Mosca

L’amore, Dania, Putin e la neve

Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja. “Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.

L’Infinito edizioni ne ha parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

 

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti… “Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!

E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i russi considerano i ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi? Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un’attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa. La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com

L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it)

Mosca, parla Khodorkovskij

Michail Khodorkovskij, l’ex magnate del petrolio, uno dei russi più ricchi fino a che si è opposto al regime putiniano, ha parlato oggi al secondo processo istruito a Mosca contro di lui. Il magnate, condannato a otto anni di carcere per evasione fiscale, è intervenuto a sua difesa.

L’attuale processo è per appropriazione indebita. Per la procura russa sarebbero 25 i miliardi di dollari che il magnate avrebbe sottratto all’azienda da lui guidata, la Yukos (sbranata da aziende statale russe, con la complicità anche di società parapubbliche italiane).

Khodorkovskij nell’udienza odierna si è difeso respingendo tutte le accuse, anche in modo teatrale. Colui che si può considerare un “prigioniero politico” (visto che altri oligarchi, amici dei potenti russi, continuano a fare il bello e cattivo tempo) ha definito le accuse ai suoi danni “idiote”, “assurde” e “selvagge”. L’ex magnate ha parlato di schizofrenia giudiziaria” con accuse molteplici, contro di lui che, a suo avviso, “si escludono a vicenda”. Khodorkovsky ha ricordato al giudice che il petrolio greggio è un liquido nero che può essere versato da un contenitore all’altro. Egli ha aggiunto che, mentre i diritti di proprietà non possono essere versati da un contenitore all’altro, possono essere trasferiti ai sensi di un contratto. Per questo ha fatto collocare al suo avvocato due barattoli contendenti entrambi liquido nero. Tra lo stupore di corte e pubblico, ha invitato il suo legale a vendergli la proprietà del petrolio, scambiando il diritto di proprietà con una cambiale dal valore di un rublo. I vasi sono rimasti sul tavolo. Khodorkovskij ha informato la Corte che, mentre i diritti di proprietà aveva cambiato le mani, il petrolio greggio è rimasto sul tavolo nel barattolo. Il giudice ha ordinato i vasetti di essere rimossi dal tribunale, dicendo che non ha trovato nulla di divertente nell’avere “liquido infiammabile” in un’aula di tribunale con una sola uscita. Khodorkovskij ha detto alla corte che ha cercato attraverso questo semplice esempio di dimostrare l’assurdità delle accuse.

Se condannato, Khodorkovkij rischia altri 22 anni di carcere.

Ad maiora