Month: ottobre 2010

Carlo Rivolta, travolto dal riflusso

Un regista dovrebbe farci un film, scrive Concetto Vecchio nell’introduzione di questo bel libro di Andrea Monti “Travolto dal riflusso”, dedicato al collega Carlo Rivolta, ucciso dalla droga a soli 32 anni. Sarebbe un film in bianco e nero, temo, vista la distanza tra il giornalismo di oggi e di allora. E visto che in una redazione moderna, come ricorda giustamente la madre di Rivolta, invece di stordirsi con l’eroina, forse – strafatto di coca – Carlo potrebbe anche fare carriera.

Giornalista di sinistra, da Paese sera a Repubblica, da Lotta continua a Il manifesto, Carlo Rivolta ha seguito tra gli anni Settanta e Ottanta la fine del movimento studentesco, venendo appunto “travolto dal riflusso”. Attaccato da destra e da sinistra per le sue cronache sulle manifestazioni (che trovate nel volume edito da Ets) Rivolta finisce isolato anche nella sua redazione. Come scrive Andrea Monti, «un giornalista serio non adatta la realtà alle proprie opinioni politiche», anche se lo stesso Rivolta – in un’intervista testamento pubblicata da Prima comunicazione – dirà: «Certo non ero obiettivo, ma non penso si possa esserlo».

Affronterà anche la gioventù che rifiuta il riflusso e si butta nel terrorismo, ormai al capolinea. Un Rivolta che critica le pressioni incrociate cui era sottoposto: «Posso scegliere di cedere o di sfidare chi mi minaccia, in tutti e due i casi non sarà una scelta libera».

Viene anche minacciato dagli estremisti di sinistra («Ci si abitua a pensare a se stessi come persone che vivono guardando il faccia l a morte») ma sarà alla fine ucciso proprio dalla droga, che gli darà spunto anche di racconti “autobiografici” sulla vita dei tossici, sempre a caccia di roba buona.

Nel libro, Monti raccoglie anche le testimonianze di amici, parenti e colleghi come Gad Lerner («Allora ci sentivamo soprattutto militanti, interpreti del movimento, non professionisti») o Giampaolo Pansa («Un giornalista mai banale, in certi casi geniale, avidamente curioso dell’umanità, mai complice di un potente, mai al servizio di nessuno, neppure della propria carriera, non un burocrate dell’informazione ma un uomo che viveva attraverso i suoi articoli, e capace d’indignarsi, di soffrire e di piangere scrivendo»).

Ci sono anche considerazioni più critiche che ragionevolmente sarebbero state condivise dallo stesso Rivolta («Forse non sono adatto per questo mestiere»).

Un libro adatto a chi voglia intraprendere la professione di giornalista (come lo stesso autore del libro) dal quale mi sono appuntato tre frasi su questo mestiere che finiranno dritte dritte nel mio elenco di massime. La prima riguarda le prove di concerto alle quali partecipa anche chi scrive: «Bisogna rassegnarsi a suonare musiche a comando: con il proprio stile, certo, la propria interpretazione. Puoi rivoltarti, ma allora o produci cattiva musica o rendi indigeribile l’orchestra. O ci stai o non ci stai. La cosa grave e’ che non ti fanno suonare se sei bravo o no, ma se dici sì al direttore d’orchestra».

La seconda mi ricorda molto il mio mito russo: «In che cosa può consistere l’onestà di un giornalista? Nel riferire esattamente ciò che vede, nel tentare cronache puntuali, nel non accettare imposizioni esterne rispetto al suo lavoro».

La terza è più che mai di attualità in questi giorni post-Avetrana: «Si misura lo spessore umano di un giornale da come dà la cronaca, se fa a brandelli la gente o cerca di aiutarla».

Ad maiora

Andrea Monti

Travolto dal riflusso

Edizion ETS

Pisa, 2010

Euro 13

 Con Rosi Brandi e Daniele Biacchessi presenteremo il libro di Andrea Monti su Carlo Rivolta il 21 ottobre (ore 21) al Circolo Arci Métissage via De Castilla 8 (Milano)

Ilja ricorda sua mamma: Anna Politkovskaja

Grazie al Premio Ilaria Alpi e all’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, ieri ho passato una giornata con Ilja Politkovskij, il figlio di Anna. (Anche per questo non ho avuto il tempo di andare a festeggiare il genetliaco di Putin…).

Avevo già incontrato Ilja lo scorso anno a Mosca, nel giorno di quello che sarebbe stato il compleanno della madre (30 agosto) e qualche mese fa alla manifestazione nazionale di Libera a Milano. E’  infatti diventato rappresentante russo di Flare Freedom, l’organizzazione internazionale creata da Libera – convinta che la mafia non si possa più combattere solo tra i confini patrii (dato che l’abbiamo esportata in ogni dove, come si può scoprire leggendo l’ultimo libro di Francesco Forgione).

Ieri Ilja  (insieme a Gerardo Bombonato e Mimmo Candito) ha partecipato a due incontri dedicati alla madre – e alla libertà di stampa – tra Riccione (davanti agli studenti delle superiori) e Rimini (al Teatro degli Atti, prima del bel spettacolo di Ottavia Piccolo, “Donna non rieducabile”).

Il figlio di Anna ha nel corso di questi quattro anni dall’assassinio della madre, maturato una posizione sempre più netta sul suo Paese. Come sua sorella Vera, continua ad avere fiducia nella giustizia anche se il tempo passa e nessuno ha ancora pagato per quel terribile delitto.

Ma è diventato più critico. Quando i ragazzi (informati – temo – più di molti parlamentari italiani) gli chiedono se ci sia differenza tra la presidenza Putin e quella Medvedev, risponde che è più formale che sostanziale.

Gli domandano se è vero quel che diceva Putin che in Russia, fino al giorno dell’assassinio, la madre non la conoscesse nessuno. Risponde di sì, che in un grande Paese come quello dice che la notorietà si ottiene solo apparendo in tv e che su sua madre i riflettori non erano mai stati accesi. Le tv, racconta, erano state costrette a farla vedere e a parlare di lei solo in occasione del sequestro degli spettatori dello spettacolo Nord Ost. Lì la maggior parte dei russi, venne a sapere che c’era una giornalista talmente coraggiosa e famosa nel Caucaso da essere chiamata a mediare (inutilmente, purtroppo, perché entrambi le parti volevano spargere sangue).

Ilja dice che è un peccato che la madre sia più conosciuta e celebrata in Italia, Francia, Regno Unito che in patria. Spiegando che uno spettacolo come quello diretto da Stefano Massini dedicato ad Anna, in Russia non è mai stato fatto.

Il controcalendario non-putiniano realizzato dagli studenti di giornalismo di Mosca pubblicato in occasione del compleanno di Putin, offre qualche speranza che il silenzio anche da quelle parti si sia ormai incrinato.

Una delle provatorie domande dei giornalisti in erba è: chi ha ucciso Anna Politkovskaja?

Ad maiora.

Applausi per Sarah

Applausi tra le campagne di Avetrana al rinvenimento del corpo. Applusi all’arrivo della salma di Sarah Scazzi alla camera ardente. Applausi anche alla comparsa della madre della ragazza.

Non si capisce perche’ nel nostro Paese non si riesca a gestire il dolore in silenzio. Si applaude ai funerali, in chiesa. Ma anche nel minuto di silenzio allo stadio.
Come se non fossimo capaci di affrontare, in silenzio, la sofferenza. Come se dovessimo sguaiatamente condividere anche questi momenti.

Come  in uno studio televisivo, grande quanto la Penisola. Senza neanche bisogno dell’assistente di studio che faccia la claque.

Eppure si dovrebbe battere le mani solo in segno di approvazione. E invece lo si fa per sentirsi un po’ tutti uniti. Per compattarsi nei momenti difficili.
Forse, e’ un modo per reagire.
Come scrive il grande Amos Oz, “se non ti restano più lacrime per piangere, non piangere. Ridi”.
O applaudi.

Ad maiora

Dopo Hina, la rivolta delle madri?

Al processo contro gli assassini di Hina (la ragazza pakistana sgozzata dal padre, con la complicità dello zio e di due cugini, maschi) ciò che lascio’ basiti noi giornalisti fu la reazione della madre. Prima della sentenza, in una conferenza stampa (con accanto il figlio, maschio), accuso’ la ragazza, finita dopo l’omicidio – compiuto con decine di coltellate – per qualche ora sotto i pomodori nell’orto di casa, di essere una “cattiva musulmana”. Era un “buon musulmano” il marito/assassino? O i suoi parenti maschi che assecondarono quella follia omicida?
Forse ai suoi occhi si’, a giudicare dalla reazione alla condanna del marito sia in primo che in secondo grado. Urla e scene di disperazione che non avevamo notato all’atto della sepoltura (la seconda, di rito musulmano) di Hina.
La vicenda di Novi, non lontano da Modena, dove due uomini (padre e figlio) di origini pakistane hanno ucciso a colpi di mattone la moglie/madre che cercava di impedire il matrimonio – combinato con un cugino – della figlia (picchiata e in fin di vita anche lei), nella sua drammaticità, offre un barlume di speranza. La rivolta femminile contro chi vuole impedire la libertà di scelta potrebbe non riguardare più solo le seconde generazioni di immigrati, ma anche le prime. Alla madre, quell’uomo che l’ha uccisa era stato imposto dai parenti.
La Carfagna ha annunciato di voler costituire il suo Ministero parte civile al processo. Per Hina, al tribunale di Brescia, istanze simili, proposte dalle donne islamiche, furono tutte respinte. Ma anche questo ministeriale mi pare un segnale positivo.
Occorrerebbe pero’ fare azioni preventive su questi temi. E spiegare alle forze dell’ordine che le denunce, prima presentate e poi ritirate, meritano indagini. Prima delle tragedie.
Ad maiora.

Gli harraga, che partono ad ogni costo

Emiliano Bos, giovane collega che collabora con varie testate, racconta nel suo “In fuga dalla mia terra”, storie di immigrazione che tutti farebbero bene a conoscere. Siamo abituati infatti a vedere la crisi con i nostri occhi, mentre questo piccolo volume edito da Altreconomia ce la mostra vista dai migranti. Scrive Bros: «Se il XXI è già il secolo dei movimenti, la tempesta iniziata il 15 ottobre 2008 col crollo di Lehman Brothers ha spinto molti a rimettersi in cammino, ma questa volta verso casa».

Il senso lo spiega don Virginio Colmegna, nell’introduzione: «Alla casa della Carità, a Milano, abbiamo le “badanti di ritorno”: se muore la persona accudita per tanti anni, loro restano senza lavoro. Questa è la mentalità dell’utilizzo delle persone. Tra i nostri ospiti si è abbassato molto il tetto d’età. I minori stranieri non accompagnati, una volta maggiorenni, diventano illegali con un grande sperpero di investimenti in cura e ospitalità. Non solo, ma questo crea fantasmi senza dignità, fasce di invisibili di fronte ai quali la criminalità organizzata non sta ferma. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che dall’altra parte c’è una grande vitalità sociale che rischia di passare sotto silenzio ed essere risucchiata da un approccio assistenzialista».

Nel libro si racconta di migranti arrivati qui in Occidente dai quattro angoli del mondo. Ma anche di quelli che non sono riusciti a superare il tetto di cristallo, come gli iracheni, fuggiti in Giordania durante la guerra, e che ora non riescono né ad andare ad Ovest, né a tornare indietro: «Qui soffriamo – dice un giovane iracheno – perché costa tanto sopravvivere. Siamo come sospesi tra la vita e la morte». Per loro, scrive Bos, «la Giordania assomiglia a un’immensa sala d’attesa, prima dell’agognata quanto improbabile approdo in Canada, Australia o Stati Uniti».

Mete lontane anche perché la vicina Europa ha eretto un muro che respinge anche quanti avrebbero i requisiti per chiedere l’asilo politico: «”La verità è che i Paesi industrializzati, nel loro insieme, tendono a costituirsi in fortezze contro i flussi migratori incontrollati scatenati dai disastri del secolo”, scriveva pochi anni fa il filosofo Paul Ricoeue. Meccanismi come l’agenzia europea “Frontex” per la protezione delle frontiere esterne sembrano richiamare quelli che l’architetto americano Steven Flutsy, in tutt’altro contesto, definisce interdictory spaces. Spazi di interdizione nelle grandi città, creati con l’obiettivo di “escludere l’alterità”. L’intento di questi spazi, chiosa Zygmunt Bauman, è chiaramente quello di “dividere, segregare, escludere”. Una città-fortino, che al posto del fossato medievale innalza l’equivalente tecnologico delle recinzioni tele-controllate. Un’Europa-fortezza, quasi un “ghetto volontario” che prova a chiudersi, a difendersi dal diverso. E ci sta riuscendo sulle direttrici marittime, dove la politica delle barriere e dei pattugliamenti congiunti ha ridotto drasticamente gli sbarchi a Lampedusa e alle Isole Canarie. Ma su altri fronti, quelli di terra, il limes della roccaforte-Schengen resta un colabrodo».

A leggere altre pagine di Bros viene in mente anche quanto sta succedendo in questi giorni con i frontalieri italiani che qualche partito svizzero dipinge come i topi che rubano il formaggio: «La difesa ideologica di un locus, il simulacro della sicurezza brandito in modo mistificato, l’identità manipolata che diventa esclusione del diverso portano a fenomeni di esasperazione. Come a Rosarno. Eppure, da anni, i migranti, indipendentemente dal loro status legale, si prendono carico di mansioni con le “4D”: dirty, difficult, demaining, dangerous. Lavori sporchi, difficili, umilianti e pericolosi che gli italiani in Calabria (ma anche in provincia di Treviso) o gli spagnoli in Andalusia hanno abbandonato ormai da tempo».

Ora il lavoro manca per tutti e gli italiani si sono rimessi pure a fare la vendemmia, con ricadute molto forti anche sui paesi poveri: «Il crollo delle rimesse dei migranti – ovviamente legato alla crisi economica – ha infatti provocato immediati contraccolpi nei Paesi d’origine. Sia in quelli come la Moldavia, dove il denaro inviato dai migranti, costituisce l’architrave del Pil e nel 2009 è diminuito circa del 10% sia in quelli dell’Africa sub-sahariana, dove i tre quarti delle rimesse provengono da Stati Uniti ed Europa. E così la recessione globale si è subito riverberata su coloro che inviano quote di stipendio ai propri famigliari per puntellare gli equilibri di economie fragili».

Eppure, malgrado la crisi, i respingimenti, i ritorni a casa, molti provano comunque a imbarcarsi in questa rischiosa avventura. Perché si ostinano a partire, si chiede l’autore? «Si chiamano “mixed migrations”, migrazioni miste, proprio per il cocktail di risposte a questa domanda. Forse perché – un motivo su tutti – la differenza tra la speranza di vita nei Paesi considerati “ricchi” è mediamente di 23 anni superiore rispetto ai Paesi poveri o in via di sviluppo. Anzi, guardando all’abisso di squilibri tra i due emisferi e in particolare tra alcune periferie del mondo e il “centro città planetario”, ci si dovrebbe chiedere perché siano così pochi quelli che lasciano i loro Paesi». E prosegue: «Il folle volo di questi moderni eroi omerici verso l’Europa – in direzione opposta a quella di Ulisse – “non è solo questione economica ma dipende anche da una forte volontà di cambiamento”, afferma il sociologo Abdullaye Niang di Sant-Louis. Malgrado l’alto numero di rimpatri forzati, sostiene, “molti sono recidivi”. Cioè riprova e sarai più fortunato. Nuova colletta famigliare e nuovo azzardo sull’Oceano, cercando un’altra vita nel Vecchio continente.».

In Algeria i ragazzi che non si arrendono, che partono anche se vengono rimbalzati o rimpatriati, hanno un nome: harraga, coloro che fuggono o che partono a qualsiasi costo.

Ad maiora

Emiliano Bros

In fuga dalla mia terra

Altreconomia

Milano, 2010

13 euro