Vladimir Putin

ELSA K. STASERA L’ULTIMA DELLE TRE REPLICHE

E’ andata bene anche la seconda serata di “Elsa K.”, rappresentazione teatrale che parla di Cecenia ma non solo. Sala piena e tante persone che non sono riuscite a entrare.

Speriamo che stasera, ultima delle tre serate al Teatro del Borgo di Milano, si riesca a far entrare tutti i presenti.

Quando due anni fa con Annaviva andammo a Mosca a incontrare i colleghi della Novaja Gazeta, gli amici di Memorial e partecipammo alle manifestazioni dell’opposizione politica e sociale al putinismo, dicemmo che rappresentavamo una sorta di politica estera italiana parallela, non ufficiale. Non quella che (da Prodi a Berlusconi) stringe patti e alleanze col Cremlino, dimenticando stragi e omicidi politici.

Ieri mentre tante persone nella capitale russa portavano fiori sotto casa di Anna Politkovskaja (per una manifestazione ufficialmente vietata dalle autorità) il presidente del consiglio di un paese che ogni giorno viene declassato dalle società di rating e sbeffeggiato da larga parte del mondo, si è concesso una pausa-relax per partecipare ai baccanali per il compleanno di Putin.

D’altronde, la prima escort che entrando nelle residenze del presidente (diventate ormai sedi di Stato) registrò una conversazione, fu fatta accomodare nel “lettone di Putin”.

Noi invece ci inchiniamo al capezzale di Anna, di Natalia e di tutte le donne che non hanno abbassato la testa.

Ad maiora

PUTIN? FARA’ LA FINE DI FRANCO O DI MUSSOLINI

Dopo due soli minuti dal nostro incontro (per un’intervista televisiva) con la sfrontatezza che mi caratterizza, informo Julia Latinina che a dicembre come Annaviva pensiamo di tornare a Mosca per seguire le elezioni politiche. Lei che da anni sfida il regime putiniano, sorride e mi risponde: “Elezioni? Ci sono ancora le elezioni nel mio paese?”.

Classe 1966, la rossa Latinina (mi ha ricordato la Bocassini, non solo per la tonalità dei capelli) è in Italia per presentare “Il richiamo dell’onore” (Marco Tropea), bel romanzo nel quale racconta quel micidiale mix di violenza e affari illeciti che caratterizza il Caucaso. Quando le chiedo quale se, per la Russia, il problema principale sia il terrorismo o la corruzione, mi ribatte domandandomi se sia nato prima l’uovo o la gallina.

Julia è considerata l’erede di Anna Politkovskaja. Ma chiunque lavori per la Novaja Gazeta e non abbia peli sulla lingua nel denunciare il tandem Putin-Kadyrov, non può non fare tornare alla mente la collega assassinata cinque anni fa.

Nel libro la Latinina affronta il nodo del Caucaso raccontando le gesta di un terrorista (Nijazbek, nome che fa anche il titolo originale dell’opera) che cerca, a suon di uccisioni, di imporre una sorta di logica fatta di islam e regole di rispetto clanico, ma anche di buon buon senso: «La vita di Nijazbek era guidata da un principio fondamentale: fare ciò che doveva essere fatto e farlo nel momento giusto. Nijazbek disprezzava le persone che passavano la vita a cercare scuse per non fare quello che era necessario fare». Se Salvatores invece che Lilin avesse letto la Latinina forse avrebbe tratto da questa storia il suo film (ma di sicuro non avrebbe goduto degli stessi fiumi di inchiostro su Repubblica).

Alla fine, come si conviene a queste storie russe (inventate o meno) muoiono tutti o quasi. Guerriglieri islamici come plenipotenziari russi che cercano di mettere insieme i cocci di un matrimonio – quello tra il Cremlino e il Caucaso – finito da decenni.

Nel “Richiamo dell’onore” non si uccide ma si mutila perché «i morti riposano sottoterra e nessuno li vede, i mutilati invece li vedi nelle stazioni del metrò che chiedono la carità». È la stessa terribile logica con la quale un guerrigliero-terrorista in sedia a rotella non può fare altro che usare le armi perché «con la sua invalidità non è in grado di picchiare nessuno: non può far altro che ammazzare». O per la quale un altro leader caucasico «si comportava con gli esseri umani come se fossero insetti: e si sa che gli insetti, se maltrattati, possono pungere».

Anche in Cecenia, come ricorda benissimo la collega Latinina, il 4 dicembre si voterà per le politiche. L’ultima volta il partito del potere putiniano (Russia Unita) raggranellò solo il 99,5%. Nel romanzo, si capisce il meccanismo di questa larga vittoria: «Nella fase di conteggio dei voti, un fucile puntato alla testa di uno scrutatore o di un presidente di seggio vale più della volontà espressa da mille elettori».

«La Cecenia – ha spiegato Julija Latinina nell’intervista – dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja e soprattutto di Natalia Estemirova è diventata un buco nero dell’informazione: nessuno può più fare reportage da lì». E quando le chiedo cosa pensa del ritorno di Putin al Cremlino prima è tagliente («non è che ci torna, non se ne è mai andato») poi definitiva: «I presidenti a vita finiscono in due modi: o come Franco o come Mussolini”.

Ad maiora

Andrea Riscassi

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Julia Latinina

Il richiamo dell’onore

Marco Tropea editore

Milano, 2011

Traduzione (veramente bella): Mario Alessandro Curletto

Pagg. 318

Euro 17

CINQUE ANNI SENZA ANNA POLITKOVSKAJA

Cinque anni passati invano. O forse no. Anna Politkovskaja ci è stata tolta cinque anni fa. Assassinata mentre, come tante donne di questo mondo, finito di lavorare, “faceva la massaia”, ossia la spesa.

Il presidente ceceno Kadyrov – dopo che Anna era stata uccisa – ha detto che avrebbe fatto meglio a restare a casa a fare la casalinga. La Politkovskajalo definiva “idiota”. E in effetti l’uomo forte voluto da Putin (e non rimosso dal pavido Medvedev) ignora che le donne riescono a fare più cose contemporaneamente. E spesso le fanno meglio di noi uomini. Una qualsivoglia donna cecena, ne sono certo, saprebbe guidare la Cecenia meglio di quanto faccia Kadyrov. Magari quella El’sa Kungaeva, uccisa da un ufficiale russo, in caserma. El’sa in questi giorni avrebbe compiuto 29 anni.  La Politkovskaja si batté perché il suo assassino, Jurij Budanov, fosse condannato. Con lei, solo i famigliari di Elsa e il loro avvocato, Stanislav Markelov. Ora sono tutti morti, Elsa, Anna, Stanislav e pure il colonnello assassino (e forse stupratore, almeno a leggere l’autopsia, non il verdetto dei giudici), ammazzato pochi mesi fa a Mosca, dopo solo 8 anni di cella. A questa terribile e esemplificativa storia l’associazione Annaviva ha dedicato uno spettacolo teatrale (El’sa K.) in scena a Milano proprio nel quinto anniversario dell’omicidio Politkovskaja (senza colpevoli, malgrado i recenti arresti):

https://andreariscassi.wordpress.com/2011/09/26/elsa-k-678-ottobre-in-scena-a-milano/

Cinque anni passati invano. Senza la Politkovskaja e con Putin che torna al Cremlino. Lui d’altronde, il giorno dell’omicidio di Anna, compie gli anni, brinda insieme ai suoi sostenitori. Che sono però un po’ meno del passato. Il prezzo del barile è altalenante. E se la tv è stabilmente sotto controllo, la rete internet è ancora libera.

Cinque anni non sono in realtà passati invece invano, pensando che chi voleva mettere per sempre a tacere Anna non è riuscito nell’intento.  La Politkovskaja continua a parlare attraverso tutti coloro che non hanno lasciato cadere il suo testimone. A  Mosca, come a Londra, a Barcellona come a Milano. Nessuno l’ha davvero potuta dimenticare.

Ad maiora

FRA TRE SETTIMANE A MILANO IN SCENA “ELSA K.”. PER NON DIMENTICARE ANNA POLITKOVSKAJA

Tra pochi giorni, anzi fra tre settimane, saranno passati cinque anni dall’omicidio di Anna Politkovskaja.

Varie inchieste della magistratura russa hanno portato parecchie persone in carcere. Esecutori materiali o organizzatori. Molti scagionati al processo. Altri sono ora in cella, in attesa di andare a giudizio. Nessuno si è mai sognato di cercare i mandanti dell’omicidio della coraggiosa giornalista russa. Tanto da spingere il New York Times a scrivere che non c’è giustizia:

http://www.nytimes.com/2011/09/14/opinion/no-justice-for-anna-politkovskaya.html?_r=1&emc=eta1

A luglio, a Genova, nel corso della Settimana dei diritti, Vera Politkovskaja (insieme alla collega della Novaja Gazeta, Nadezhda Prusenkova) così parlava di sua madre Anna:

http://youtu.be/27cCRcE_LkI

Per non dimenticare Anna Politkovskaja, per onororare il quinto anniversario del suo omicidio, Annaviva e LattOria metteranno in scena a Milano “Elsa K.”.
Di seguito i dettagli. Prenotatevi! Venite!!

Ad maiora

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EL’SA K debutta a Milano in occasione dell’anniversario della morte della giornalista russa Anna Politkovskaja, assassinata il 7 ottobre 2006 sul portone della sua casa a Mosca, dopo essersi schierata contro la politica di Vladimir Putin e aver condotto una battaglia in nome della libertà di informazione e in difesa dei diritti umani.

L’opera teatrale, scritta da Andrea Riscassi per la regia di Alessia Gennari, narra la vicenda di El’sa Kungaeva, giovane cecena stuprata e uccisa dopo essere stata rapita da una pattuglia di soldati russi guidati dal colonnello Jurij Budanov. Di El’sa Kungaeva, del suo omicidio e della violenza consumatasi sul suo corpo si era a lungo occupata Anna Politkovskaja.

In scena tre voci. Una maschile, a riportare i fatti, i documenti, l’oggettività (vera o presunta) della vicenda raccontata, e due femminili, quella di El’sa e quella di Anna. Due voci femminili “in assenza”, corpi e voci della memoria e della storia.

A essere rievocato nel testo non è solo il caso di El’sa, così come non è solo il lavoro di Anna Politkovskaja: a ricrearsi, per frammenti, è la più ampia vicenda che riguarda il conflitto russo-ceceno e alcune fra le implicazioni politiche, sociali e umane di quella guerra ancora latente. El’sa e Anna, entrambe portatrici della propria verità e della propria tragedia, sono compresenti sulla scena ma non si parlano mai. Si evocano l’una con l’altra. Ognuna con le proprie parole, con la propria consapevolezza e umanità, permette all’altra di raccontare e raccontarsi entro un impossibile dialogo fra morti.

Mettere in scena questo dialogo è fare del teatro il luogo deputato per la memoria attraverso una finzione che si fa cruda e amara rappresentazione del reale. E’ fare del palcoscenico lo spazio del ricordo, della possibilità di una ricostruzione e ricomposizione della verità.

EL’SA K

Di Andrea Riscassi

regia di Alessia Gennari,

con Fabio Paroni, Sara Urban e Paola Vincenzi,

musiche di Federico Gon.

6, 7, 8 ottobre 2011 – ore 21

Teatro del Borgo

via Formentini 10, Milano

Per info e prenotazioni: saraurban@lattoria.it

TYMOSHENKO, DA TWITTER ALLA CELLA

Mentre tutto il mondo oggi aspetterà con ansia l’apertura delle borse per capire quanto peserà lo storico declassamento del rating americano, c’è un paese che attende con ansia l’apertura di una cella e l’udienza di un processo. Contro un politico. Accusato di “abuso di potere” e “corruzione”. L’Ucraina da venerdì ha un suo ex primo ministro in cella: è Julija Tymoshenko. A ore dovrebbe essere scarcerata. È finita in una camera di sicurezza non per i gravi reati per cui è imputata, ma per aver irriso la corte. Contestando la testimonianza dell’attuale primo ministro (il filo-russo Mikola Azarov) e twitterando, col suo Ipad, durante le udienze.

La bionda, leader della rivoluzione arancione (prima e unica donna a guidare il governo ucraino – in questo più avanti del nostro maschilista paese) è sottoposta a un processo tutto politico, dal retrogusto sovietico: la si accusa di aver firmato un contratto troppo oneroso per acquistare – nel gennaio del 2009 – il gas russo. I nuovi leader ucraini (amici di Putin) dimenticano forse che Kiev aveva due pistole alle tempie: da un lato i russi che avevano chiuso i rubinetti – pretendendo i soldi arretrati – dall’altro i paesi dell’Unione europea, a vario titolo dipendenti dal metano russo e poco sensibili verso le istanze ucraine.

Verrà ragionevolmente condannata, anche per escluderla dalle prossime elezioni.

È interessante però come la Tymoshenko, classe 1960, abbia usato il processo per continuare nella costruzione del suo personaggio. Utilizzando innanzitutto Twitter: http://twitter.com/#!/YuliaTymoshenko

I suoi 34 mila followers, venerdì hanno potuto seguire praticamente in diretta l’arresto (da noi Prosperini ebbe lo stesso onore con una tv locale).  Il suo ultimo cinguettio, datato 5 agosto attacca la corte: “Anche in questo caso, i pubblici ministeri hanno presentato una domanda per cambiare la misura preventiva di arresto”. Pochi minuti dopo sarà portata fuori dall’aula di peso e, malgrado il picchetto dei suoi sostenitori, trasferita in una cella di sicurezza.

La Tymoshenko ha talmente martellato la corte e i testimoni a suon di social network che i suoi tweet sono finiti addirittura tra le “carte processuali”.  La corte, presieduta da Kireijev Rodion, ha considerato più volte il linguaggio dell’imputata Tymoshenko come “inappropriato”. Lei per tutta risposta ricorda, via twitter, di averne chiesto la rimozione per “incompetenza”.

Sul social network, oltre a faccine e nomignoli, l’ex regina del gas ucraino, prende per i fondelli l’attuale presidente  (“Chiedono se su Twitter russo se c’è un culto della personalità Yanukovich. Vi è un culto. Ma non c’è personalità”), ma anche e soprattutto il magistrato, contro “questa marionetta nelle vesti di giudice” (“Sono in cerca di prove. In questo caso su Twitter. Io a Putin: Quanto per il gas? Putin: 450. ;))) Sto scherzando”).

A differenza di molti politici di casa nostra, la Tymoshenko ha capito la forza della rete e quanto il potere la tema: “Presto – scrive  a fine luglio – sarà aperto un procedimento penale contro Twitter. Impediranno di portare l’Ipad all’estero. Sanno che 140 simboli sono più potenti di 140 ufficiali”.

Ad maiora.