Month: febbraio 2011

Nicole Minetti assediata dai giornalisti al Pirellone

Il Consiglio regionale lombardo è cliccatissimo nelle ultime settimane dai cronisti, come mai accaduto prima. Anche oggi frotte di giornalisti hanno aspettato l’arrivo di Nicole Minetti, affrontate a muso duro da Franco Nicoli Cristiani (ex assessore e ora vice presidente del Consiglio, la cui autorevolezza e fisicità hanno sconsigliato ai più di opporsi). Formigoni invita i giornalisti a “lasciarla lavorare”, anzi “lasciarla vivere”.

L’altro vice presidente del Consiglio, il pd Filippo Penati, chiede invece un incontro alla presidente dell’Ordine lombardo dei giornalisti, Letizia Gonzales, per “trovare una soluzione”. Scrive l’ex sfidante di Formigoni: “Nelle ultime sedute del Consiglio  il rapporto  con gli  operatori dei media è stato difficile, per ragione note alla cronaca. Per questo propongo un incontro tra l’ufficio  di presidenza e la presidente dell’ordine dei giornalisti della Lombardia, Letizia Gonzales per trovare una soluzione che garantisca agli operatori dell’informazione  le condizioni per esercitare il diritto di cronaca e ai consiglieri la possibilità di svolgere in tranquillità il proprio lavoro”.

Vedremo che succederà alla prossima seduta.

Ad maiora.

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

Anche Amnesty International si mobilita per la liberazione dei fratelli berberi arrestati in Libia

Gli amici dell’Associazione culturale berbera ci comunicano che è partita, su iniziativa di Amnesty International, una campagna di sostegno ai fratelli Madghis e Mazigh Buzakhar, imprigionati dal 16 dicembre scorso ad opera dei servizi segreti libici, con l’accusa di spionaggio pro Israele “per il solo fatto di parlare berbero e studiare la lingua e la cultura berbere”.

Scrivono gli organizzatori del presidio di qualche settimana fa davanti al consolato libico di Milano: “Nonostante reiterati appelli, né i politici italiani né la maggioranza dei media hanno dato il rilievo che meriterebbe a questa grave violazione dei diritti umani che è anche una violazione dell’articolo 6 del trattato di amicizia, partenariato e cooperazione in vigore tra Italia e Libia. Per questo è importante l’impegno di ciascuno di noi per dare un segnale forte di attenzione dell’opinione pubblica a questo caso, inviando quanti più messaggi possibile alle autorità libiche competenti”.

Questo è il link per aderire all’appello: http://ua.amnesty.ch/urgent-actions/2011/02/019-11
Si chiede il rilascio immediato e incondizionato di Mazigh e Madghis Buzakhar se essi sono in prigione solo per il loro interesse per la lingua e la cultura berbere; che sia fatta una inchiesta approfondita, indipendente e imparziale riguardo alle torture che sarebbero state inflitte e perché si mettano sotto processo i funzionari che fossero trovati responsabili di abusi;
ci si appella alle autorità perché i due fratelli non vengano sottoposti a torture o altre sevizie durante la loro detenzione, perché vengano concesse visite regolari di famigliari ed avvocati, e perché possano ricevere tutta l’assistenza medica di cui avessero bisogno.

Le lettere vanno spedite entro il 18 marzo a questi indirizzi:
Secretary of the General People’s Committee for Justice,
Mustafa Abdeljalil,
Secretariat of the General People’s Committee for Justice,
Tripoli,
Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.
Fax: +218 214 805427
Email: secretary@aladel.gov.ly
Salutation: Your Excellency
Gaddafi Development Foundation Executive Director,
Youssef M. Sewani,
El Fatah Tower, 5th Floor B No.57,
PO Box 1101,
Tripoli,
Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.
Email: director@ggdf.org.ly
Salutation: Dear Sir

Copia dei messaggi va trasmessa a:
Secretary of the General People’s Committee for Public Security,
General Abdul Fatah al Younis Ubeidi,
Secretariat of the General People’s Committee for Public Security,
Tripoli,
Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya.
Fax: +218 214 442903
Email: minister@almiezan.net
Salutation: Your excellency
Bureau Populaire de la Grande Jamahiriya Arabe Libyenne Populaire Socialiste,
Tavelweg 2,
Case postale 633,
3000 Berne 31.
Fax: 031 351 13 25

Ad maiora.

Jamboree, rivista per appassionati di vinile, cerca aiuto

“Jamboree” è una bella rivista musicale che, pur indipendente, vive da molti anni sul mercato editoriale italiano. Sull’ultimo numero, compare un appello a sottoscrizioni e pubblicità, per via della diminuzione di negozi di musica. Per saperne di più abbiamo intervistato l’animatore di rivista, Maurizio Maiotti.

Da quanti anni vive la rivista Jamboree? Perché è nata?

Jamboree nasce nel dicembre del 1995. L’idea era scaturita dopo aver lavorato per un anno presso un piccolo editore di Milano. All’epoca gli avevo presentato un progetto per una rivista di musica a 360 gradi, una rivista che trattava di rock, leggera, jazz, metal, classica ecc. Una piccola infarinatura di ogni genere con le varie novità. La rivista era stata chiamata Spazio Musica e ne sono usciti tre numeri. Il quarto già pronto invece non uscì mai. La casa editrice fallì e io ero senza lavoro. Nell’estate del 1995 allora ho pensato di creare un prodotto mio e con l’esperienza raccolta grazie a Spazio Musica mi sono buttato nella realizzazione del primo numero di Jamboree.

Ho letto sull’ultimo numero che avete difficoltà economiche. La lenta scomparsa dei negozi di dischi vi danneggia?

In verità le difficoltà economiche le ho sempre avute dal momento che sono da solo a gestire il tutto e non ho mai avuto un capitale di partenza. Fin dal primo anno le tasse e spese di ogni genere mi hanno subito messo in ginocchio. Da allora non mi sono mai ripreso e ho solo cercato di portare avanti il progetto nella speranza di tempi migliori… Anche se questi tempi migliori non arrivano. Ovviamente le piccole inserzioni pubblicitarie dei negozietti specializzati, delle piccole etichette indipendenti o sale prova mi permettevano di coprire almeno le spese di stampa. Ora che queste realtà lentamente stanno sparendo anche per me le difficoltà aumentano. Le grosse realtà discografiche o distribuzioni di strumenti hanno sempre snobbato le piccole iniziative di settore come la mia, anche perché non possiamo garantire grosse tirature e di conseguenza essere visibili in ogni parte. La cosa non ha molto senso perché proprio le riviste di settore sono le più seguite e i lettori delle stesse sono fra i più attenti… Ma sappiamo che nel nostro mondo è l’apparenza che conta, non più la qualità.

A che tipo di pubblico vi rivolgete?

Il mio pubblico è composto da appassionati e collezionisti di vinile che hanno vissuto gli anni 60. Non mancano però numerosi giovani tra musicisti e appassionati di musica anni ’50-’60.

Non state pensando a uno sbarco su Internet? Coi link delle canzoni del tempo e le vecchie foto, un versione per tablet non  potrebbe interessare un bacino di utenti ancora più ampio?

Si potrebbero fare tante cose ma manca il tempo, mancano i mezzi e il denaro. Ho avuto il piacere di coinvolgere alcune persone esterne per farmi il sito e alcuni lavori on line e il risultato è stato sempre lo stesso: tanti soldi buttati via per lavori fatti male, completati a metà e non funzionali. Ti confesso che sono esasperato e deluso dal modo di lavorare in Italia. Tutti esperti e abili nel fare tutto ma poi sul lato pratico non si conclude nulla.

Recentemente hai pubblicato anche un libro: di cosa tratta?

In questo quadro molto grigio non ho mai smesso di credere nel mio lavoro e di farlo al meglio. Parallelamente alla rivista ho fatto alcune pubblicazioni prevalentemente per collezionisti tra cui un catalogo su Elvis, Johnny Hallyday, su alcune etichette discografiche d’epoca come la London, la Reprise e la Jolly e un catalogo sulle copertine estive anni ’60 in vinile. L’ultima, e più recente pubblicazione, dopo dieci anni di lavoro, è dedicata ai complessi musicali pre-beat. Il volume dal titolo ‘1944-1963: i complessi musicali italiani – la loro storia attraverso le immagini’ raccoglie una infinità di complessi e piccole orchestre con foto, copertine di dischi e informazioni storiche. Il libro è composto da 840 pagine a colori, formato 24×28 cm, scritto in italiano e inglese. Si tratta di due volumi raccolti in una confezione cartonata. Sono molto soddisfatto del risultato finale e fino ad ora ha avuto un ottimo riscontro. Domenica 13 febbraio alle ore 12.30 ci sarà una presentazione presso la fiera del disco a Novegro. In occasione di questo evento ci saranno anche molti musicisti dell’epoca. Chiunque è invitato anche solo per stringere la mano a musicisti che hanno fatto la storia del rock’n’roll e del night italiano anni ’50.

In cantiere ci sono anche altri progetti come un fascicolo sulla nascita del rock’n’roll italiano, un catalogo per collezionisti sul beat italiano e forse un’altra etichetta italiana. Sono alla ricerca di sponsor che possano, anche con piccoli contributi, aiutarmi a realizzare quanto prima queste novità.

Per info il sito internet è: http://www.jamboreemagazine.com/

Ad maiora.

Gli intellettuali russi, poco amati da Putin

“Russian Attack” è un antologia di racconti di tre scrittori russi contemporanei invisi al regime putiniano. Viktor Erofeev, Eduard Limonov (dentro e fuori dal carcere con i suoi nazional-bolscevichi) e Vladimir Sorokin nei loro scritti mettono al bando la nuova Russia e in cambio, come scrive Erofeev, “sono accusati di tutto ciò di cui si accusa solitamente uno scrittore allo scopo di distruggerlo pubblicamente: pornografia, istigazione all’uso delle sostanze stupefacenti, turpiloquio”.

Accuse che non rimangono sulla carta ma che si materializzano in proteste pubbliche dei giovani balilla che marciano con l’effige di Putin sulle magliette. Per questo Erofeev si rivolge – in una lettera aperta – direttamente all’uomo forte della Russia nella lettera il cui titolo richiama un famoso slogan putiniano contro i terroristi ceceni (i cui risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti, con gli attentati che si susseguono a Mosca), “Accoppare gli scrittori nel cesso”. Scrive, provocatoriamente Erofeev: «Boicottare la presentazione di un nuovo libro, ammucchiare le opere di uno scrittore famoso davanti alla sua porta di casa o presentarsi da lui con la proposta di mettere le inferriate alle finestre: queste violenze sugli artisti non le ricordano la Germania degli anni ’30?».

Il libro è davvero pieno di spunti immaginifici a dimostrazione della forza che continua ad avere la letteratura russa. Leggete queste righe di Viktor Erofeev nel racconto intitolato “Lo zar dei sogni russi”: «L’ho sognato di nuovo. Se me stava in piedi, timido, dimesso, teso. Guardia del corpo di se stesso. È difficile trovare in Russia qualcuno a cui Putin non sia apparso in sogno. Lui è lo zar dei sogni russi. Da cosa nasce questa attrazione per Putin? Forse dal fatto che lui è vuoto, come un attore capace di interpretare qualsiasi ruolo restando indifferente al contenuto? (…) In realtà non ha mai interpretato alcun ruolo. Né quello di Amleto, né quello di Faust, né quello di Don Chisciotte. Ha interpretato quello del vuoto in cui quasi ciascuno di noi ha riversato il proprio sentire. (…) Putin è proprio questo vuoto, questo buco cosmico che attende di essere riempito. Sarebbe stato difficile trovare persona più adatta a occupare il posto di presidente della Russia. (…) Il vuoto di Putin suscita una paura involontaria. Che genera assuefazione. E questo il popolo lo avverte. Il popolo non avrebbe mai reagito ai soliti discorsi retorici ma il gelo del vuoto lo fa tornare un poco alla realtà».

O questa analisi che il discusso Limonov fa della Patria russa: «La natura, tirchia, dà alla Russia poca luce e ancora meno sole. (…) A causa della mancanza di luce la pelle delle nostre donne è pallida e bianca come i germogli delle patate conservate nel buio degli scantinati e mollicce, fiacche le anime dei nostri uomini sempre pronti a frignare. I nostri figli vengono concepiti nel clima artificiale degli appartamenti. (…) Il fatto è che l’uomo non è nato per vivere a queste latitudini nevose. Ha fatto male a stabilircisi, si è spinto troppo a nord, troppo lontano. Di qui la presenza dell’artificiale, dell’anormale nella psicologia russa. Siamo incubati, artefatti, molto prima dell’avvento della clonazione. Nel corso di tutta la nostra storia non abbiamo fatto altro che lottare contro una natura ostile, contro il paesaggio per la distruzione del paesaggio. La Russia è il paese degli appartamenti. Per un appartamento qui si arriva a uccidere. L’appartamento è il luogo in cui il cittadino russo feconda le uova della sua femmina, nutre i suoi figli, il luogo in cui si svolge l’intera vita.(…) Sotto il regime sovietico gli appartamenti venivano ‘dati’. In Russia una persona senza appartamento è condannata a una morte per assideramento. Lo Stato dava un appartamento soltanto ai bravi cittadini. Ai cittadini laboriosi, remissivi. A chi teneva a freno la lingua. (…) Sembrerebbe che ora il regime sia cambiato, e infatti oggi un appartamento lo si può comprare. Ma pare che lo Stato sia intenzionato a porre la questione in questi termini: i soldi li possono guadagnare solo i cittadini ubbidienti, remissivi, che si comportano bene. I bravi cittadini».

Il volume si chiude con un interessante cronologia degli avvenimenti russi tra il 1985 e i giorni nostri, scritta da Galina Denissova, dove si ripercorre parallelamente la fine dell’Urss e la nascita del putinismo e parallelamente si raccontano le avventure, anzi le disavventure degli intellettuali russi. Per molti di loro, evidentemente non “bravi cittadini”, è difficile essere apprezzati dato che non applaudono il capo (che, a differenza che qui, non ha una casa editrice con la quale guadagna anche dagli scritti degli oppositori). La causa di tutto ciò è dovuta, secondo Vladimir Sorokin, al prevalere dei “musi” sugli intellettuali, una vittoria del modello sovietico la cui ombra copra ancora gran parte di quel mondo: «Quasi tutto ciò che è stato compiuto dai bolscevichi è imperdonabile, ma la distruzione programmatica delle élite russe è stato il crimine più folle e probabilmente il più grave. Un consapevole genocidio delle élite. Con il loro bulldozer rosso hanno rimosso l’humus, lo stato fertile della nazione, portando alla luce l’argilla e la sabbia sulle quali sarebbe germogliato il trash genetico. (…) In Unione sovietica per settant’anni hanno cercato di allevare l’uomo nuovo. E alla fine, bisogna ammetterlo, ci sono riusciti. (…) L’uomo nuovo si è rivelato geneticamente resistente. E in Russia la maggioranza è costituita da uomini come questo. Lui ha un’idea prestabilita del bene e del male, dei valori umani e di quelli dello Stato, del futuro e del passato del Paese. E con lui è possibile costruire la Grande Russia».

Ad maiora.

 

Viktor Erofeev, Eduard Limonov, Vladimir Sorokin

Russian Attack

Salani editore

Milano, 2010

Pagg.190

Euro 14