L’altra metà della mia famiglia (2). Il cerchio si chiude

Domenica scorsa avevo lasciato mio nonno Antonio Attici davanti a una porta chiusa. E avevo scritto che la sua storia, in modo del tutto inatteso, mi legava a Bergamo.

Da qualche tempo vivo qui. Da una decina d’anni racconto questa città e il suo territorio attraverso l’Atalanta. Ho sempre pensato che il mio rapporto con Bergamo fosse nato quasi per caso, per lavoro. Invece no.

Tra le carte del Brefotrofio Provinciale di Milano, conservate dall’efficiente Archivio Storico della Città Metropolitana di Milano, compariva un nome. Antonia Mascheroni. Una cucitrice, nubile, residente a Milano. E nata a Treviglio.

È stato allora che mi sono fermato, commosso.

Fa impressione pensare che per tanti anni abbia raccontato una terra senza sapere che la madre di mio nonno era nata a pochi chilometri da dove abito oggi. E che quel legame esisteva da molto prima che io ne avessi coscienza.

Poi, pagina dopo pagina, quel trovatello, il povero nonno Antonio, morto in un incidente stradale anni prima che io nascessi, ha lentamente ripreso vita. Prima come bambino affidato a una famiglia che lo allevò in condizioni igieniche così precarie da costringere il Brefotrofio a riprenderlo con sé. Poi come ragazzo troppo vivace, irrequieto, insofferente alle regole, tanto da essere giudicato difficile da gestire.

Eppure, col tempo, il giudizio degli educatori, come si evince dai documenti, cambia. Il ragazzo ribelle diventa un giovane laborioso e serio, capace di impressionare favorevolmente chi lo seguiva. Come se quel bambino nato senza padre e senza madre fosse riuscito, da solo, a trovare il proprio posto nel mondo.

Ma la parte più commovente della storia doveva ancora arrivare.

È il 1942. L’Italia è in guerra. Antonio Attici ha trentotto anni. Si è costruito una famiglia, una vita, un lavoro. Mia mamma Stella nasce proprio quell’anno.

Antonio potrebbe lasciare il passato dov’è. E invece no. Vuole capire. Scrive all’Opera Maternità e Infanzia. Non chiede soldi. Non cerca eredità. Vuole soltanto sapere. Vuole conoscere sua madre.

«Raggiunta una posizione economica sufficiente, il sottoscritto vivamente desidererebbe poter rintracciare, sia pure al solo scopo di conoscerla, la madre».

Quelle righe mi hanno colpito più di tutte, perché all’improvviso l’esposto numero 863 del 1903 smette di essere un numero. Vedo mio nonno uscire dalle carte e diventare un uomo. Un uomo che a trentotto anni porta ancora dentro la domanda che forse si era posto per tutta la vita:

«Chi era mia madre?»

Le ricerche vengono avviate. Si risale ad Antonia Mascheroni. Si scopre che è nata a Treviglio, che fa la cucitrice e che per anni ha abitato a Milano, in via Rosolino Pilo 64. Di quella donna si sa quasi tutto. Ma inutilmente.

Antonio non riuscirà mai a trovarla, a incontrarla, ad abbracciarla. Era arrivato a un passo dalla risposta che aveva inseguito per tutta la vita, senza riuscire a chiudere il cerchio.

Ottant’anni dopo, quasi per caso, sono stato io, grazie all’insistenza di mia mamma, a chiudere quel cerchio.

Mia madre mi racconta che suo padre diceva di ricordare una donna che andava a trovarlo quando era bambino. Chissà. Forse era davvero lei.

Pensavo di cercare la storia di un trovatello.

Ho trovato una donna nata a Treviglio, partita per Milano in cerca di lavoro e di un futuro. Finita, probabilmente, in una storia più grande di lei.

E ho trovato un uomo che non è nato fortunato. Un bambino abbandonato. Un ragazzo giudicato troppo vivace. Un giovane che, però, riesce a conquistarsi la stima di chi lo segue. Un uomo che sopravvive alla guerra e alla fame.

Mia nonna Olga, sua moglie, quando è morta aveva ancora un cassetto pieno di pane avanzato. Perché certe cose ti segnano così profondamente che non te le togli più di dosso.

Antonio Attici è riuscito comunque a costruirsi una vita. Senza sapere quali fossero le sue origini. Bergamasche.

E mi piace pensare che, senza saperlo, per tanti anni abbia raccontato Bergamo senza sapere che un pezzo importante della mia storia era già passato da qui.

Ad maiora.

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