Month: ottobre 2010

Arrestato il capo ultra’ serbo. Ivan, classe 1389

E’ stato arrestato alle tre del mattino Ivan Bogdanov, 29 anni, capo degli ultrà serbi (e della Stella Rossa), quello che ieri sera a Marassi era seduto sulla balaustra. Da lì bruciava bandiere albanesi e lanciava grida di battaglia.

La polizia lo ha trovato nascosto nel vano motore del pullman dei tifosi serbi che stava facendo rientro a Belgrado. E’ stato riconosciuto per la data incisa sull’avambraccio: 1389.

Su quella data, l’amico e collega Marco Braghieri ha, nottetempo, scritto queste considerazioni:

1389. Un numero, un tatuaggio. Il serbo che si è arrampicato sulla recinzione del Luigi Ferraris lo porta su un braccio. Ha un passamontagna da cui spuntano gli occhi azzurri, taglia la rete con una cesoia. Incita quelli che lo guardano, dagli spalti. Ma cosa significa 1389? È una data, una di quelle che i serbi considerano centrali nella loro storia. La data della battaglia della Piana dei Merli. Regno di Serbia da una parte, sultanato dei Turchi dall’altra. La sconfitta porterà, settanta anni dopo, alla dissoluzione dell’impero di Stefano Uros V. Praticamente tutta la nobiltà serba verrà uccisa.

Duijzings, in Religione e politica dell’identità del Kosovo, scriverà “la maggior parte della storiografia serba sostiene che dalla Battaglia del Kosovo i Serbi hanno subito centinaia di anni di oppressione da parte dell’impero Musulmano”. Per il vescovo Amfilochije Radovic, metropolita del Montenegro fu “il Golgota del popolo serbo… la perdita del regno terrestre, transeunte e conquista dell’eterno regno celeste”.

E davanti a centinaia di migliaia di persone, il 28 giugno 1989, il neo presidente serbo Slobodan Milosevic, pronunciò un discorso, proprio dalla Piana dei Merli, per il seicentesimo anniversario della battaglia. Iniziava così: “La Serbia, dopo molti anni, dopo molte decadi, ha riottenuto la sua integrità statale, nazionale, e spirituale”. Un’unità ottenuta togliendo al Kosovo l’autonomia concessa nel 1974. Era l’inizio del nazionalismo serbo, di quella che poi sarebbe stata la guerra jugoslava. Quasi un anno più tardi, il 13 maggio 1990, si doveva giocare Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. La partita non fu mai disputata, a causa di scontri fra le tifoserie. “Jugoslavia, calcio violento” titolava Repubblica. A venti anni di distanza, la serata di Genova. Con i serbi incitati da un ultrà col 1389 tatuato sul braccio.

Non è un particolare.

 

Sul 1389 consiglio la lettura di “Tre canti funebri per il Kosovo” di Ismail Kadaré. Penso lascerebbe a bocca aperta anche Ivan (il terribile).

Ad maiora

Cercando i fiori nel deserto

I titoli dei paragrafi fanno viaggiare con la mente: cristalli di sole, avorio, topazio, rossofuoco, il polveroso, un musulmano europeo, ragni-cammello, solo per citarne alcuni. E in effetti il racconto che Sara Bellettato fa del Darfur nel volume “Sudan, i fiori del deserto” (Edizioni dell’Arco) consente di immaginare quella realtà così complessa (e sconosciuta ai più, anche per il silenzio dei media).

Sara, se non nel prologo, non traccia un’analisi politica su ciò che accade in quella zona del mondo dove si sono commessi “crimini contro l’umanità”. Non si sofferma sul presidente sudanese Bashir che di quei crimini è stato incriminato dal Tribunale penale internazionale. Fa entrare i lettori nella realtà (sudanese e darfuriana) attraverso le storie degli abitanti di qui, sia quelli che vi sono nati e costretti, sia quanti sono qui come cooperanti. Il mondo delle Ong si intravede in ogni pagina e non sempre esce bene dai racconti che traccia la Bellettato che pure di cooperazione si occupa professionalmente.

Nei racconti c’è la vita di ogni giorno, ma anche la morte, che è sempre dietro l’angolo.

L’ultimo capitolo è dedicato ad Abdu, fuggito dalla guerra e arrivato in Italia. Qui, dopo essere sbarcato a Lampedusa (accadesse oggi, sarebbe recluso in Libia) e aver ottenuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha provato a lavorare, prima raccogliendo olive in Puglia e pomodori in Campania. Poi è salito a cercar fortuna al Nord. Senza al momento – complice anche la crisi – trovarla. In Darfur ha lasciato la famiglia.

Scrive la Bellettato nelle ultime dolorose righe «A gennaio prenderà in prestito trecento euro dagli amici e comprerà il biglietto per il Cairo. La moglie lascerà i due figli al nonno, e andrà a trovarlo. Infatti, poiché Abdu ha ottenuto l’asilo per motivi umanitari, ma non l’asilo politico, il soggiorno regolare è riconosciuto a lui, ma non è esteso alla moglie e ai figli, che comunque continuano a spostarsi tra il Darfur e Khartoum per paura dei periodici attacchi ai villaggi, che un anno fa hanno ucciso anche la nonna. Abdu piange, raccontando del viaggio che farà per rivedere la moglie. Piange pensando che dovranno poi ancora separarsi, pensando che non potrà rivedere i suoi figli e dovrà tornare in un paese in cui non ha un lavoro e non ha una casa, una stanza, un tetto che possa dire suo e in cui possa finalmente specchiare i suoi occhi in quelli della moglie e dei figli. Questo, e solo questo vorrebbe Abdu: riabbracciare la sua famiglia, e poterli mantenere nel paese che gli ha offerto protezione, l’Italia, ma che con le sue leggi in materia di immigrazione sempre più restrittive, lo abbandona ogni giorno in un presente asfittico di prospettive. Se lo incontrate addormentato nella fresca erba dei giardinetti con un libro di italiano sul naso, non svegliatelo: sta sognando il deserto».

Un libro dal quale emerge nono comunque quei tanti “fiori del deserto” che vi vengono offerti e che vi faranno in qualche modo sentire partecipi, di quel mondo lontano. Che magari potrete incontrare anche oggi in stazione.

Ad maiora.

Sara Bellettato

Suda, i fiori del deserto

Edizioni dell’Arco

Milano, 2010

Euro: 6,90

Gli ultrà serbi, attivi da anni

I podromi della dissoluzione jugoslava iniziarono allo stadio. Con gli scontri fra ultrà serbi e croati. Il 13 maggio 1990 quando gli scontri a Zagabria tra gli ultrà della Dinamo e della Stella Rossa di Belgrado diedero il la alla fine dello Stato degli slavi del sud.

E durante il conflitto fu proprio tra le curve che vennero raccattati molti dei peggiori tagliagola. Arkan (poi assassinato, ma salutato da striscioni laziali all’Olimpico) che era un capo-curva, reclutò le sue tigri tra i più facinorosi ultrà.

Anche gli incidenti di qualche giorno fa a Belgrado contro il gay pride sono stati animati dagli ultrà, dove si concentrano i più fanatici nazionalisti rimasti attivi anche dopo il conflitto.

Quanto sta  accadendo stasera al Marassi, a differenza di quanto avvenuto domenica a Belgrado, allontana di mille miglia la Serbia dal consesso europeo. Purtroppo.

Ad maiora.

Ps. Anche se non è stato capito dai telecronisti, i giocatori serbi sono andati sotto la curva mostrando le tre dita non indicavano il rischio del 3 a 0 a tavolino, ma il saluto serbo. Che si immagina sia in qualche modo legato alla Trinità.

Abou Elkassim Britel

Kassim spostato in un altro carcere

Già due anni fa quando mi recai a Casablanca a seguire la vicenda di Abou Elkassim Britel – noto come Kassim – cittadino italiano di origini marocchine, vittima delle extraordinary rendition, il carcere Ain Bourja (da fuori, non ci fecero entrare) mi sembrò un girone infernale. Poi è stato spostato in uno ancora più rigido (Oukasha).

Ora apprendo dal racconto della moglie (e che pubblico di seguito) che Kassim è stato traferito – in malo modo – in un altro penitenziario, a Kenitra.

Dal 2002 questo uomo viene punito per le sue idee radicali e per l’islamofobia seguita alla strage delle Torri Gemelle. Rapito (dalla Cia)  in Pakistan è recluso da anni nelle carceri marocchine. Le inchieste italiane nei suoi confronti si sono chiuse con un nulla di fatto. Quelle di Rabat lo hanno visto condannare (prima a 15 poi) a 9 anni di carcere per associazione sovversiva. Dovrebbe averli già scontati ma la carcerazione “regolare” è iniziata nel 2003. Per lui si erano mossi l’ex sindaco di Bergamo (città dove Kassim viveva), Roberto Bruni e gli ex parlamentare di Prc Ezio Locatelli e dei Verdi Tana De Zulueta. Ma invano.

Kassim ha provato in tutti i modi ad attirare le attenzioni delle autorità italiane, anche con lunghi scioperi della fame. Ai tempi di Clemente Mastella (era Ministro della Giustizia del centro sinistra, ricordate?) per motivarlo a intervenire un artista gli aveva spedito un fantoccio incaprettato, facendo scattare l’allarme per una presunta minaccia.

Da allora, purtroppo, la vicenda non si è mossa di un centimetro. Anzi, Kassim viene spostato – come un pacco – da un carcere all’altro.

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Ecco il blog che parla della vicenda: http://kassimlibero.splinder.com/post/23437672

Ed ecco l’ultimo post sul “trasferimento”:

Venerdì 8 o sabato 9 ottobre, alle sei del mattino, Abou Elkassim Britel subisce un trasferimento coatto dal carcere di Oukasha al carcere centrale di Kenitra. Privato dei suoi abiti, dell’orologio e di tutti gli effetti personali, Kassim viene fatto salire su una vettura con gli occhi bendati e, arrivato a Kenitra, buttato giù dal mezzo e duramente malmenato con calci e manganelli. Già malato e provato dagli anni di prigionia e tortura, viene chiuso in cella senza vestiti, senza cibo, senza letto e senza coperte, con i lividi e le ferite ancora doloranti. Ha fame, è stato derubato anche delle sue provviste di cibo. Domenica sera la moglie, non avendo più notizie di lui da giovedì, lancia l’allarme. Oggi, lunedì 11 ottobre, una delle sue sorelle riesce a fargli visita e ad incontrarlo. Kassim, in lacrime, racconta e chiede di esser visitato al più presto dall’Ambasciatore o dal Console.

 Ad maiora

Carlo Rivolta, travolto dal riflusso

Un regista dovrebbe farci un film, scrive Concetto Vecchio nell’introduzione di questo bel libro di Andrea Monti “Travolto dal riflusso”, dedicato al collega Carlo Rivolta, ucciso dalla droga a soli 32 anni. Sarebbe un film in bianco e nero, temo, vista la distanza tra il giornalismo di oggi e di allora. E visto che in una redazione moderna, come ricorda giustamente la madre di Rivolta, invece di stordirsi con l’eroina, forse – strafatto di coca – Carlo potrebbe anche fare carriera.

Giornalista di sinistra, da Paese sera a Repubblica, da Lotta continua a Il manifesto, Carlo Rivolta ha seguito tra gli anni Settanta e Ottanta la fine del movimento studentesco, venendo appunto “travolto dal riflusso”. Attaccato da destra e da sinistra per le sue cronache sulle manifestazioni (che trovate nel volume edito da Ets) Rivolta finisce isolato anche nella sua redazione. Come scrive Andrea Monti, «un giornalista serio non adatta la realtà alle proprie opinioni politiche», anche se lo stesso Rivolta – in un’intervista testamento pubblicata da Prima comunicazione – dirà: «Certo non ero obiettivo, ma non penso si possa esserlo».

Affronterà anche la gioventù che rifiuta il riflusso e si butta nel terrorismo, ormai al capolinea. Un Rivolta che critica le pressioni incrociate cui era sottoposto: «Posso scegliere di cedere o di sfidare chi mi minaccia, in tutti e due i casi non sarà una scelta libera».

Viene anche minacciato dagli estremisti di sinistra («Ci si abitua a pensare a se stessi come persone che vivono guardando il faccia l a morte») ma sarà alla fine ucciso proprio dalla droga, che gli darà spunto anche di racconti “autobiografici” sulla vita dei tossici, sempre a caccia di roba buona.

Nel libro, Monti raccoglie anche le testimonianze di amici, parenti e colleghi come Gad Lerner («Allora ci sentivamo soprattutto militanti, interpreti del movimento, non professionisti») o Giampaolo Pansa («Un giornalista mai banale, in certi casi geniale, avidamente curioso dell’umanità, mai complice di un potente, mai al servizio di nessuno, neppure della propria carriera, non un burocrate dell’informazione ma un uomo che viveva attraverso i suoi articoli, e capace d’indignarsi, di soffrire e di piangere scrivendo»).

Ci sono anche considerazioni più critiche che ragionevolmente sarebbero state condivise dallo stesso Rivolta («Forse non sono adatto per questo mestiere»).

Un libro adatto a chi voglia intraprendere la professione di giornalista (come lo stesso autore del libro) dal quale mi sono appuntato tre frasi su questo mestiere che finiranno dritte dritte nel mio elenco di massime. La prima riguarda le prove di concerto alle quali partecipa anche chi scrive: «Bisogna rassegnarsi a suonare musiche a comando: con il proprio stile, certo, la propria interpretazione. Puoi rivoltarti, ma allora o produci cattiva musica o rendi indigeribile l’orchestra. O ci stai o non ci stai. La cosa grave e’ che non ti fanno suonare se sei bravo o no, ma se dici sì al direttore d’orchestra».

La seconda mi ricorda molto il mio mito russo: «In che cosa può consistere l’onestà di un giornalista? Nel riferire esattamente ciò che vede, nel tentare cronache puntuali, nel non accettare imposizioni esterne rispetto al suo lavoro».

La terza è più che mai di attualità in questi giorni post-Avetrana: «Si misura lo spessore umano di un giornale da come dà la cronaca, se fa a brandelli la gente o cerca di aiutarla».

Ad maiora

Andrea Monti

Travolto dal riflusso

Edizion ETS

Pisa, 2010

Euro 13

 Con Rosi Brandi e Daniele Biacchessi presenteremo il libro di Andrea Monti su Carlo Rivolta il 21 ottobre (ore 21) al Circolo Arci Métissage via De Castilla 8 (Milano)