milano

Gli harraga, che partono ad ogni costo

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro

Ottavia Piccolo porta la Politkovskaja a Bruxelles

Il primo spettacolo fu al’ex Paolo Pini di Milano, nel giugno del 2007. Il successo lasciò di stucco anche le donne di Usciamo dal silenzio.

Da allora Ottavia Piccolo, bravissima attrice napoletana e milanese, ha fatto molti altre ottime rappresentazioni teatrali. Ma ogni tanto, a grande richiesta, torna a “vestire i panni di Anna Politkovskaja” e mette in scena “Donna non rieducabile “ (regia di Silvano Piccardi da un testo del grandissimo Stefano Massini). Uno spettacolo teatrale che  – caso raro –  ha avuto anche (grazie alla regia di Felice Cappa) un’ottima trasposizione televisiva, con “Il sangue e la neve”: è stato mandato in onda da Palcoscenico, Rai 2, e lo potete rivedere nel cofanetto, insieme al testo, intitolato semplicemente Anna Politkovskaja, Promo Music.

Tra qualche giorno sarà il quarto anniversario dell’omicidio di Anna e lo spettacolo teatrale a lei dedicato arriverà nella capitale europea, a Bruxelles, al Parlamento. “Lì c’è già una sala stampa a lei dedicata, ricorda la Piccolo. E per noi è un onore essere stati invitati in quel luogo”.

Sarà una prima speciale, questa belga (il 6 ottobre) per un tour di cinquanta date che toccherà poi tutti i teatri d’Italia (a Milano arriverà all’Elfo, a marzo).

“Anna è un simbolo, spiega ancora Ottavia, un simbolo non solo per la Russia, ma anche per tutta Europa”. Per questo ha colto al volo l’invito a portare lo spettacolo nel cuore del parlamento europeo; un invito arrivato da David Sassoli e altri deputati che vogliono che la coraggiosa giornalista assassinata da sconosciuti, non venga dimenticata.

Ad Ottavia, che è sempre stata in prima fila in tutte le manifestazioni organizzate da Annaviva, chiedo cosa rappresenti per lei Anna Politkovskaja: “Un mito, un simbolo, una voce fuori dal coro, dice di getto. Un faro per chiunque abbia a cuore la libertà di stampa e di espressione. Lei viveva per raccontare quel che vedeva. Noi cerchiamo di non farla dimenticare”.

Ciao Anna. E grazie Ottavia.

Ad maiora.

Sbarca anche a Milano la rivista Where

E’ una rivista che trovate negli alberghi di molte città del mondo. E ora anche in quelli milanesi. Sbarca nella “capitale del lusso” (almeno nel quadrilatero, tale era ed è) Where: è una rivista che fornisce ai turisti consigli su dove andare a mangiare e fare acquisti  ma anche quale spettacolo teatrale non perdere o quale mostra visitare (Picasso e Cattelan, direi, in questi giorni).

Where in salsa milanese, guidata dall’amico Andrea Jarach, è stata presentata in una bel ristorante milanese, con menù ovviamente a base di risotto. Il primo numero, quello –  zero – di novembre è dedicato alla Fashion city e passeggiando per la città in questi giorni, si capisce il perché.

Tutta in inglese, Where si rivolge a un tipo di turisti e di viaggiatori che  hanno risentito meno di altri della crisi finanziaria ed economica che ha travolto il mondo occidentale.  Una crisi che, soprattutto per quelli che l’hanno pagata di più, si spera stia davvero finendo.

Questo il sito della rivista:

http://www.wheremilan.com/main/

Ad maiora

Fidanzata (non ex) di un killer

Più che gli occhi azzurri e i capelli biondo platico, di Anete, la fidanzata del disoccupato ucraino che ieri ha massacrato di botte una filippina, l’attenzione cade sui i piedi che non riescono a stare fermi. Ha le occhiaie di una che ha più pianto che dormito e gli occhi che vagano nella stanza, come a cercare risposte. La cosa che durante l’intervista dice più spesso è “non ci posso credere”. E per rendersi conto che quello che fino a ieri mattina era il suo fidanzato e poi si è trasformato in un killer capace di ammazzare a mani nude (grazie alla sua passione per la box) è dovuta andare in viale Abruzzi, sul luogo dell’assurdo omicidio.

Lei nega che si fossero lasciati e di essere la causa del raptus che ha insanguinato un tranquillo venerdì agostano milanese. E’ come se si sentisse in colpa per non aver previsto quel che stava per accadere. Ripete che anche nell’ultima telefonata lui era (sembrava) tranquillo. Che si sarebbero dovuti incontrare dopo la di lui corsetta mattutina. Ma Oleg non è andato a correre. E’ uscito da casa della madre e ha ucciso una donna. A caso? O avrà scelto proprio una filippina? Anna nega che lui fosse un razzista, “siamo stranieri anche noi”, dice. Ma tra Ucraina e Lettonia (come in tanti paesi ex sovietici) non mancano quanti credono che la razza caucasica sia superiore alle altre.

Domani, con l’interrogatorio di garanzia, forse si capirà un po’ di più sul perché l’ucraino venticinquenne  (disoccupato, mantenuto dai soldi della madre) abbia assassinato una donna che aveva appena lasciato i suoi figli per andare a lavorare.

Un raptus? Sarà ritenuto anch’egli incapace di intendere e di volere come Tartaglia? Staremo a vedere. Niente riporterà comunque in vita Emlou, né restituirà serenità ad Anete. Che forse è sfuggita al destino.

Piccola fenomenologia del Tg5 (estivo)

D’estate si sa le notizie scarseggiano. Soprattutto in Paesi come il nostro dove il solleone chiude scuole, tribunali e Camere (a meno che non debba discutere di tematiche imprescindibili, come impedire la pubblicazione delle intercettazioni). E dunque anche la fattura dei tg è più difficoltosa.

In questo assolato luglio, almeno la pagina politico-giudiziaria fornisce numerosi spunti, con la cd loggia P3 che spinge a dimissioni e con le polemiche su moralità e dintorni tra maggioranza e minoranza (i finiani). Oggi, tanto per fare un esempio, da pagina 5 a pagina 11 il Corrierone si occupa di scazzi interni al centro destra (Da Fini: “Niente incarichi di partito a chi è indagato” a Il Senatur attacca Galan: non posso cacciarlo, ma schiero in campo Zaia, in veste di centromediano di interdizione, desumo io, nella sfida Italia vs Padania).

Nella mazzetta dei colleghi del Tg5, il principale quotidiano italiano temo sia arrivato tardi e deve essere stato letto un po’ distrattamente. L’unica notizia di politica che viene servita ai telespettatori è il taglio dello stipendio dei parlamentari (rectius, dei loro portaborse). Sul resto si glissa. Silenzio – giusto per fornire notizie che avrebbero potuto desumere dai siti internet stamane, nell’attesa che arrivasse la mazzetta dei giornali – anche sul Csm che vota incompantibilità ambientale per i magistrati coinvolti nell’inchiesta. Silenzio anche sull’interrogatorio previsto per oggi di Marcello Dell’Utri. Strano.

O forse no: meglio infatti – come chiede SB – raccontare le cose che vanno piuttosto che quelle che non vanno. Tra queste il cronista del Tg5 non sembra inserire la vendita del patrimonio statale, deciso per far cassa: l’elenco delle isole e dei palazzi che potranno essere messi all’incanto viene letto con tono divertito.

C’è poi un servizio un cicinin di parte su quanto è buono e quanto è bello il nucleare prossimo venturo. Vengono sentiti Chicco Testa (ex presidente Enel), Fulvio Conti (ad di Enel) e il ministro Prestigiacomo. Cui viene concesso di replicare alle polemiche seguite alla sua idea di indicare il senatore pd Veronesi (anni 85, come sottolinea garbatamente oggi sempre Corriere, la Gabanelli, per un incarico di 7 anni) per guidare l’agenzia per la sicurezza nucleare. E’ un uomo di esperienza dice lei. In che campo, chiederemmo noi. Ah, questo (delle polemiche interne al partito, anzi al gruppo parlamentare) è l’unico accenno al pd in tutto il tg. La par condicio viene rispettata in un modo un po’ subdolo, nel finale, recensendo l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio. Il magistrato e scrittore è anche senatore democratico: a lui viene concessa la parola.

Poi la solita cronaca (ossia il racconto di brillanti operazioni di polizia) con sequestro di piante di canapa e chiusura di discoteche (frequentate da Belem, come viene sottolineato, sia nei tg che sui giornali) dove di sniffa (avviene a Milano, definita chissà perché in questo tg made in Rome, la capitale: ma forse il riferimento è a capitale della coca), piuttosto che a un’anziana picchiata dalla badante o di arresti di ‘ndranghetisti in Calabria (grazie a intercettazioni, mandate – ancora per poco – in onda). Un pezzo anche su Duisburg, visto che è morta un’altra ragazza.

Inizia poi la parte leggera con i risciò in giro per Roma e due orsi “germanici” innamorati, che verranno – ahinoi – messi in due zoo diversi. Speriamo solo che i giardini zoologici tedeschi siano meno affollati delle carcere italiane. Di quelle, anche in mancanza di notizie, nessuno sembra far caso (salvo dare, a volte, notizia dei suicidi).

Ad maiora.