studiato, ci aiuti a capire come si fa a tirare avanti, ad avere ancora dei figli, a mandarli a scuola, a insegnare loro a credere in qualcosa e a essere onesti e sereni e belli, ci aiuti, la prego, io sono un vecchio e sono malato, di cose ne ho passate, sa, ma come questa mai, mai, e non auguro a nessuno di trovarsi un giorno in questa morsa che abbiamo qui noi adesso, a nessuno, i bambini, signorina, lei di figli ne ha?, ne vuole?, ne faccia, signorina, non si lasci impressionare, ne faccia, io che non ne ho fatti adesso sono solo, avevo un gatto fino a poco fa ma quello che è successo me l’ha portato via e adesso sono rimasto tutto solo ad aspettare che arrivi la fine, e non si abitua, sa?, alla solitudine e al dolore non ci si abitua mai, la solitudine e il dolore sono sentimenti che si rinnovano, che si adattano al tempo come i topi al veleno, e si ripresentano ogni volta, ogni volta, e non finiscono mai, e io le voglio bene signorina, le ho voluto bene da subito, quando lei è venuta qui, non so perché ma è così, lei potrebbe essere mia figlia se io non fossi quello che sono, non si spaventi, sono un uomo, e sono qui a dirle che le voglio bene e che sono con lei, e adesso pianga, si sfoghi, tutto finisce, anche questo finirà, cerchi di essere giovane e di stare bene e mi raccomando, faccia dei figli, signorina, prometta che ne avrà e che un giorno gli racconterà del male che ha visto in questo posto maledetto, Beslan, e che quando saranno un po’ grandi e saldi li porterà.

Andrea Tarabbia, Il demone a Beslan, Mondadori, 2011

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