Month: ottobre 2010

Gli scontri al Gay Pride avvicinano Belgrado all’Europa

Potrà sembrare difficile da credere. Ma quel che è successo oggi a Belgrado avvicina la Serbia all’Unione europea. Dopo l’arresto di Karadzic, il fatto che il governo di Belgrado abbia consentito e difeso il gay pride, fa ulteriormente migliorare la sua immagine agli occhi di Bruxelles.

Eppure gli scontri tra gruppo nazionalisti e forze di polizia che hanno sconvolto la domenica della capitale serba sono stati di una violenza inaudita. 102 feriti tra i poliziotti, 22 tra i manifestanti, molti dei quali avranno sicuramente evitato di farsi curare per non incappare nei controlli.

Una sede del Partito democratico (lì è al governo) data alle fiamme e persino un blitz nel parlamento serbo.

In mille hanno protestato così contro la giornata dell’orgoglio omosessuale che si teneva in città (aspettiamo con ansia che succeda anche a Mosca, ora che l’omofobo sindaco Luzkhov è stato rimosso).

In piazza contro il raduno gay, centinaia di ultrà che gridavano “morte agli omosessuali”. In piazza Slavija gli scontri più violenti, con pullman, auto e negozi danneggiati, malgrado il dispiegamento di cinquemila agenti.

Proprio questo sforzo potrebbe essere premiato dalla Ue che il 25 ottobre si riunirà a Lussemburgo per esaminare la candidatura serba.

Ad opporsi più strenuamente all’ammissione serba, gli olandesi. Vorranno forse ripulirsi la coscienza. L’enclave di Srebrenica, nella Bosnia serba, durante la guerra, era stata affidata proprio a soldati olandesi. Che brindarono con Mladic (tuttora latitante) prima che le truppe di quest’ultino sterminassero 8.372 abitanti della piccola cittadina.

Un generale americano (John Shehaan) qualche mese fa accusò i soldati olandesi di essere stati troppo accondiscendenti in quel frangente perché nelle sue truppe c’erano troppi omosessuali.

Meglio non farlo sapere però ai nazionalisti serbi.

Ad maiora.

Ilja ricorda sua mamma: Anna Politkovskaja

Grazie al Premio Ilaria Alpi e all’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, ieri ho passato una giornata con Ilja Politkovskij, il figlio di Anna. (Anche per questo non ho avuto il tempo di andare a festeggiare il genetliaco di Putin…).

Avevo già incontrato Ilja lo scorso anno a Mosca, nel giorno di quello che sarebbe stato il compleanno della madre (30 agosto) e qualche mese fa alla manifestazione nazionale di Libera a Milano. E’  infatti diventato rappresentante russo di Flare Freedom, l’organizzazione internazionale creata da Libera – convinta che la mafia non si possa più combattere solo tra i confini patrii (dato che l’abbiamo esportata in ogni dove, come si può scoprire leggendo l’ultimo libro di Francesco Forgione).

Ieri Ilja  (insieme a Gerardo Bombonato e Mimmo Candito) ha partecipato a due incontri dedicati alla madre – e alla libertà di stampa – tra Riccione (davanti agli studenti delle superiori) e Rimini (al Teatro degli Atti, prima del bel spettacolo di Ottavia Piccolo, “Donna non rieducabile”).

Il figlio di Anna ha nel corso di questi quattro anni dall’assassinio della madre, maturato una posizione sempre più netta sul suo Paese. Come sua sorella Vera, continua ad avere fiducia nella giustizia anche se il tempo passa e nessuno ha ancora pagato per quel terribile delitto.

Ma è diventato più critico. Quando i ragazzi (informati – temo – più di molti parlamentari italiani) gli chiedono se ci sia differenza tra la presidenza Putin e quella Medvedev, risponde che è più formale che sostanziale.

Gli domandano se è vero quel che diceva Putin che in Russia, fino al giorno dell’assassinio, la madre non la conoscesse nessuno. Risponde di sì, che in un grande Paese come quello dice che la notorietà si ottiene solo apparendo in tv e che su sua madre i riflettori non erano mai stati accesi. Le tv, racconta, erano state costrette a farla vedere e a parlare di lei solo in occasione del sequestro degli spettatori dello spettacolo Nord Ost. Lì la maggior parte dei russi, venne a sapere che c’era una giornalista talmente coraggiosa e famosa nel Caucaso da essere chiamata a mediare (inutilmente, purtroppo, perché entrambi le parti volevano spargere sangue).

Ilja dice che è un peccato che la madre sia più conosciuta e celebrata in Italia, Francia, Regno Unito che in patria. Spiegando che uno spettacolo come quello diretto da Stefano Massini dedicato ad Anna, in Russia non è mai stato fatto.

Il controcalendario non-putiniano realizzato dagli studenti di giornalismo di Mosca pubblicato in occasione del compleanno di Putin, offre qualche speranza che il silenzio anche da quelle parti si sia ormai incrinato.

Una delle provatorie domande dei giornalisti in erba è: chi ha ucciso Anna Politkovskaja?

Ad maiora.

Applausi per Sarah

Applausi tra le campagne di Avetrana al rinvenimento del corpo. Applusi all’arrivo della salma di Sarah Scazzi alla camera ardente. Applausi anche alla comparsa della madre della ragazza.

Non si capisce perche’ nel nostro Paese non si riesca a gestire il dolore in silenzio. Si applaude ai funerali, in chiesa. Ma anche nel minuto di silenzio allo stadio.
Come se non fossimo capaci di affrontare, in silenzio, la sofferenza. Come se dovessimo sguaiatamente condividere anche questi momenti.

Come  in uno studio televisivo, grande quanto la Penisola. Senza neanche bisogno dell’assistente di studio che faccia la claque.

Eppure si dovrebbe battere le mani solo in segno di approvazione. E invece lo si fa per sentirsi un po’ tutti uniti. Per compattarsi nei momenti difficili.
Forse, e’ un modo per reagire.
Come scrive il grande Amos Oz, “se non ti restano più lacrime per piangere, non piangere. Ridi”.
O applaudi.

Ad maiora

Anna Politkovskaja, quattro anni senza un colpevole

Mi immagino il direttore della Novaja Gazeta, Dimitri Muratov, scuotere la sua barba e dire a bassa voce: “Il ritmo delle indagini è troppo lento”.

Perché qua e là sui giornali moscoviti compaiono novità sull’inchiesta giudiziaria che riguarda’assassinio di Anna Politkovskaja, di cui questo 7 ottobre ricade il quarto anniversario. Nessuno, ad oggi, è stato giudicato colpevole per quel crimine.

Gli investigatori avrebbero comunque individuato il laboratorio dove è stata fabbricata l’arma con cui è stata uccisa la giornalista russa. Su questo reinterrogheranno Sergei Khadzhikurbanov, l’ex agente del Ministero dell’Interno russo che era stato indagato (ed assolto) per aver dato una mano al gruppo di fuoco che avrebbe colpito Anna, nell’androne del suo palazzo. L’uomo, in un altro processo, era stato condannato a 8 anni di carcere, per il reato di estorsione.

Per l’omicidio della Politkovskaja, nel febbraio del 2009, venne invece assolto insieme ai fratelli (ceceni) Makhmudov. Il terzo fratello, Rustam, quello che avrebbe materialmente sparato i cinque colpi di pistola è sempre latitante. E il direttore del giornale per il quale Anna lavorava, Muratov, continua pubblicamente a chiedere chi gli abbia fornito il passaporto, come mai gli sia stato permesso di lasciare il Paese e perché l’Interpol sia stata allertata in ritardo. Domande che, nella Russia di Putin, rimangono – e potrebbero rimanere a lungo – senza risposte.

Negli anniversari, tutti sembrano interessarsi a questi casi e magari il presidente Medvedev annuncerà una svolta nelle indagini. Lo ha fatto anche a luglio, per l’assassinio della Estemirova: del famoso killer individuato, rimangono solo tanti bei titoli di giornali, di tutto il mondo.

Dopo che un anno fa la Corte Suprema ha impugnato il verdetto di assoluzione per l’omicidio della Politkovskaja, si è ancora in attesa di risposte e di tempi certi su questa indagine, partita azzoppata: se infatti quello che ha agito era un gruppo di killer, chi li ha pagati? Chi il mandante? E soprattutto cui prodest?

La voce di Anna comunque non è stata messa a tacere. Il suo sacrificio viene ricordato in queste ore con manifestazioni a Mosca, Bruxelles, Roma, Milano e Brescia.

Perché, anche se il tempo passa, quaggiù, Anna cara, nessuno ti ha dimenticato. Nemmeno – ne sono certo – quelli che il 7 ottobre festeggiano il loro compleanno, circondati da amici e lacchè.

Ad maiora.

Ps. Questo un video di Amnesty International sul quarto anniversario: http://www.youtube.com/watch?v=Ab-cJ4LWSFY&feature=channel

Dopo Hina, la rivolta delle madri?

Al processo contro gli assassini di Hina (la ragazza pakistana sgozzata dal padre, con la complicità dello zio e di due cugini, maschi) ciò che lascio’ basiti noi giornalisti fu la reazione della madre. Prima della sentenza, in una conferenza stampa (con accanto il figlio, maschio), accuso’ la ragazza, finita dopo l’omicidio – compiuto con decine di coltellate – per qualche ora sotto i pomodori nell’orto di casa, di essere una “cattiva musulmana”. Era un “buon musulmano” il marito/assassino? O i suoi parenti maschi che assecondarono quella follia omicida?
Forse ai suoi occhi si’, a giudicare dalla reazione alla condanna del marito sia in primo che in secondo grado. Urla e scene di disperazione che non avevamo notato all’atto della sepoltura (la seconda, di rito musulmano) di Hina.
La vicenda di Novi, non lontano da Modena, dove due uomini (padre e figlio) di origini pakistane hanno ucciso a colpi di mattone la moglie/madre che cercava di impedire il matrimonio – combinato con un cugino – della figlia (picchiata e in fin di vita anche lei), nella sua drammaticità, offre un barlume di speranza. La rivolta femminile contro chi vuole impedire la libertà di scelta potrebbe non riguardare più solo le seconde generazioni di immigrati, ma anche le prime. Alla madre, quell’uomo che l’ha uccisa era stato imposto dai parenti.
La Carfagna ha annunciato di voler costituire il suo Ministero parte civile al processo. Per Hina, al tribunale di Brescia, istanze simili, proposte dalle donne islamiche, furono tutte respinte. Ma anche questo ministeriale mi pare un segnale positivo.
Occorrerebbe pero’ fare azioni preventive su questi temi. E spiegare alle forze dell’ordine che le denunce, prima presentate e poi ritirate, meritano indagini. Prima delle tragedie.
Ad maiora.