Pensieri

Una Macedonia al voto

Macedonia al voto tra tensioni e accuse di brogli

Giornata di voto (oltre che per il sempre in crisi Portogallo) anche per la Macedonia, ex repubblica jugoslava che all’anagrafe mondiale si chiama ancora – per contrasti con la Grecia – in modo provvisorio: FYROM, acronimo che sta per Former Yugoslav Republic of Macedonia.

Stamane si sono aperte le urne (che si chiuderanno alle 19 locali) in un clima di forte tensione tra il partito di governo, l’VMRO-DPMNE e l’opposizione socialdemocratica (SDSM).

Entrambi gli schieramenti si sono accusati vicendevolmente di brogli. È possibile che, alla diffusione dei risultati di questo voto parlamentare ci siano manifestazioni di protesta nella capitale, Skopje. Sono elezioni anticipate dopo gli attacchi (e l’Aventino) scatenati dalle opposizioni alla maggioranza, accusata di voler mettere sotto controllo i media più critici. Tra gli osservatori internazionali che verificano la regolarità del voto anche il deputato radicale Matteo Mecacci:

http://www.radicali.it/comunicati/20110603/osce-mecacci-partecipa-alla-missione-di-monitoraggio-elettorale-macedonia

A votare sono chiamati 1 milione e 800 mila elettori, un terzo dei quali di etnia albanese. E proprio i partiti albanesi dovranno soccorrere uno dei due schieramenti se, come sembra probabile nessuno dei due riuscirà a conquistare la maggioranza dei seggi parlamentari (il partito di governo è comunque avanti nei sondaggi).

Dal risultato elettorale dipenderà un possibile ingresso del Paese nella Nato e nell’Unione europea (la Macedonia/Fyrom ha dal 2005 lo status di candidato). Nell’elenco di quanti stanno per entrare nel parlamento di Bruxelles in netto vantaggio, come rimarcato in queste ore dalla visita del Papa, rimane la cattolicissima Croazia.

Ad maiora.

Mix di manifesti Pisapia Lega

La luna di miele tra Pisapia e i milanesi

Il dopo voto è una vera e propria luna di miele per Giuliano Pisapia, accolto come un liberatore in centro alla festa del 2 giugno. Un’accoglienza alla Kennedy, ha detto qualcuno.

Il milanese giusto al momento giusto. A Palazzo Marino in 25mila si sono messi in fila nella speranza di stringergli la mano (solo un migliaio in Provincia, giusto per dare il senso delle proporzioni su quel che sta accadendo).

Anche in Prefettura, per il tradizionale brindisi istituzionale, c’era la coda a salutare il neo sindaco (e Cinzia Sasso, per il primo giorno nelle vesti della first lady). In fila, per mostrare sorrisi più o meno falsi e riichiedere incontri, anche esponenti di quella borghesia che fino a venti giorni fa ruotava intorno a Moratti e Berlusconi (con cui candidava figli e parenti). Il vento è davvero cambiato.

Assente in Prefettura l’ex sindaco Moratti, non molto rimpianta neanche dai suoi amici del Pdl. Lei d’altronde sembra che scarichi la colpa della sconfitta su Berlusconi. Il quale dice che la responsabilità è di Santoro e dei programmi di sinistra. Sembrano Fonzie, quando non riusciva ad ammettere di aver sbagliato. Assente anche il buon Glisenti, che si dice sia uscito economicamente molto rinforzato dai quindici giorni in cui ha cercato di raddrizzare la barra elettorale morattiana (passerà alla storia per essere riuscito nella non facile impresa di mandare l’ora ex sindaco a farsi fischiare addirittura a una manifestazione di disabili).

Sul fronte Expo, alti dirigenti dell’organizzazione si dicono certi che le cose ora, con Pisapia al posto della Moratti, miglioreranno e che il tutto subirà un accelerazione (anche perché se rallenta ancora si ferma). I rapporti tra il neo sindaco e il presidente Formigoni sono partiti col piede giusto anche prima del voto d’altronde.

Insomma, queste prime ore sono per Pisapia tutto zucchero e miele.

Ora c’è il nodo giunta. Vedremo come ne uscirà il sindaco di sinistra-centro (che continua a campeggiare sui muri della città, affiancato ora solo da manifesti leghisti).

Ad maiora.

maidan arancione durante la rivoluzione a kiev in ucraina

Le piazze arancioni, da Kiev a Milano

Tra ieri e oggi più di un giornale ha mostrato le foto della piazza dell’Indipendenza a Kiev durante la rivoluzione arancione affiancandole con quelle delle piazze arancioni di Milano e Napoli.

Ho avuto la fortuna – professionale  – di essere presente in entrambe le occasioni. Sia in Ucraina, sul Maidan, nel 2004, sia l’altra sera in piazza Duomo a Milano.

Il colore arancione per quanti parteciparono alla campagna per le presidenziali ucraine fu una scelta dirompente. Era un superamento del rosso. Ma era anche una identificazione molto forte. Lì chiunque lo indossasse, chiunque lo esponesse al balcone come al finestrino dell’auto, segnalava la propria posizione politica, il proprio contrapporsi al regime di Kuchma e Janukovich.

Si usava il proprio corpo, i propri vestiti, come strumento per fare politica. Uno strumento rischioso. Non scoppiò la guerra civile solo per l’estrema responsabilità sia dei militari che di chi gestì quella piazza enorme. E uno dei giornalisti di punta dell’opposizione non finì, pochi mesi prima, decapitato.

Su quelle vicende ho anche scritto un libro: Bandiera arancione la trionferà (Melampo, 2007). Ero ai tempi convinto che quella scossa democratica avrebbe potuto minare le fondamenta della Russia di Putin. Ma l’omicidio della Politkovskaja e l’abile azione controrivoluzionaria messa in campo dal regime (grazie ai Nashi, veri balilla putiniani, in queste settimane estive di nuovo impegnati nei week end procreativi per mantenere la russità della Madre Patria) fecero naufragare tali velleità.

Eppure quel virus democratico è arrivato fino al Mediterraneo. Dapprima con le rivoluzioni in Egitto e Tunisia. Lì non si è utilizzato l’arancione ma il pugno chiuso di Otpor (movimento serbo filo-americano e anti-Milosevic dal quale tutto è partito) che ha cominciato a sventolare in piazza Tahir ha dato l’idea di un testimone che non è stato lasciare cadere. A tal proposito suggerisco la lettura del libro di Gene Sharp “Come abbattere un regime” appena pubblicato da Chiarelettere.

Ora quelle bandiere e quei palloncini arancioni hanno accompagnato le vittorie elettorali di De Magistris e Pisapia. Anche se, a differenza che a Kiev o al Cairo, qui i rischi per chi manifesta in tal modo sono, fortunatamente, pochi.

L’entusiasmo che portò alla vittoria elettorale (al terzo turno) di Jushenko in Ucraina si è trasformato in breve tempo in una grande delusione. Le divisioni nello schieramento arancione hanno contribuito alla plateale sconfitta nelle ultime presidenziali ucraine.

Staremo a vedere se a Milano e Napoli gli “arancioni” riusciranno a non commettere gli stessi errori.

Ad maiora.

Giuliano Pisapia e il suo portavoce Maurizio Baruffi

Pisapia sindaco, una vittoria che viene da lontano

Che il tacito patto tra Milano e il centro destra si fosse spezzato personalmente ho cominciato a percepirlo il 6 novembre 2007, alla morte di Enzo Biagi. La camera ardente fu un flusso ininterrotto di persone.
A Biagi poi rifiutarono l’Ambrogino, dapprima perché morto – non per sua scelta! – troppo a ridosso della festa patronale. L’anno dopo perché ormai era troppo tardi.
Quando, insieme ad altri colleghi, regalammo noi alle figlie di Biagi un Ambrogino posticcio ristabilimmo un po’ quel legame tra Milano e uno dei suoi figli adottivi.
Un altro segnale di sfaldamento lo colsi in un avvenimento sempre al Circolo della Stampa. Il 6 maggio 2009, insieme a Vera Politkovskaja parlammo dell’albero fatto piantare al Giardino dei Giusti di Milano (grazie alla sottoscrizione dei cittadini e al lavoro di Gabriele Nissim). A quell’incontro partecipò Manfredi Palmeri, al tempo presidente del Consiglio comunale in quota Pdl. In sala gli chiesero conto del perché la maggioranza di centro destra stesse bocciando la Commissione antimafia (“la mafia a Milano non esiste” dicevano le autorità) e lui disse che l’avrebbe votata anche se fosse rimasto da solo. Due anni dopo Palmeri siederà in consiglio lontano dai colleghi (ora di minoranza) del Pdl.
Piccoli segnali di scollamento che denotavano grandi crepe. La principale delle quali è stata, a mio avviso, da imputare all’incapacità da parte della Giunta Moratti di ascoltare i problemi della città.
Intorno a Pisapia fin dalla vittoria al primo turno c’è stato un clima di attesa messianica. Che ora non potrà che crescere. Ma il neo sindaco non avrà la bacchetta magica e non potrà risolvere tutti i problemi di una città un po’ allo sbando.
Se continuerà ad ascoltare i cittadini, come ha fatto in campagna elettorale, il suo mandato da sindaco sarà comunque un successo.

Ad maiora

Ps. In queste ore di festeggiamenti, un pensiero non può che andare a mio padre, a Marco Berrini, Marco Formigoni e Beppe Cremagnani. Ovunque voi siate spero stiate brindando assieme. Mi mancate.

Mladic e Karadzic ai tempi della guerra di Bosnia

Dopo l’arresto di Mladic, le riflessioni di Luca Leone

Riceviamo e volentieri pubblichiamo queste riflessioni sull’arresto di Ratko Mladic. A scriverle Luca Leone, autore per Infinito edizioni, di “Bosnia Express. Politica, religione, nazionalismo, mafia e povertà in quel che resta della Porta d’Oriente” (2010), “Srebrenica. I giorni della vergogna” (2005), “Uomini e belve. Storie dai Sud del mondo” (2008).

Questo il sito della casa editrice: http://www.infinitoedizioni.it/index.php

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Mi sono chiesto non so più quante volte, negli ultimi sedici anni, come avrei reagito alla notizia dell’arresto di Ratko Mladic. Non ricordo in quante occasioni ho scritto di lui, in questi tre lustri; quante volte ho dovuto pronunciare il suo nome, nel corso o alla fine delle presentazioni dei miei libri.

Sono sempre stato certo che il suo arresto sarebbe stato più difficile di quello del suo sodale e socio del terrore, l’ex auto-proclamato presidente della ex auto-proclamata Repubblica Srpska di Bosnia (Rs), Radovan Karadzic.

Perché Mladic è a conoscenza di più segreti del mediocre poeta spiantato Karadzic; perché era lui il vero uomo di Slobodan Milosevic nel mattatoio bosniaco; perché era lui quello che incontrava, nella sua profonda rozzezza e tracotanza, gli inviati stranieri e i negoziatori che goffamente proponevano piani di pace a chi pensava solo ad affogare la multiculturalità bosniaca nel sangue dei musulmani di quelle parti. E a mettersi in tasca terre e risorse come conseguenza della più evidente e clamorosa aggressione bellica del secondo dopoguerra europeo.

Ora che hanno arrestato “il generale”, l’uomo dalla mediocre biografia che ha spedito indietro nel tempo di quarant’anni la Bosnia Erzegovina, radendola al suolo sia materialmente che culturalmente, invece della gioia a prevalere è il senso di spossatezza. E anche scrivere queste poche righe pare una fatica immensa.

La biografia di Mladic rappresenta bene l’uomo: nato il 12 marzo 1943 a Bozinovici, Erzegovina occidentale, il suo nome potrebbe essere rozzamente tradotto come Guerriero Giovane. Diplomatosi all’Accademia militare di Zemun, nel 1991, quando la Jugoslavia sta per esplodere è ancora uno dei tanti ufficiali del corpo Pristina, di stanza al confine tra Jugoslavia e Albania. Dopo aver appoggiato le rivendicazioni secessioniste dei serbi della Krajina in Croazia, nella primavera del 1992 è nominato comandante dell’esercito della Rs. Destituito dalle sue funzioni di capo di stato maggiore dell’esercito serbo-bosniaco nel novembre 1996, era ricercato per essere giudicato dal Tribunale penale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia (Tpi) dellAja con l’accusa di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. È stato l’ideatore e il realizzatore materiale del genocidio di Srebrenica, costato la vita a circa 10.700 persone con un cognome musulmano.

Una biografia mediocre come l’uomo, che solo grazie alla guerra e al bagno di sangue da lui stesso progettato e realizzato è riuscito a passare dal pantano del nulla alla storia. Come una sorta di piccolo, nuovo Adolf Hitler. Ma c’è chi si accontenta anche di questo.  

L’attesa dell’arresto è stata estenuante, fin da quando, negli anni successivi alla fine della guerra del 1992-1995, i soldati francesi e russi si voltavano dall’altra parte, pur di non arrestare il carnefice, protetto dall’esercito, dai servizi segreti, dai politici ultranazionalisti serbi e serbo-bosniaci. Fino a pochi anni fa, d’altronde, Mladic percepiva un salario dall’esercito, che gli ha sempre creato il vuoto intorno per preservarne la libertà e non intaccare la mitologia barbara creata intorno alla sua rozza e sanguinaria figura dagli ultranazionalisti serbi. Che poi, a dirla tutta, se smettessimo di chiamare costoro ultranazionalisti e usassimo il nome che loro spetta – nazisti – faticheremmo meno e sarebbe tutto più chiaro.

Spossatezza, dunque. E, nella storicità del momento, in un’Italia in cui ben pochi sanno che cosa ha fatto costui alle nostre porte, alcune riflessioni vengono spontanee, e può valer la pena buttarle lì sul tavolo, magari parlarne, dando anche così fiato alle fanfare stonate dei sostenitori di Mladic – ne ha tanti anche in Italia – che ora cercheranno sfogo alla loro impotenza gretta, come sono soliti fare, nell’offesa e nel turpiloquio informatico, attività di cui sono veri maestri (basti vedere l’immondizia neo-nazista che molti di loro caricano su Youtube).

La prima riflessione riguarda l’annuncio di Boris Tadic, col quale il presidente della Repubblica serba – definito da molti un “nazionalista moderato” – oggi all’ora di pranzo raccontava ai serbi e al mondo che la latitanza di Mladic era finita. “Credo che l’operazione che ha portato all’arresto di Mladic renda il nostro Paese più sicuro, e più credibile.

Sono fiero del risultato raggiunto, è una cosa buona per la Serbia che questa pagina della storia si sia chiusa. E che si sia conclusa la fuga di Mladic. Ora bisogna continuare a cercare i suoi complici, quelli che l’hanno aiutato a nascondersi per tutti questi anni, anche tra membri del governo.

Arresteremo Goran Hadzic. Per adesso però penso che per la Serbia le porte dell’Ue siano aperte”, ha detto Tadic, più realista del re, come suo solito. Con poche parole il presidente serbo ha detto una serie di verità, verità inconfutabili per chi conosce un minimo la realtà di quelle parti.

Innanzitutto, il fatto che Mladic fino a oggi abbia goduto della protezione anche di membri del governo e delle alte sfere delle forze armate è innegabile; potremmo arrivare a dire che queste protezioni erano attive fino a ieri, vista la presenza di elementi nazionalisti radicali nel governo di Tadic, e che poi improvvisamente qualcosa deve essere cambiato. Questo vuol dire che sono in arrivo, nel medio o addirittura nel breve periodo, modifiche importanti anche nel governo serbo e che ora Tadic ha un ticket formidabile da far valere nei confronti dell’elettorato moderato serbo, che ha avuto fiducia in lui e che poi rappresenta la maggioranza degli elettori e dei cittadini serbi, donne e uomini stanchi che vogliono finalmente uscire dall’incubo degli anni Novanta e ricominciare a guardare con ottimismo e libertà al futuro. Un futuro europeo e non più filo-russo.

La seconda grande verità nascosta nelle parole di Tadic riguarda il fatto che ci sono ancora tanti, tantissimi criminali in circolazione, come ad esempio la marmaglia paramilitare di Arkan, e che ora tutti ci attendiamo che le manette scattino ancora parecchie volte e che le celle finalmente si riempiano.

Una terza verità riguarda la questione delle porte aperte nella Ue. La consegna, nell’estate del 2008, del barbuto Karadzic le ha schiuse, portando poco dopo dapprima Belgrado, poi Sarajevo, a firmare gli ambìti Asa, gli accordi di pre-adesione all’Unione europea. Ora la consegna di Mladic alla giustizia internazionale dovrebbe spalancare definitivamente le porte all’ingresso della Serbia nella Ue e assestare una mazzata da ko agli ultranazionalisti serbi e ai loro sostenitori russi. E questo potrebbe portare a un’interessante conseguenza, ovvero all’isolamento definitivo dell’ultranazionalista, provocatore e miliardario primo ministro serbo bosniaco Milorad Dodik,  l’ultimo assertore dell’indipendenza serbo bosniaca in un’ottica di successiva adesione all’ammuffito e fine ottocentesco progetto di Grande Serbia.

Le parole di Tadic, però, ci portano a spostare l’attenzione dai Balcani  all’Olanda, all’Aja. Il mandato del Tribunale scade alla fine del 2014 e, fino a oggi, in pochi tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu sono sembrati intenzionati a prolungarne i tempi di lavoro. Da qui alla scadenza del mandato del Tpi mancano due anni e mezzo. Per dare un’idea dei tempi del Tribunale, basti pensare che i quasi tre anni dall’arresto di Karadzic a oggi non sono bastati neppure per arrivare a una sentenza di condanna di primo grado, nonostante la riduzione d’ufficio dei tanti capi d’accusa. E sarebbe auspicabile che sia Karadzic che Mladic venissero condannati in appello (sempre che il malato Mladic abbia, ed è auspicabile, così tanti anni di vita davanti), prima di mandare in soffitta – se proprio necessario, ma su questo molti sono i dubbi – il Tpi. Quel che si chiede è un nuovo inizio al Tpi, ai potenti del mondo, alla giustizia internazionale. Le donne di Srebrenica di quello parlano da oggi, di un “nuovo inizio” successivo  all’arresto di Mladic. Loro, molto ma molto più stanche di tutti noi, sanno bene che il boia di Srebrenica ha ancora amici e sanno, ancor meglio, che fino a oggi sono riuscite a ritrovare e seppellire solo circa un terzo dei loro cari torturati e barbaramente ammazzati da Mladic e dai suoi nel luglio 1995. Il lavoro, quindi, è solo all’inizio, nonostante il tempo passato e il dolore che, invece, non passa mai. 

Un’ultima cosa su cui riflettere riguarda la posizione degli Stati Uniti e in particolare del presidente Barack Obama, giunto in Europa pochissime settimane dopo l’ultima “sparata” referendaria di Dodik, che questa volta puntava a spaccare la Bosnia Erzegovina minandone la credibilità del potere giudiziario. Ed è probabile che proprio dall’ultimo viaggio di Obama in Europa qualcosa si sia mosso e sia arrivato l’ok all’arresto di Mladic. Se così fosse, ancora una volta l’Unione europea, nella quale Belgrado e Sarajevo dimostrano di voler entrare con entusiasmo, avrebbe dimostrato la sua pochezza e la sua inconsistenza in politica estera. E questa è un’altra questione non di poco conto su cui riflettere, per noi “comunitari” e per coloro che vogliono entrare in questa strampalata e litigiosa famiglia. Che ricorda terribilmente la pochezza di questa nostra povera e tartassata Italia.

Ad maiora.