Month: ottobre 2010

Vita ad Haiti: l’acqua di Les Cayes

Lasciamo per qualche ora Port-au-Prince e ci dirigiamo a sud, verso Les Cayes. L’emergenza colera è distante da qui, ma ci sono riunioni su riunioni per prepararsi all’impatto. Obiettivo: individuare un’area, pianeggiante e asciutta dove organizzare la quarantena. Compito non semplice in un’area umida come questa.

Non sarà facile comunque fermare l’epidemia. In assenza di acqua corrente nelle case, la vita si concentra su rigagnoli e fiumi. Che spesso fanno sia da discarica che da bagno pubblico.

Avsi e tutte le ong che sono presenti qui ad Haiti stanno provando a spiegare a tutti quali le precauzioni da prendere per evitare il contagio, Ma al momento sembrano rimanere inascoltate. Qui d’altronde il colera manca da un centinaio d’anni e quindi non c’è abitudine a “trattarlo”.

Bisognerebbe anche capire come è arrivato su quest’isola bella e sfortunata. Per nove mesi, dal terremoto in avanti, c’erano state altre malattie, ma mai il colera. Ora che c’è nelle tendopoli rischia di fare una strage.

Ora guardate questa immagine. Spiaggia lunghissima, mare caldo, palme a fare da sfondo. Haiti è anche questo e un tempo qui arrivavano i turisti. Ora tutto ciò è inimmaginabile. O meglio è pensabile solo oltre frontiera, nella repubblica domenicana.

Qui tra colera, terremoto e guerre civili, difficile che qualcuno venga presto a fare il bagno in queste acque.

Il rilancio qui potrà passare dall’agricoltura. Ma di questo magari parliamo domani.

Ad maiora.

Vita ad Haiti: l’arrivo a Port-Au-Prince

Il volo che collega Parigi ad Haiti (via Guadalupe) e’ pieno come un uovo. A parte qualche giornalista sono tutti cooperanti. Si fanno incessantemente la stessa domanda: sei qui per il colera? E la risposta e’ sempre affermativa.

L’allarme oggi sembra meno grave di ieri, ma un funzionario dell’Undp catapultato qui da non so dove mi ha detto che fermare un’epidemia di colera in un luogo come Haiti non sara’ facile.

Oltre ai palazzi crollati e le macerie ovunque, cio’ che salta all’occhio e’ infatti l’incredibile promisciuta’. Sembra di entrare in un formicaio e le macchine procedono a fatica, sia perche’ le strade sono messe malissimo, sia perche’ c’e’ gente ovunque. E pure rigagnoli d’acqua. E rifiuti.

E anche le tende sono ovunque.

Il traffico caotico di Port-au-Prince viene rallentato anche dai camion che fanno pubblicita’ ai candidati delle prossime elezioni presidenziali. Sono previste a fine novembre, ma la radio ha detto che potrebbero essere fatte slittare di un mese, causa colera.

Staremo a vedere.

Ad maiora.

Meglio italiani che musulmani

Ha un titolo che a prima vista ti fa immaginare un film in cui mettere a nudo i tanti difetti dei nostri compaesani. E la prima scena de “L’italien”,  con un uomo che si sbarba e sceglie con accuratezza i vestiti da indossare prima di salire su una Maserati rombante sembra confermare lo stereotipo.

A maggior ragione se il tutto e’ accompagnato dalle note “da vero italiano” di Toto Cotugno (e la bella scelta di canzoni tricolori diverrà sempre più agrodolce col passare dei minuti).

Mai farsi condizionare dalle apparenze. Dino, il protagonista di questa bella pellicola francese diretta da Olivier Baroux, finge solo di essere italiano. Il perche’ lo spiega alla fine quando, caduto il suo castello di sabbia, dovrà cercare di rimettere in piedi la sua vita davanti al mondo intero: essere italiano in Francia fa figo, e rende la vita molto più facile rispetto a chiamarsi Mourad, immigrato proveniente dall’Algeria, ormai completamente francesizzato. Per esserlo appieno aveva dimenticato radici e religione. E proprio il promettere al padre di seguire il Ramadan, lo obbligherà ad esporsi, e  a cadere in errore.

Una pellicola che fa riflettere questa se pensiamo ai vecchi film nei quali gli italiani immigrati all’estero erano presi per il culo perche’ esultavano ai gol degli azzurri (ma in Germania anche  e ancora per questo, un uomo ci ha lasciato le penne questa estate). Gli italiani-maccaroni all’estero continuano a non godere di buona fama. Ma nella gabbia di Schengen, siamo comunque dei privilegiati. E alla fine, grazie alla moda e al design, abbiamo un aspetto charmant che altri non hanno.

E soprattutto non siamo musulmani: fatto che nella perdurante fase islamofobica seguita alla strage delle Torri Gemelle ha ancora il suo peso. “Non sapevo che ci fossero italiani islamici”, gli dice il collega che lo scopre a pregare in ufficio e che gli farà saltare il castello di bugie.

Bugie che ti permettono di trovare lavoro e una bella fidanzata bionda (che non potrai mai pero’ presentare ai genitori, che ogni giorno mangiano cous cous). Ma che alla fine hanno le gambe corte e lasciano il segno: quello che siamo prima o poi esce.

Il tempo e’ galantuomo.  Come un italiano.

Mah.

Ad maiora.

Liberta’ di stampa vo’ cercando (note a margine della classifica di Rsf)

La classifica resa pubblica oggi da Reporter Sans Frontieres sulla liberta’ di stampa offre una serie di spunti che vanno al di la’ del mero posizionamento “azzurro”.

Il mio occhio e’ caduto sui Paesi che conosco meglio.
Partiamo dall’Africa. Ultima della classifica e’ l’Eritrea (178esima con 105 punti, i paesi migliori hanno 0 punti). Il Paese da cui, dopo un sanguinoso conflitto, si e’ staccata (l’Etiopia) sta leggermente meglio (139esima in classifica, 49,38 punti) ma e’ comunque nella parte bassa della classifica. Mette tristezza pensare a tutte quelle ragazze e quei ragazzi morti nella guerra di liberazione (e, più recentemente, in un assurdo conflitto geografico, per fazzoletto di sabbia) per un Paese ridotto cosi’ dalla sua dirigenza.
Anche le due parti in cui e’ divisa Cipro hanno un destino diverso, sul fronte dell’indipendenza dei giornalisti. La Repubblica di Cipro e’ al 45esimo posto (13,40) mentre Cipro Nord e’ ferma al 61esimo posto (17,25 punti). Dai protettori turchi i giornalisti stanno anche peggio: Ankara e’ al 138esimo posto (49,25).
Un’altro Paese spezzato in due ha delle belle differenze tra Nord e Sud: la Corea. Quella del Sud e’ 42esima in classifica (13,33), mentre il regime del Nord e’ penultimo (177esimo, con 104,5 punti). Li’ decisamente e’ meglio cambiare lavoro…
Vediamo i paesi ex sovietici. I tre baltici si dimostrano parecchi passi più avanti di tutti gli altri; l’Estonia e’ nona (2), la Lituania undicesima (2,50) e la Lettonia trentesima (8,50).
I peggiori sono gli Stan ex sovietici: dal basso verso l’alto, il Turkmenistan e’ 176esimo, l’Uzbekistan 163esimo e il tanto decantato Kazakistan (“Andateci a fare le vacanze”, diceva qualcuno) e’ 162esimo.
L’Ucraina ora al 131esimo posto si e’ avvicinata alla Russia (140esima): Putin può dirsi soddisfatto.
Sul fronte degli slavi del sud, i paesi più frendly verso i giornalisti sono Slovenia (46esima, 13,41 punti) e Bosnia e Erzegovina, al 47esimo posto (malgrado il recente conflitto e’ messa meglio dell’Italia, e la notizia non ha bisogno di commenti).
I peggiori, tra l’ex Jugo, il Kosovo (92esimo posto) e il Montenegro (104esimo). Podgorica – buon ultima – si e’ resa indipendente da Belgrado. Ma in Serbia (85esima) i giornalisti stanno meglio che in Montenegro.
Ad maiora.

In Cecenia torna la guerra

George Bush passerà agli annali per aver festeggiato (su una portaerei a stelle e strisce) la vittoria di una guerra – quella irakena – che non è ancora finita. Mission Accomplished, diceva l’assurdo striscione.

Qualche mese fa il Cremlino ha dichiarato conclusa l’operazione antiterrorimo, ossia la seconda guerra cecena, scatenata anche per favorire la maggiore visibilità possibile per l’allora sconosciuto candidato Vladimir Putin.

Da quando anche la missione russa è stata compiuta, in Cecenia (ma anche in Daghestan  e in Inguscezia) è successo di tutto.

Fino ad arrivare oggi a un assalto al parlamento ceceno, a Grozny, nella capitale, con morti e momentanea presa ostaggi. 13 persone sono rimaste ferite, mentre 4 agenti di sicurezza sono stati uccisi nell’attacco.

L’escalation di violenza d’altronde era nell’aria. Qualche settimana fa i ribelli ceceno avevano attaccato il villaggio natale del presidente Kadyrov, l’ex comandante dei gruppi paramilitari scelto da Putin per gestire il paese col pugno di ferro e il guanto di velluto, finanziato dai soldi russi.

Proprio Ramzan Kadyrov ha imbracciato il kalashnikov e ha guidando l’assalto contro i ribelli. Ribelli che devono venire da chissà dove, visto che alle ultime elezioni, Russia Unita, il partito di Putin e Medvedev, in questa repubblica “indipendente” ha raccolto il 99,9% dei voti.

I miliziani, che erano 4 o 5, sono stati uccisi, anzi “liquidati” come sono soliti dire le forze di sicurezza russe.

Li staneremo fin dentro i cessi, prometteva Putin. Ma nella pentola a pressione caucasica, di terroristi ne nascono – purtroppo – ogni giorno.

Ad maiora.