Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

La copertina del Fascista libertario

Il fascista libertario: gli ossimori di Luciano Lanna

È un libro fatto di ossimori “Il fascista libertario” di Luciano Lanna che da un mese non è più direttore del Secolo d’Italia. Ha resistito solo poche settimane dalla cacciata di Flavia Perina e dalla normalizzazione del quotidiano che fu dell’Msi.

Il volume di Lanna (edito dalla Sperling & Kupfer) è interessante per capire su quali basi politiche si sia basato lo strappo di Fini e di Fli rispetto al partito del predellino. Ed è interessante anche e soprattutto per chi non ha mai frequentato gli ambienti di destra che, si scopre, hanno più aneliti libertari di quanto si possa pensare.

I riferimenti di Lanna (e dei finiani) sono anche figli della cultura pop, come i film di Alberto Sordi o la parabola di Clint Eastwood, passato nella sua lunga vita/carriera, da uomo forte dei film western a cittadino impegnato in battaglie per l’eutanasia, tanto da dichiarare: «Sono un libertario, amo l’indipendenza. Venero lo stato mentale di chi rimane indipendente, in politico e nella vita».

I paletti che Lanna pone a questo cammino sono chiari: «Dalla “rivoluzione conservatrice” al “socialismo liberale”, dal “fascismo di sinistra”, recentemente rivendicato anche dal filosofo Slavoj Zizek, alla tipologia dell’“anarchico di destra”, dal “modernismo cristiano” alla definizione che Togliatti dava del fascismo come “regime reazionario di massa”. E ancora del fenomeno degli indiani metropolitani alla teorizzazione del “cattolico comunista”, dalla formula che spesso ricorre sui media di “tradizione e modernità” alla sintesi berlingueriana di “partito di lotta e di governo”, dalla “sinistra reazionaria” che pasolinanamente qualcuno ha pure evocato sino all’espressione di “estremista moderato”, utilizzata per esempio per Mario Pannunzio, e alla stessa prospettiva di “destra sociale”».

Il tutto ovviamente in una prospettiva che non è fascista ma neanche antifascista. Per citare Ignazio Silone del 1945: «Dopo esserci liberati del fascismo, noi dobbiamo ora cercare di superare l’antifascismo». O meglio ancora, per rileggere Ennio Flaiano: «La nostra generazione l’ha presa in culo. I preti da una parte, i comunisti dall’altra».

Insomma un modo per rileggere la storia patria anche leggendo, con altre lenti, come le gesta dannunziane. Scrive infatti Lanna: «Tanto per dire, a Fiume era stato introdotto il divorzio, che nella legislazione italiana sarebbe arrivato solo nel 1970. le donne potevano votare ed erano considerate a tutti gli effetti al pari dei maschi». Ma anche le pagini più agghiaccianti del fascismo, bollate così dall’ex repubblichino Carlo Mazzantini: «Le leggi razziali promulgate dal fascismo furono una vergogna e una ottusa stupidità di eccesso di servilismo».

In questo contesto stupisce fino a un certo punto l’omaggio fatto da Mirko Tremaglia (ora in Fli), già ministro per gli Italiani nel mondo, per Sacco e Vanzetti, i due anarchici giustiziati negli Usa nel 1927: «Due di quegli italiani “senza scarpe” che varcarono l’oceano in cerca di un futuro migliore ma subirono l’attacco disumano di quanti nel mondo hanno sfruttato il lavoro dei nostri connazionali».

Lanna pone soprattutto base musical-cinematografiche a questo libertarismo di destra. E cita ad esempio il Manifesto del beat italiano, diffuso durante il Festival di Sanremo del 1966,  scritto da Lucio Dalla, Sergio Bardotti e Piero Vivarelli: «Noi attingiamo alla tradizione, ma nonla rispettiamo. Unatradizione è valida solo in quanto si evolve. Altrimenti interessa i musei. Siamo, senza alcuna riserva, decisamente contro quelli che non la pensano come noi. Il nostro modo di pensare alla musica è anche il nostro modo di vivere. Noi crediamo nei giovani e lavoriamo per loro. Si può essere vecchi anche a diciotto anni…».

Su queste basi, si fonda poi il racconto dei passi fatti da Gianfranco Fini in questi anni. Tante le affermazioni con le quali l’attuale presidente della Camera ha cercato (sta cercando) di realizzare una destra diversa nel nostro Paese: «Se oggi esiste più attenzione per i diritti civili, per le donne, per le minoranze, questi sono i lasciti del primo ’68. La destra allora perse una grande occasione. Anziché capire le ragioni dei giovani, difese l’esistente, si schierò con i baroni dell’università, con i parrucconi…». Parole importanti che non a caso hanno lasciato l’amaro in bocca ai ricercatori che pensavano Fli si sarebbe smarcata dalla “riforma” Gelmini che tarpa le ali ai giovani che vogliano avviare una carriera in università. Ma così non è stato.

Ma l’ex direttore del Secolo racconta anche le iniziative portate avanti da Fini sul fronte dell’immigrazione, tema sul quale invece larga parte del centro destra ha scatenato la politica della paura: « “Sarebbe bello”, ha detto Fini, “se l’informazione non titolasse con riferimenti etnici: romeno scippa, albanese ruba. Perché altrimenti si può diffondere tra i cittadini l’equazione: straniero uguale delinquente”. Ecco, c’è chi sostiene che certe battaglie sarebbero estranee alla specificità della destra italiana e che certe prese di posizione dimostrerebbero solo un processo di metamorfosi, per non dire di liquidazione, di un patrimonio culturale di presunto riferimento». Ma Lanna ricorda anche il commento dell’ex leader di An o ora di Fli dopo aver visto il film di Renzo Martinelli “Il mercante di pietre”. «E’ un film di propaganda becera. Un film che sconsiglio a tutti. Film come questi, infarciti di stereotipi sugli arabi, rischiano senz’altro di alimentare l’islamofobia qui da noi. Davvero non se ne sentiva il bisogno. È spazzatura».

Parole nette, come quelle pronunciate da Fini nel discorso del2009 nel quale annunciò la fine di An: «Non ci piace l’ordine delle caserme, una società è invece coesa quando viene difesa e in qualche modo incrementata la dignità della persona umana, qualche che sia il colore della pelle, qualche che sia il Dio in cui credi, quale che sia il ruolo sociale».

Luciano Lanna racconta insomma una via italiana al libertarismo chiedendosi: «Esiste una sensibilità nuova al punto di non essere non gerarchica, non totalitaria, non conservatrice, non anti-moderna, non patriottarda e non razzista? ».

Una domanda che sarebbe da girare a Berlusconi e Bossi, in queste ore riuniti (ad Arcore) per decidere il futuro del governo Pdl-Lega.

Ad maiora.

Luciano Lanna

Il fascista libertario

Sperling & Kupfer

Pagg. 256

Euro 17

The Tree of Life

Meglio il Senso della vita che l’Albero della vita

Mi ha stupito il fatto che The Tree of Life (che dimostrando la nostra provincialità ora al cinema esce col titolo tradotto) abbia vinto la Palma d’oro a Cannes. Il film del regista Terrence Malick è infatti una sorta di Corazzata Potemkin moderna e spero che un giorno un novello Fantozzi lo battezzerà come merita.

I critici parlano di capolavoro nel quale due storie si intrecciano. Una, dedicata al senso della vita, è onirica e visuale. Immagini davvero bellissime che sarebbero state perfette in un documentario dedicato alla natura (si vede anche il vulcano islandese che turbò i cieli di mezzo mondo, cugino di quello che – proprio in queste ore – si è messo a eruttare), ma anche alla preistoria (ci sono pure orribili dinosauri un po’ antropomorfi). E invece questa lunghissima parte iniziale finisce per appesantire la pellicola e ti porta ormai esausto a seguire le (tristi) vicende di una famiglia americana domninata dal classico padre-padrone (Brad Pitt).

Ne esce un prodotto confuso dove nemmeno la bravura di Sean Penn può togliere quel senso di inutilità che le due ore e mezzo di film lasciano agli spettatori (ma non alla Giuria della Croisette).

Personalmente, per spiegare il senso della vita, pur in chiave ironica e dissacrante, continuo a preferire i graffi dei Monty Python, ai deliri religiosi (con un aldilà dove si camina su una desolante spiaggia):

http://www.youtube.com/watch?v=iqaRCey8tLQ&feature=related

Ad maiora

Giulo Cavalli

Andreotti? Non è stato assolto! Nuovo spettacolo di Giulio Cavalli

Le musiche live di Cisco danno un tocco in più al nuovo, intenso spettacolo di Giulio Cavalli. L’attore lodigiano, prestato alla politica (è consigliere lombardo del’Idv) porta in scena – al Teatro della Cooperativa di Milano – il processo a un suo omonimo, che di cognome fa però Andreotti.

L’innocenza di Giulio, recita il titolo. Andreotti non è stato assolto, spiega invece il sottotitolo. Sul quale si fonda lo spettacolo che racconta il tentativo della procura di Palermo di far condannare il senatore a vita per i suoi rapporti con Cosa Nostra. Rapporti da lui smentiti. Ma la Cassazione ha certificato che l’ex leader Dc ebbe “concreta collaborazione” con esponenti della mafia fino al 1980. Reato prescritto.

Il che significa che non è stato condannato, ma nemmeno assolto. Lo ha spiegato anche Giancarlo Caselli (che con Carlo Lucarelli ha collaborato allo spettacolo) salendo – per la prima nazionale – sul palco di questo piccolo ma attivissimo teatro.

La regia di Renato Sarti mantiene le caratteristiche del teatro impegnato di Giulio Cavalli (attore tuttora sotto scorta per le minacce mafiose), ma aggiunge qualche tocco scenico in più, come l’inginocchiatoio dove Giulio (che si traveste da Andreotti indossando un impermeabile e tenendo in mano una bibbia) si mette i panni dell’imputato e nega, nega, nega ogni addebito.

Nello spettacolo si ricostruisce la storia della mafia e della lotta alla mafia, dai prefetti di Mussolini all’eroe Mangano.

E alla fine non si rimane con l’amaro in bocca. Perché se anche abitiamo nel Paese che ha prodotto la mafia. Siamo anche quello dove è nata l’antimafia, dove singoli coraggiosi, da Ambrosoli a giudici, poliziotti, carabinieri, giornalisti, preti e a volte anche politici, hanno avuto il coraggio di dir di no. Pagando con la vita.

Ad maiora

L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto.

di Giulio Cavalli

con la collaborazione di Giancarlo Caselli e Carlo Lucarelli

regia di Renato Sarti

musiche originali Stefano “Cisco” Bellotti

Teatro della Cooperativa/Bottega dei Mestieri Teatrali

Via Hermada 8, Milano

Fino a venerdì 22 aprile 2011 – ore 20.45 – domenica ore 16

Prezzi: Intero 16 € – Ridotti 13/8 €

http://www.teatrodellacooperativa.it/

Anna Politkovskaja a fumetti: la storia continua

“Anna Politkovskaja è diventata una figura eroica. Eppure, lei faceva soltanto il suo mestiere: la giornalista”. Così, in poche parole, Ottavia Piccolo descrive la cronista russa assassinata da sconosciuti, a Mosca, nel 2006. Poche parole per raccontare una lunga storia che la stessa Piccolo ha reso viva col suo spettacolo teatrale (Donna non rieducabile, di Stefano Massini, in scena all’Elfo Puccini di Milano fino al 3 aprile). E di cui l’associazione Annaviva cerca di tenere accesa la fiammella del ricordo, della memoria.

In questi anni mi sono chiesto come allargare il più possibile la conoscenza della storia di Anna, che ha un valore simbolico, iconico. Da qualche settimana ho tra le mani una delle possibili risposte: un fumetto che racconta la storia della giornalista russa. “Anna Politkovskaja”, si intitola. L’hanno scritta e disegnata Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto per i tipi del Becco Giallo. La casa editrice sta cercando di tenere viva, col fumetto appunto, la memoria di fatti tragici come l’omicidio della Politkovskaja, quelli di Aldo Moro e di Ilaria Alpi, ma anche sulla Moby Prince.

Hanno creato un sito apposito sul libro e sulle sue presentazioni del libro su Anna:

http://annapolitkovskaja.beccogiallo.net/

Il volume, da comprare e leggere, è accompagnato dalla prefazione della Piccolo di cui ho riferito prima e da un’intervista a Paolo Serbandini, autore di un bel documentario sulla tragica fine della Politkovskaja (211: Anna). Nella parte non andata in onda in televisione – perché fatta tagliare – Serbandini ricorda le parole della giornalista russa: “Un giorno, ne sono sicura, ci sarà un Tribunale internazionale sulla Cecenia, e quel giorno Berlusconi entrerà nella storia come amico di un criminale”. Più di uno, temo.

Ad maiora

Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto

Anna Politkovskaja

Becco Giallo

Pagg. 127

Euro 14

 

Hina, ragazza italiana, almeno da morta

Nel libro “Hina, questa è la mia vita” (Piemme editore) a un certo punto è descritto un episodio del quale sono stato, involontario, protagonista. Nell’estate 2006, nei giorni immediatamente successivi all’assassinio della ragazza bresciana, andammo a cercare qualche esponente della comunità d’origine, quella pachistana, per capire come valutassero l’accaduto. Mentre realizzavamo l’intervista in strada, alcuni automobilisti insultarono l’intervistato, gridandogli “assassino” e altri epiteti. Il mio servizio, quella sera, iniziò così. A segnare il clima scatenato dall’assassinio di Hina.

Il libro scritto dai colleghi Giommaria Monti e Marco Ventura mi è in parte piaciuto e in  parte no.

Le parti del testo in cui si parla della ragazzina, assassinata dai maschi della famiglia perché voleva essere italiana, è toccante. Soprattutto quando descrive la vita sbalestrata di questa giovane catapultata dal Pakistan alle montagne bresciane. La sua vitalità mal si conciliava con le rigide regole della famiglia e lei iniziò presto a ribellarsi ai tanti divieti paterni (come quello di fare il bagno e, alla fine, anche di andare a scuola, che pure marinava).

Non a caso i due autori citano per spiegare i contrasti tra genitori e figli un brano – bellissimo – del Profeta di Khalil Gibran:

«I vostri figli non sono vostri figli.

Essi sono figli e figlie della brama della Vita per la vita.

Essi vengono attraverso voi ma non per voi

E benché essi siano con voi, essi non appartengono a voi.

Voi potete dare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri.

Voi potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime, poiché le loro anime dimorano nelle case di domani, che non potrete visitare, neppure in sogno.

Potete essere come loro, ma non cercare di farli simili a voi, poiché la vita procede e non si ferma a ieri.

Voi siete gli archi e i vostri figli frecce vive scoccate lontano, verso il futuro».

Parole che il padre di Hina non ha decisamente fatto sue. Di lui, d’altronde, Hina aveva il terrore, come scriveva nella denuncia che- inviata ai giudice – fece scattare quel meccanismo di protezione sociale che la portò, minorenne, in una struttura protetta: «Ho paura, non mi fido di lui. Già in passato mi hanno ritirata da scuola. Avrei anche paura di essere mandata in Pakistan a sposare un pachistano che neppure conosco». Anche dopo l’assassinio, la famiglia voleva che la ragazza fosse sepolta in Pakistan. Il fidanzato-convinvente (parte civile al processo, a differenza della madre di Hina) si oppose.

Hina diventata maggiorenne ritirò la denuncia nei confronti del padre (nel libro si descrive l’interrogatorio dei giudici che cercano di capire se stesse mentendo all’atto della denuncia o in quello del suo ritiro), sperando in questo modo di riconquistare una pace familiare, seppure apparente. Nel volume si capisce come quello fu invece il primo passo della sua condanna a morte.

E proprio sulle motivazioni dell’omicidio il libro non mi ha fino in fondo convinto. Nell’intervista al padre di Hina, fatta nel carcere di Bollate, lui ribadisce la sua idea proprietaria nei confronti della figlia. La sotterra nel giardino di casa perché la vuole vicina, almeno da morta. Qualcosa di terribile, anche solo a pensarci.

Si cerca però in qualche modo di capire il gesto di Muhammad Saleem. Si parla del delitto d’onore (abolito, come attenuante, in Italia solo nel – non lontano – 1981) e si esclude la pista religiosa per l’assassinio. Però nel giardino di casa, Hina fu sepolta col capo rivolta alla Mecca e il taglio letale lungo il suo collo, sembrò a molti quasi rituale (pur colpita da 28 coltellate). Lo stesso padre di Hina, nell’intervista, dice che è stato condannato a 30 anni di carcere perché islamico e lancia anche un appello: «Per favore, dovete aiutare la mia famiglia. Tutta la vita sempre ho rigato dritto, non ho rubato, non mai fregato. Questa Italia ci ha rovinato, ha rovinato tutto, ha ammazzato tutta la mia famiglia. Senza padre e senza marito sono morti anche loro».

Questa deresponsabilizzazione infastidisce. Un padre assassina la figlia, colpevole solo di voler vivere in modo indipendente, coinvolge altri tre parenti maschi ed è colpa è dell’Italia?

Anche sulla madre di Hina (che compare nel volume) continuo a nutrire forte perplessità. Quelle urla isteriche che lanciò all’atto delle due sentenze nelle quali condannarono il marito-assassino non le ho sentite per la morte della figlia.

Ecco, forse avrei chiesto anche a una collega donna di collaborare alla stesura del libro: le fonti, giocoforza, in una struttura societaria come la nostra, sono infatti tutte maschili, dai carabinieri ai magistrati, dai giudici ai rappresentanti della comunità o agli esponenti religiosi, fino agli stessi narratori.

E poi qualche dubbio rimane. Perché fu messa in vendita la casa di Saluzzo? Perché ad uccidere e a nascondere il corpo di Hina parteciparono tutti i maschi della famiglia salvo uno, il fratello della ragazza (anche lui in Pakistan in quei giorni), che pure alle udienze del processo guardava noi giornalisti come se fossimo marziani pronti ad invadere il suo mondo?

Domande che non hanno trovato risposta nelle aule di tribunale. E che forse non le avranno mai.

Ma quando passo dal Vantiniano di Brescia vado a trovarla Hina. Sola in quel pezzo di terra islamica nel cuore di un cimitero bresciano. Lei, ne sono certo, non avrebbe voluto essere seppellita in Pakistan. Il nostro era (ed è diventato) il suo Paese.

Ad maiora.

Giommaria Monti e Marco Ventura

Hina, questa è la mia vita

Piemme

Pag. 302

Euro 16