Russia

#Russia Legge contro pornografia mette a rischio siti dell’opposizione

Il regime di Mosca ha deciso di chiudere i siti web che trasmettono informazioni ritenute dannose per i bambini.

Una legge contestata, entrata in vigore il primo novembre, per punire, secondi gli intenti ufficiali, quanti promuovono la pornografia infantile, il suicidio, o l’abuso di sostanze stupefacenti tra i giovani. La chiusura dei siti avverrà senza un intervento giudiziario, ma semplicemente con un atto amministrativo.

In molti, tra le file dell’opposizione russa, pensano che questo strumento potrà essere utilizzato, più banalmente, per chiudere i siti anti-governativi. Su internet infatti il dibattito politico russo è molto più ampio che quello che viene rappresentato in tv, sotto il controllo totale del Cremlino.

“Questa legge può essere visto come uno degli elementi che possono, in caso di necessità, limitare la libertà di parola”, ha spiegato a Radio Free Europe Ilya Rassolov, esperto di diritto informatico.
La legge è l’ultimo di una serie di provvedimenti restrittivi approvati da Duma e Senato dopo la (striminzita) vittoria di Russia Unita alle elezioni dello scorso dicembre. Tra le leggi per ostacolare l’attività della dissidenza non si può non ricordare quelle che aumentano le sanzioni (sia pecuniarie che penali) per le manifestazioni non autorizzate (quasi tutte)  e quelle che costringono le organizzazioni non governative russe che ricevano finanziamenti stranieri di registrarsi come “agenti stranieri”.

La black list che ora il governo russo introduce per i siti “pedo-pornografici” potrebbe portare alla censura di molti siti sgraditi.

Reporters sans frontières ha accusato il regime putiniano di non voler “risolvere le contraddizioni della legge e di eliminare ciò che rappresenta una minaccia alla libertà”.
Durante le guerre jugoslave, il regime – nazionalista – croato bollò come “pornografico” uno dei settimanali d’opposizione il Feral Tribune di Spalato, imponendo alte tasse e riducendone la distribuzione (oltre a spedire il caporedattore al fronte).

Corsi e ricorsi. A est e non solo.

Ad maiora

#Russia. Opposizione sempre nel mirino del regime

Magari a pochi importa qualcosa di quel che sta accadendo in Russia. Ma io insisto.
Il 6 maggio alla famosa Marcia dei Milioni (io ero lì a seguirla per questo blog) hanno arrestato un botto di gente (400 manifestanti).
La procura (non proprio indipendente rispetto al tiranno Putin) ha deciso di indagare sugli organizzatori della Marcia, finita con scontri tra manifestanti e forze speciali (gli Omon, tali di nome e di fatto).
Alcuni sono ancora al gabbio e quindi i dissidenti hanno organizzato varie forme di protesta.
L’ultima davvero pop con picchetti fatti da una sola persona.
In Russia (come d’altronde in Unione sovietica) non sono mai piaciuti gli eroi solitari, peggio se ironici.
E così per quelle proteste di tanti singoli cittadini, sono scattate le manette per 200. Tra loro anche i leader della protesta anti-putiniana.
In camera di sicurezza anche il blogger Navalny, il più votato nelle primarie delle opposizioni.
Poi sono stati tutti scarcerati.
Uno dei capi, Udaltsov (contro il quale si sono scatenate le TV del regime) è accusato quasi di tentativo golpe.
No, no.
Davvero un bel paese. Spero che anche il prossimo governo italiano faccia la politica estera della lingua in bocca con Putin. Perché c’è sempre da imparare.
Ad maiora

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#PussyRiot e un #Putin maschilista e patetico

La frase sessista e machista del piccolo tiranno russo Vladimir Putin sulle Pussy Riot (“potevano restare a casa a cucinare”) si commenta da sola.
Ricorda non casualmente quella che il macellaio messo – da Putin – a guidare la Cecenia (Ramzan Kadyrov) aveva dedicato ad Anna Politkovskaja dopo il suo assassinio (“avrebbe fatto meglio a restare a casa a fare la casalinga”).
Veramente patetici.
Le due ragazze mandate ai lavori forzati per un concerto anti putiniano in chiesa non sono intanto state giudicate dal Parlamento europeo meritevoli del Premio Sakharov. Quest’anno è di moda ll’Iran.
Giusto per fare capire ai burocrati europei come funzionano le carceri russe, basti sapere che Nadia Tolonnikova, una delle due Pussy Riot, è stata messa nella stesa cella con la giovane neonazista condannata per omicidio dell’avvocato (anche di Anna Politkovskaja e della famiglia Kungaev) Stanislav Markelov.
Il tutto mentre uno dei leader della dissidenza putiniana, Serghei Udaltsov del Fronte di Sinistra rischia l’arresto.
Ma non ditelo a Bruxelles.
Ad maiora

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#PussyRiot in carcere. Le bestie in libertà

Forse temevano che mettendole nella stessa colonia penale potessero improvvisare un altro concerto. Per attaccare Putin, il suo amico Kirill (patriarca della chiesa autocefala russa) e magari l’infame sistema carcerario della Federazione russa. Ereditato pari pari da quello sovietico. E mai rinnovato. Ma d’altronde il paese è guidato da uno che nella precedente vita aveva fatto carte false per andare a fare la spia del Kgb.
E così Masha Alekhina e Nadia Tolonnikova, le due Pussy Riot condannate a due anni di lavori forzati per 45 secondi di concerto anti-putiniano in chiesa, sono state distribuite nel vasto territorio della Russia.
Masha è finita a Perm, in Siberia, uno dei posti divenuti tristemente noti per le repressioni staliniane. Il gulag Perm-36 è stato chiuso (e l’ong Memorial lo ha trasformato in un museo della – scarsa – memoria russa) ma la colonia penale – milletrecento chilometri distante da Mosca – è ancora attiva.
Nadia, la più vivace del gruppo, è stata spedita in Mordovia, una delle carceri più dure della Federazione, dove da anni vengono denunciate violenze sessuali contro le detenute. Dista solo 440 chilometri da Mosca, dove vive la famiglia.
Entrambe sono madri di bambini piccoli ma la tirannide putiniana colpisce così dissidenti e oppositori.
È lo stesso trattamento riservato all’ex oligarca Khodorkovskij. Lo spiegarono i suoi genitori agli attivisti di Annaviva andati a trovarli a marzo: l’imprenditore inviso al regime – trattato alla stregua di un terrorista – ha diritto a una telefonata di 15 minuti, ogni sabato, per parlare con tutta la famiglia; i parenti possono andarlo a trovare una volta ogni due mesi. Ora Khodorkovskij non dista più 6000 chilometri dalla capitale (dove vivono moglie, figli e genitori) come a inizio detenzione. Ora per andare a trovare gli anziani genitori, i figli e la moglie impiegano solo un giorno e mezzo di viaggio…
Sarà lo stesso trattamento sovietico cui saranno sottoposte le due ragazze.
D’altronde, come ricorda il collega e amico Grigorij Pas’ko (autore dell’illuminante volume di Bollati Boringhieri “Come sopravvivere alle prigioni in Russia”) i russi, vittime dell’arbitrio di un regime che i più – obnubilati dalla tv – persino apprezzano, “si dividono in due categorie: chi sta in galera e chi si prepara ad andarci”. E Grigorij dà questo consiglio che, a malincuore, giro alle Pussy Riot ancora libere e agli oppositori russi (che ora hanno eletto, democraticamente, un consiglio di 45 rappresentanti) : “È meglio prepararsi all’ipotesi peggiore: il massimo periodo di isolamento e il massimo della pena nel campo di lavoro. Certo, all’inizio è un’idea difficile da accettare. Ti pesano i ricordi di una vita relativamente felice da libero, della moglie, dei figli (qui non si sa cosa è meglio, se averli oppure non averli – sei padrone di te stesso, e quindi non devi spaccarti la testa per la famiglia). Quindi, per non sentire questo peso, ficcati nella zucca una volta per sempre che ora non hai più niente e nessuno: né una casa, né una famiglia, né una macchina, né un lavoro, né onorificenze… Non sei nessuno. E non hai neppure un’identità. Carcerato. Una cosa senza nome. Una bestia”.
Le bestie, per quanto mi riguarda sono quelle che hanno condannato e vessano Mikhail, Masha e Nadia.
Ad maiora

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La repressione dei dissidenti ai tempi di Josep Putin. #OccupyPutin

La tirannia russa fonda la propria forza sulla Videocrazia.
Lì la TV non serve per rincretinire la gente a colpi di tronisti, non serve solo a farli diventare consumatori ubbidienti.
Lì serve per mettere a tacere gli oppositori.
Funziona così: la TV di regime non parla mai di chi non ama Putin, dei moderni dissidenti. Ma se lo fa, lo fa unicamente per dire che l’opposizione è una palata di merda (finanziata dagli stranieri, per di più) che vuole seppellire la Madre Patria Russia.
Alle manifestazioni di maggio, a quella Marcia dei Milioni che chiedeva a Putin di togliersi dai coglioni e che è finita con scontri con muri di sbirri messi a difendere il Cremlimo, non si potevano non notare le migliaia di bandiere rosse del Fronte di Sinistra. Il corteo (come larga parte della opposizione al regime) era guidato da Seghei Udaltsov, sorridente e sicuro di sé.
Ora Serghei è finito nei guai. Per incastrarlo, per accusarlo – in puro stile fascista – di intelligenza col nemico, hanno, ovviamente, usato la TV.
Lo si accusa di aver organizzato una sorte di golpe per far cadere il tiranno Putin.
In carcere, Serghei è già stato tante volte e le sei ore di fermo di ieri gli saranno sembrate una passeggiata. Ora ha il divieto di espatrio e l’obbligo di firma e dimora.
L’ultima volta, quando uscì di cella per una manifestazione non autorizzata, organizzò un comizio abusivo fuori dal carcere. Questa volta, dopo l’incriminazione, ha invitato tutti ad andare ad occupare il comitato d’inchiesta.
Non si farà piegare.
Ad maiora

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