Month: ottobre 2010

Chi ha pagato gli ultra’ serbi?

Il quotidiano serbo Politika (un tempo vi colaborava anche il premio Nobel Ivo Andrić) anche oggi dedica ampio spazio alle cronache riguardanti gli ultrà serbi. Secondo una fonte del giornale, sarebbero stati pagati più di 200 mila euro per finanziare il gruppo di sessanta teppisti che ha messo a ferro e fuoco il Marassi di Genova.

L’obiettivo potrebbe essere quello di destabilizzare la Serbia per impedire un suo – futuribile – ingresso nell’Unione europea. In questo caso, dietro gli scontri potrebbero essere due boss del traffico di cocaina (che attualmente si sono dati alla macchia).

Ma non si esclude che vi potrebbe essere un tentativo di far cadere la giunta che guida la Federcalcio serba (Fss). Anche in questo caso, ovviamente, per ragioni di business.

Gli agenti serbi, intervistati dai colleghi di Belgrado, ritengono che la polizia italiana sia stata colta di sopresa all’inizio e abbia reagito bene durante e dopo gli scontri. Dalla Serbia sono comunque partiti 1.100 ultrà. Alcuni si sono mossi fin dal 6 ottobre, anche se il grosso è partito l’11.

In cella vi sono attualmente Ivan Bogdanov (30 anni) da Belgrado, il capo-curva, Srdjan Jovetic (20 anni), montenegrino, Daniele Janice (28) nato a Lubiana e Nikoli Kličković (31), da Novi Sad. Questi tifosi erano stati denunciati (daspati, si direbbe da noi) dalla polizia serba per “comportamento violento in occasione di manifestazioni sportive”.

In carcere sono anche Goran Stanic (25) da Knin, Nenad Radovic (30), Strahinja Toljagić (24) da Belgrado e Delic, Vladimir (28) di Novi Sad.

Secondo Politika, Ivan Bogdanov sarebbe arrivato dalla Serbia – il 10 ottobre – passando attraverso la frontiera di Kelebija, in Voivodina, a pochi chilometri dall’Ungheria.

La polizia serba ha ne frattempo arrestato 46 tifosi, una volta rientrati dalla trafserta genovese. Tra loro Alexander Zagorčić (28 anni) di Novi Sad, che martedì era stato ripreso mentre cercava di sfondare il vetro antiproiettile dello stadio. E’ stato arrestato al valico di frontiera di Batrovci, anche questo in Voivodina, vicino all’Ungheria.  La maggior parte degli arrestati sono di Belgrado, Novi Sad, Kragujevac, Nis. Il più giovane tra gli arrestati ha 19 anni, il più vecchio 34.

Camenisch, trasferito da un carcere all’altro

Marco Camenisch, l’anarco ecologista svizzero, arrestato qualche anno fa in Italia è stato trasferito da un penitenziario all’altro. Ufficialmente per motivi di sicurezza.

Il più noto rivoluzionario poschiavino (classe 1952, nato a Campolongo, Cunculugn, due chilometri a nord di Tirano) era stato condannato – nel ’79 – a 10 anni di carcere  per atti vandalici contro i tralicci delle numerose centrali elvetiche. Evaso nell’81 verrà catturato nel ’91 (era latitante a Carrara) dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri (un militare dell’arma rimase ferito, insieme allo stesso Camenisch).

Pur condannato in Italia, nel 2002 è stato estradato nella Confederazione. Dove è stato accusato anche dell’uccisione di una agente del carcere al momento della fuga (erano stati in cinque a scappare, poi verrà assolto) e dell’omicidio di una guardia di frontiera a Brusio.

Camenisch ha girato molte carceri in Svizzera:  Pfäffikon,  Thorberg, Kloten, fino al Bochuz di Orbe dove è stato trasferito ora. Un penitenziario dove sono reclusi i peggiori pedofili elvetici: http://www.caffe.ch/news/articolo/48876.

Dalla sua nuova cella, Camenisch (trasferito, in elicottero e in gran fretta, senza aver potuto portare con sé i propri vestiti ed effetti personali) ha scritto una lettera nella quale sottolinea la “evidente rappresaglia politica e la dinamica sequestro-ostaggio come prigioniero politico/di guerra dello stato e del capitale e le responsabilità dei cantoni/delle istituzioni di Zurigo/Vaud. Ma certamente non credo che la resistenza militante ci casca, s’intimorisce e si fa ricattare di cotanta pochezza e paranoica espressione di debolezza della repressione…”.

Su Camenisch è stato scritto anche un libro:

http://www.ecn.org/nautilus/camenisch.html

Dovrebbe uscire dal carcere nel 2012, con la condizionale.

Ad maiora.

Ivan (il Terribile) e il sangue del Sultano

Dopo aver visto che Ivan Bogdanov, il capo ultra’ serbo, super tatuato, aveva impresso sull’avambraccio la data 1389 (strana nemesi rispetto ai poveri ebrei cui era tatuato un numero, anche questo di riconoscimento) gli avevo consigliato un libro di uno scrittore albanese, Ismail Kadaré. Ma lui che brucia la bandiera rossa con l’aquila bicefala temo darebbe fuoco, a maggior ragione, a – immaginifici – racconti nel quale il saggista nato ad Argirocastro (magnifica cittadina del sud albanese) descrive a modo suo la battaglia sulla Piana dei Merli e soprattutto le sue nefaste conseguenze.

Le vene aperte del Kosovo, si potrebbero titolare.

Dubito che nel carcere genovese di Pontedecimo dove è recluso (Marassi e’ pieno come un uovo – strano, no?) Ivan sia interessato a questo racconto (“Tre canti funebri per il Kosovo”, Edizioni Tea), che magari può invece interessare chi frequenta questo blog.

Eccone un brano.

RAPPORTO DELL’INVIATO SEGRETO NELLA PIANURA DEL KOSOVO DA RIMETTERE NELLE MANI DI SUA SANTITA’

Come sarete informato, la battaglia del Kosovo si è conclusa. Carlo V di Francia ha avuto troppa fretta di far cantare un Te Deum nella cattedrale parigina di Notre-Dame. La disfatta dei nostri alleati cristiani è stata spaventosa. In dieci ore, il muro balcanico è crollato e la cristianità si trova ora esposta al flagello ottomano. A subire le perdite più gravi sono stati i serbi. Il loro principe Lazzaro e i suoi figli sono stati fatti prigionieri. Gli altri alleati, il re di Bosnia, il voivoda valacco, i conti albanesi e i boiari croati e ungheresi sono stati annientati.

Si è potuto credere che il destino, con la messa a morte del sultano Murad I, abbia voluto fornire un unica consolazione ai vinti, ma l’intervento del Cielo è stato troppo tardivo. E’ servito soltanto a ingrossare il fiume di sangue. Davanti alle spoglie del sultano martire ha avuto luogo un kurban – come chiamano qui il sacrificio – senza precedenti. Migliaia di prigionieri sono stati sgozzati e, fra loro, il principe serbo Lazzaro con i figli e decine di boiari. (…)

L’analisi prospettata in codesto messaggio è corroborata dal rituale della sepoltura di parte della spoglia del sultano nella pianura del Kosovo. La strana decisione di lasciare il sangue e le viscere del sovrano nella terra cristiana del Kosovo e di far inumare il resto del corpo nella capitale ottomana ha un senso preciso. Presso le antiche popolazioni balcaniche, tutto ciò che concerne il sangue è, come si sa, eterno, imperituro, segnato dal marchio del destino. Nel corso di mezzo secolo di contatti con questi popoli, i turchi si sono, a quanto pare, appropriati alcuni elementi di codesta simbologia, e hanno inteso, bagnando quella pianura con il sangue del loro sovrano, maledirla e benedirla al contempo, imprimere a essa – e per suo tramite, alla loro furia conquistatrice – un senso, un destino, in altre parole, un “programma”, come si suol dire oggidì.

Nell’ultimo canto, Kadaré concede invece la parola alle spoglie del sultano, ucciso in Kosovo.

Allah! Sono passati più di dieci secoli e sono stanco, sovrano solitario nelle immensità cristiane. Talora, nei momenti più tristi, mi chiedo se non ci sia il mio sangue all’origine di tutti questi orrori. So che è un’ipotesi insensata; nondimeno, nel non essere in cui mi trovo, Signore, Ti supplico, concedimi infine l’oblio! Fà in modo che il mio sangue sia cavato fuori e portato lontano da questa gelida pianura. E che non ci si limiti a togliere il vaso di piombo, ma si rivolti la terra laddove ci fu la mia tenda, dove il suolo di impregnò di questo sangue. Sì, mio Dio, fà frantumare ben bene la terra intorno a me, poiché basterebbero poche gocce per ritrovarvi addensata tutta la memoria del mondo…

Così non sembra sia stato, malgrado i numerosi conflitti che si sono succeduti in questi secoli su quelle terre. La maledizione del sangue del sultano è arrivata anche allo Stadio Marassi di Genova, una sera di ottobre. 621 anni dopo la violentissima battaglia, sulla desolata terra della Piana dei Merli, di Kosovo Polje.

Ad maiora

C’era una volta il comandante Arkan (e sua moglie Ceca)

L’ondata di odio portata da Belgrado a Genova (città che fa purtroppo spesso da sfondo a episodi di violenza, con la morte di Carlo Giuliani al G8 del 2001 ma anche di Vincenzo Spagnuolo, prima di Genoa-Milan nel 1985) ha spinto molti giornali a pubblicare la foto del comandante Arkan (capo ultrà prima e di gruppi paramilitari serbi poi).
La prima volta che andai in Kosovo la sua foto compariva ovunque. Era candidato alle elezioni serbe proprio nel collegio kosovaro. Željko Ražnatović venne naturalmente eletto (nell’albergo di Pristina, dove campeggiava il suo ritratto, era pieno di civili armati). Fu poi assassinato (da un poliziotto in congedo) nella hall dell’Hotel Intercontinental di Belgrado. Era il 15 gennaio del 2000. Ai suoi funerali parteciparono 20 mila persone.

La curva laziale gli tributò uno striscione che si disse voluto da Siniša Mihajlović, ex Stella Rossa, ai tempi calciatore biancazzurro e oggi allenatore viola. D’altronde anche ieri sera, Dejan Stankovic, giocatore interista, ex Stella Rossa e capitano della Serbia è andato a salutare con le tre dita (a indicare Dio, Patria e Zar o Padre, Figlio e Spirito Santo, o i tre stati degli Slavi del Sud) gli ultrà, ufficialmente per calmarli. E’ il cosiddetto saluto cetnico, usato dai soldati serbi anche durante la Seconda guerra mondiale (ma ricomparvero anche nelle guerre balcaniche). Con lo stesso, lugubre, simbolo che ieri mostrava sulla maglietta nera Ivan, il capo ultra’ serbo arrestato nella notte.

Insieme ad Arkan, nelle foto sui giornali appare anche la vedova, Svetlana Ražnatović, nome d’arte Ceca, classe 1973, che Repubblica indica come cantante pop e che invece è nota per il turbo- folk serbo.

Il giorno del matrimonio, Arkan (da poco divorziato) si recò – coi vestiti tradizionali montenegrini – al villaggio natale della ragazza, accompagnato da 50 jeep. Dovette colpire una mela a fucilate. Riuscì al sesto tentativo.

La festa di matrimonio (con mille invitati) si tenne proprio nell’albergo dove cinque anni dopo Arkan sarà assassinato. Il video dei festaggiamenti fu stampato (e venduto) almeno centomila volte.

http://www.youtube.com/watch?v=-rbrvMERYD4

L’ultimo disco di Ceca è del 2006.

Si intitola Idealno loša (Male ideale) e ha venduto 850 mila copie:

http://www.youtube.com/watch?v=ZEs8FNofSYA

Ceca ora vive a Cipro.

Ad maiora.

Silenzio, riappaiono i minatori cileni

Siamo arrivati al settimo minatore cileno estratto. Davanti a duemila giornalisti. Stamattina (sveglio per lavoro) ho seguito riemergere in diretta tv Florencio Avalos, il caporeparto che è tornato in superficie alle 5.10 italiane.

Ho fatto zapping tra la tv italiana e la Bbc a quell’ora. Quando Florencio è comparso l’inviato inglese è stato in silenzio. Ha lasciato spazio agli effetti, ai rumori del posto, al rumore dell’abbraccio tra il minatore e suo figlio. Una cosa che apriva il cuore.

Il giornalista italiano continuava invece a commentare e a parlare.

E’ lo stesso discorso degli applausi ai funerali e nel minuto di “silenzio”. Perché non siamo più capaci di stare ad ascoltare?

Ad maiora.