annaviva

FRA TRE SETTIMANE A MILANO IN SCENA “ELSA K.”. PER NON DIMENTICARE ANNA POLITKOVSKAJA

Tra pochi giorni, anzi fra tre settimane, saranno passati cinque anni dall’omicidio di Anna Politkovskaja.

Varie inchieste della magistratura russa hanno portato parecchie persone in carcere. Esecutori materiali o organizzatori. Molti scagionati al processo. Altri sono ora in cella, in attesa di andare a giudizio. Nessuno si è mai sognato di cercare i mandanti dell’omicidio della coraggiosa giornalista russa. Tanto da spingere il New York Times a scrivere che non c’è giustizia:

http://www.nytimes.com/2011/09/14/opinion/no-justice-for-anna-politkovskaya.html?_r=1&emc=eta1

A luglio, a Genova, nel corso della Settimana dei diritti, Vera Politkovskaja (insieme alla collega della Novaja Gazeta, Nadezhda Prusenkova) così parlava di sua madre Anna:

http://youtu.be/27cCRcE_LkI

Per non dimenticare Anna Politkovskaja, per onororare il quinto anniversario del suo omicidio, Annaviva e LattOria metteranno in scena a Milano “Elsa K.”.
Di seguito i dettagli. Prenotatevi! Venite!!

Ad maiora

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EL’SA K debutta a Milano in occasione dell’anniversario della morte della giornalista russa Anna Politkovskaja, assassinata il 7 ottobre 2006 sul portone della sua casa a Mosca, dopo essersi schierata contro la politica di Vladimir Putin e aver condotto una battaglia in nome della libertà di informazione e in difesa dei diritti umani.

L’opera teatrale, scritta da Andrea Riscassi per la regia di Alessia Gennari, narra la vicenda di El’sa Kungaeva, giovane cecena stuprata e uccisa dopo essere stata rapita da una pattuglia di soldati russi guidati dal colonnello Jurij Budanov. Di El’sa Kungaeva, del suo omicidio e della violenza consumatasi sul suo corpo si era a lungo occupata Anna Politkovskaja.

In scena tre voci. Una maschile, a riportare i fatti, i documenti, l’oggettività (vera o presunta) della vicenda raccontata, e due femminili, quella di El’sa e quella di Anna. Due voci femminili “in assenza”, corpi e voci della memoria e della storia.

A essere rievocato nel testo non è solo il caso di El’sa, così come non è solo il lavoro di Anna Politkovskaja: a ricrearsi, per frammenti, è la più ampia vicenda che riguarda il conflitto russo-ceceno e alcune fra le implicazioni politiche, sociali e umane di quella guerra ancora latente. El’sa e Anna, entrambe portatrici della propria verità e della propria tragedia, sono compresenti sulla scena ma non si parlano mai. Si evocano l’una con l’altra. Ognuna con le proprie parole, con la propria consapevolezza e umanità, permette all’altra di raccontare e raccontarsi entro un impossibile dialogo fra morti.

Mettere in scena questo dialogo è fare del teatro il luogo deputato per la memoria attraverso una finzione che si fa cruda e amara rappresentazione del reale. E’ fare del palcoscenico lo spazio del ricordo, della possibilità di una ricostruzione e ricomposizione della verità.

EL’SA K

Di Andrea Riscassi

regia di Alessia Gennari,

con Fabio Paroni, Sara Urban e Paola Vincenzi,

musiche di Federico Gon.

6, 7, 8 ottobre 2011 – ore 21

Teatro del Borgo

via Formentini 10, Milano

Per info e prenotazioni: saraurban@lattoria.it

ELENA BONNER, L’EDUCAZIONE DI UNA DISSIDENTE

Quando nell’epilogo del volume Elena Bonner racconta di aver scambiato la madre che bussa alla porta di ritorno da otto anni di gulag, per una mendicante – “un errore che mi pesa ancora”- si capisce fino in fondo il titolo della sua autobiografia “Madri e figlie” (Spirali).
L’analisi
“Non c’era espediente da parte mia che potesse impedire alla mamma di pensare al passato, così come è impossibile evitare il senso di colpa di fronte ai morti, anche per il solo fatto che loro non ci sono più, mentre noi viviamo. La mamma aveva un senso di colpa nei confronti della nonna, perché il suo destino si era ripercosso su di lei. Io ne ho nei confronti della mamma per il destino che è toccato a me e per la mia felicità”.
Non so se Tatiana, figlia di Elena che qualche anno fa con Gariwo e Annaviva ospitammo per un convegno milanese, si senta anch’essa in colpa.
Elena Bonner ci ha infatti lasciato lo scorso giugno. La dissidente, moglie del dissidente Andrei Sakharov, con lui confinata a Gor’kij (riabilitati solo da Gorbaciov nel 1986) ha lottato fino alla fine dei suoi giorni anche contro il regime putiniano.
Nel bel libro di ricordi non c’è la storia della Bonner adulta, ma di lei bambina, figlia di due esponenti del partito, lui assassinato nel Terrore staliniano, lei mandata in campo di concentramento come “traditore della patria” (i loro rapporti, alla fine della detenzione non saranno mai più sereni). Elena era diventata, come tanti una “strana orfana”.
Nel volume ci sono anche riflessioni su eventi successivi a quelli della “formazione di una dissidente”. Una delle quali ci riguarda da vicino: “Quaranta anni dopo partecipai a una riunione di giovani a Milano. Parlai dello stato terribile della medicina sovietica, della crescita della mortalità infantile, della mancanza di farmaci indispensabili. Dissi che da noi non si producevano nemmeno biberon né tettarelle moderne per alimentare i bambini. Dalla sala qualcuno cominciò a gridare dandomi della fascista e della malevola calunniatrice e invitandomi a incontrare i comunisti, ben informati sulla bontà e gratuità della medicina in Unione sovietica”.
I tempi sono cambiati. O no?
La Bonner racconta con gli occhi di una bambina (la cui infanzia finisce con l’arresto dei genitori) la strage di comunisti compiuta dall’Urss staliniana nel 1937, con le case di chi veniva arrestato (e spesso fucilato) che avevano le porte chiuse da un sigillo rosso, che indicava le case dei “traditori della patria”, parola che per la Bonner andrebbe – giustamente – scritta minuscolo.
Quando il padre sarà arrestato (e fucilato, poi riabilitato alla fine dello stalinismo perché “il fatto non sussiste”) il fratello minore di Elena, educato come tutti alla scuola del Pcus e del Komsomol commenta: “Pensa un po’ che razza di nemici del popolo esistono: si intrufolano persino tra i papà”.
L’esplosione di rabbia della giovane Bonner è la stessa che prende chi legge.
Addio Elena, che la terra di sia leggera.

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Elena Bonner
Madri e figlie
Spirali
Milano, 2003
Pagg. 480
Euro 30

Mosca 1991 di Alessandra Attianese e Bruna Orlandi

Russia 1991: quella primavera mai diventata estate

Oggi viene inaugurata, alla Fabbrica del Vapore di Milano, la mostra fotografica dedicata a Russia 1991. Durerà fino al 5 luglio:

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/05/27/a-milano-una-mostra-fotografica-sulla-russia-del-1991/

Questa la presentazione:

http://www.youtube.com/user/FotoEfilm?email=subscription_find_your_friends_create

Dato che sono a seguire il primo consiglio comunale dell’Era Pisapia non potrò (pur annunciato) partecipare all’inaugurazione. Questo il testo che ho mandato agli organizzatori.

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Un inverno lungo 70 anni, forse 100, forse 1000.

Poi una primavera dirompente. Come quelle piante le cui radici sollevano l’asfalto. O quei rampicanti che fanno saltare le tegole. O si insinuano nei muri, facendoli crollare.

Muri innalzati in fretta e furia, ufficialmente per fermare la deriva fascista in realtà per impedire alla gente di scappare dal sogno socialista che sarebbe diventato presto un incubo.

Dal 9 novembre 1989 (col crollo di quel Muro) fino alla fine del 1991 con la bandiera rossa ammainata sulla torre del Cremlino, tra Berlino e Mosca, tra Kaliningrad e la Jacuzia ma anche tra Tallinn e Tashkent è scoppiata la primavera. Forte e devastante come la luce che squarcia il buio. Una lunga notte fatta di illusioni, di sogni, di speranze, ma anche di gulag, di carri armati, di repressioni.

Le facce, spesso stupite che potete osservare in questa mostra fotografica dedicata alla “Russia 1991” sono lì a testimoniare quanto accadde. Come il risveglio dopo un incubo, quando – col cuore in subbuglio – ci si sfregano gli occhi per capire se è davvero tutto finito.

Gli scatti di Alessandra Attianese e Bruna Orlandi raccontano proprio “un altro tempo, un altro luogo”. Anzi, davvero un non-luogo. Quale può essere quello di una primavera che non sfocia nell’attesa, sperata, agognata, estate.

Per molti paesi ex sovietici, Russia in testa, quei timidi passo verso la democrazia, verso l’autodeterminazione individuale, furono davvero non solo i primi, ma anche gli ultimi.

Non si è tornati all’inverno. Non si è tornati indietro. Niente lavori forzati, niente campi di lavoro, nessuna deportazione.

Ma non si sono fatti nemmeno passi avanti, il grano che nelle foto si vede spuntare dalla terra non ha germogliato.

La dittatura è diventata televisiva.

E i pochi che si sono opposti sono stati spediti in carcere, sono stati isolati o sono finiti ammazzati, come Anna Politkovskaja alla cui memoria è dedicata Annaviva, associazione che convintamente ha aderito a questo progetto, a questa mostra che è qualcosa di più di una serie di (belle) fotografie. È un racconto per immagini. Capace di mostrare quel che è stato e forse quello che avrebbe potuto essere.

“Collezionare fotografie è collezionare il mondo” scriveva Susan Sontag. Ed è quel che han fatto Alessandra e Bruna.

Sperando che quella primavera congelata si sciolga prima o poi in una estate democratica. Perché le bandiere arancioni sventolino oltre che sotto il Duomo di Milano anche sotto il Cremlino.

Il vento è cambiato anche al Cairo e a Damasco. Quel mix fatto di partecipazione e internet, con le armi della nonviolenza, non potrà non portare una nuova stagione democratica anche nella Russia di Putin.

Ne sono certo. Ne siamo certi. Perché alla primavera non può che seguire l’estate. E pazienza se ci deluderà. L’inverno è infruttifero anche se stiamo al caldo. È bene ricordarlo a quanti rimpiangono il buon ordine di un tempo. Anche da noi i treni arrivavano puntuali, quando c’era Lui. Quei treni che, puntualmente, mandarono al macello migliaia di cittadini italiani “colpevoli” solo di essere ebrei.

Anche per questo spero e speriamo che i semi che si osserva spargere nelle foto di Alessandra e Bruna finiscano per fiorire.

È quello il nostro sogno. Anzi il nostro obiettivo. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si tentasse sempre l’impossibile” diceva Max Weber cento anni fa.

Nel nostro piccolo lavoriamo su questo piano inclinato.

Ad maiora.

presentazione libro di Giorgio Fornoni

Giorgio Fornoni, un giornalista

Come fai a fare tutte quelle interviste? Quante lingue sai? È una delle domande poste ieri sera a Giorgio Fornoni dal pubblico che ha assistito (nella Libreria popolare di via Tadino a Milano, con Annaviva) alla presentazione del libro “Ai confini del mondo” (Chiarelettere editore).
“Li guardo negli occhi. Uso interpreti e li guardo negli occhi”. Una risposta nella quale si riassume la vita professionale di questo giornalista d’altri tempi. I tempi eroici di Barzini per intenderci. Fornoni, che per mantenersi ha fatto il commercialista, ha girato tutto il mondo per realizzare reportage (video), per raccontare guerre sconosciute, prepotenze delle multinazionali, Stati che si ergono a giudici supremi e ammazzano per legge. Fornoni – lo ha spiegato bene ieri sera- mette al centro del suo racconto per immagini le sofferenze umane, mostra il male perché ce ne si allontani. Ci fa vedere anche le stelle per farci capire che siamo piccola cosa e siamo anche ospiti in questo mondo.
Per anni, questa sorta di Kapuscinki italiano, è rimasto sconosciuto ai più. Molti dei suoi lavori sono rimasti non pubblicati. Dal 2000 (salvo per una pausa forzata da sindaco di Ardesio) lavora invece per Report (Rai 3). E ora grazie a questo libro (con DVD) si può leggere e vedere riassunta parte della vita professionale di questo collega. Molto più giornalista dei tanti che popolano l’assurdo Ordine professionale.
Ad maiora.

Natalia Estemirova

La stampa e l’omicidio Estemirova

In questi giorni alcuni amici mi hanno detto che Annaviva fa iniziative per cercare visibilità. Non credo sia così ma penso che ognuno debba giustamente nutrire le sensazioni che vuole nei confronti degli avvenimenti.
Ieri sera, forse anche per contrastare questa idea, nella Liberia popolare di via Tadino a Milano, abbiamo ricordato una giornalista uccisa che è meno nota della Politkovskaja. E per farlo abbiamo scelto come interlocutore un ragazzo che si è appena laureato alla Sapienza.
Fabrizio Ossino, con una presentazione davvero multimediale, ci ha spiegato chi era Natalija Estemirova. E ha soprattutto analizzato (e raccontato) come la stampa ha narrato dell’assassinio (ovviamente impunito) di questa collega che si batteva per i diritti umani nel Caucaso.
I giornali russi (salvo la Novaja) hanno scritto male e poco della vicenda. Fin qui – verrebbe da dire – tutto normale.
Ciò che non è normale è che anche i quotidiani italiani (per non dire dei due principali settimanali) hanno fatto lo stesso. Nello Stivale però, per queste cose, i giornalisti non rischiano la vita, ma nemmeno le telefonate del Cremlino. E quindi ciò è ancora più grave.
Decisamente meglio è andata la stampa tedesca che si è dimostrata ben più attenta e preparata di quella tricolore.
Ossino, che sogna di fare il giornalista ma non vorrebbe dover passare dalle scuole, è al momento uno dei cervelli italiani in fuga, a Berlino per l’esattezza.
Per noi che rimaniamo qui, resta la speranza che prima o poi qualcuno si accorgerà che, come diceva Gaber, il problema di questo paese non è Berlusconi in sé ma il Berlusconi che è in ognuno di noi.

Ad maiora