Domani avrebbe compiuto 52 anni. Li avrebbe trascorsi probabilmente in redazione a rispondere a centinaia di telefonate e mail. La sera l’avrebbe trascorsa con i figli e la nipote. Diventare nonna le sarebbe piaciuto. Non so se le sarebbero piaciute le Pussy Riot con loro concerto punk in una chiesa moscovita. Ma certo si sarebbe indignata per la condanna. E, a differenza di tanti di noi, invece di riflessioni ideologiche, avrebbe analizzato per filo e per segno (e ridicolizzato) la sentenza che ha condannato le tre ragazze a due anni di colonia penale e lavori forzati.
In questi giorni a Mosca rischiano un processo anche altri leader dell’opposizione, da Navalny a Udaltsov (dove gli sgherri putiniani sono arrivati a perquisire la società dell’opposizione). Anna, di perquisizioni e fermi di polizia ne aveva subiti parecchi. Non guidava l’opposizione, ma era – col suo lavoro di giornalisti – a tutti gli effetti una dissidente del regime putiniano.
Anna Politkovksaja domani non festeggerà coi figli (e nemmeno con la nipote che non ha fatto a tempo a conoscere e che è bellissima e porta il suo nome) il suo cinquantaduesimo compleanno. Il 7 ottobre di sei anni fa è stata infatti assassinata nell’ascensore di casa: cinque i colpi tutti a segno. Un killer davvero coraggioso contro una vittima indifesa e senza scorta. Malgrado minacce ed avvelenamenti, nessuna autorità aveva infatti pensato di fornire una scorta ad Anna. Chiunque sia passato da Mosca ne avrà invece notate a centinaia sfrecciare, a sirene spiegate, tra le trafficate vie della capitale. Scortano d’altronde i politici del regime, gli stessi che si sono guardati bene dall’andare al funerale della più grande giornalista russa degli ultimi anni (se ne dimenticarono anche i “politici” europei, salvo la rimarchevole eccezione del nostro Marco Pannella).
Per l’omicidio della Politkovskaja non si era d’altronde sollevato, contro il regime putiniano, quell’ondata di indignazione popolare e mondiale scattata per la vicenda delle Pussy Riot. Nemmeno la condanna dell’imprenditore Mikhail Khodorkovskij a una pena che viene allungata di lustro in lustro, solo per aver appoggiato forze politiche che si oppongono al partito-stato (Russia Unita), aveva smosso le coscienze. Nemmeno quelle dei suoi colleghi imprenditori russi o internazionali: business is business, d’altronde.
La Russia poi vendendoci il gas (che alimenta le nostre centrali, ma anche tanti nostri quotidiani) e non essendo gli Usa, ha sempre goduto di un certo occhio di riguardo.
Le Pussy Riot, con la loro sgangherata esibizione, hanno avuto il ruolo del bambino della fiaba di Andersen: quello che grida che il re è nudo. Grazie a quel grido si sono accorte di quel che sta accadendo in Russia le star della musica (anche Sting che poi, a suon di petrorubli, ha cantato per la sorella di Putin nella Sardegna, ormai colonizzata, come tante località marittime). A ruota è scattata la solidarietà dei fan e buoni ultimi anche i giornalisti hanno dovuto occuparsi di quelle tre ragazze diventate improvvisamente un caso internazionale. Altrimenti, la loro condanna sarebbe stata certo più pesante. In Russia in realtà pochi – salvo i militanti dell’opposizione – si sono schierati al fianco del gruppo punk e femminista: ma la tv ha svolto come sempre il suo ruolo di controllore sociale dipingendole come tre squinternate. Le balaclave colorate che indossavano (e indossano) sono invece diventate un simbolo di ribellione e di repressione, cui – non a caso – ha fatto riferimento Assange nel suo comizio dal balcone ecuadoriano.
Anna, quel simbolo, l’avrebbe certo apprezzato.
Domani sera (con appuntamento alle 19 in via Lazzaro Palazzi 7 a Milano) la ricorderemo in un aperitivo di Annaviva. Nel quale parleremo anche delle prossime iniziative per commemorarla e per ottenere la liberazione delle Pussy Riot.
Vi aspettiamo.
Ad maiora.
Russia
#FreePussyRiot. La repressione (a Est) qualche anno fa
La repressione Oltrecortina, qualche anno fa.
Bulgaria, 1959-1962.
“A quell’epoca non c’erano più “fascisti’, ma c’era sempre bisogno di nemici interni: su dava quindi la caccia ai ragazzi e alle ragazze non conformisti. In particolare a quelli che ballavano e si vestivano “come in Occidente”, vale a dire, per i maschi, con i pantaloni stretti. La polizia faceva irruzione nelle feste danzanti e chiedeva ai maschi di togliersi i pantaloni senza toccare le scarpe. Quelli che non ci riuscivano venivano portati via e selvaggiamente picchiati nei commissariati. Alla seconda “infrazione”, per misura di sicurezza venivano mandati in un campo di concentramento, senza mai essere citati a giudizio. Il campo di concentramento, a Lovetech, era una cava di pietra: la metà dei detenuti c’è morta grazie alle premure dei guardiani.”
Tzevan Todorov, Di fronte all’estremo (Garzanti)
Ad maiora
#FreePussyRiot. Appello al Parlamento Europeo
L’ong Avaaz, dopo la condanna delle Pussy Riot, lancia una mobilitazione perché il Parlamento Europeo intervenga sulla Russia:
http://www.avaaz.org/en/free_pussy_riot_free_russia_a/?bJCpFcb&v=17312
Questo il gulag putiniano dove trascorreranno il prossimo anno e mezzo:
http://www.lettera43.it/foto/campo-lavoro-colonia-khodorkovsky_4367561960_1.htm
Ad maiora
#FreePussyRiot. Non chiederanno la grazia. Ma rischiano di perdere la custodia dei figli.
Le Pussy Riot hanno scatenato una mobilitazione internazionale, mentre non hanno rianimato l’opposizione anti-putiniana. Solo in cinquecento hanno partecipato alla commemorazione del golpe del 1991:
Due delle tre ragazze condannate a due anni di carcere rischiano intanto di vedersi togliere i figli. Era già successo anche contro gli oppositori al regime bielorusso: http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/pussy_riot_a_rischio_la_custodia_dei_figli_mosca_replica_stesse_leggi_in_germania_gli_interventi_di_madonna_e_assange/notizie/214830.shtml
Non solo Pussy Riot comunque. In Russia nasce una commissione che deciderà quali notizie rilasciare ai media sulle tematiche ambientali:
http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=17406
Nel blog di Daniele Sensi sull’Espresso un po’ di reazioni di ascoltatori di Radio Padania Libera, per lo più filo-putiniane:
Le Pussy Riot comunque non chiederanno la grazia:
http://www.ilpost.it/2012/08/20/le-pussy-riot-non-chiederanno-la-grazia/
Ieri, al temine del suo intervento dal balcone dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, anche Assange si è schierato al loro fianco:
Ad maiora
Da Camilla a Nadia, le icone (femminili) della rivolta
Donne, giovani, carine, con occhi magnetici e senza paura del potere.
Sono queste le icone che bucano il muro dei media, che entrano nell’immaginario collettivo mondiale.
Come la cilena Camilla Vallejo (leader del movimento studentesco di Santiago) e la russa Nadia Tolokonnikova (la Pussy Riot del “No Pasaran!”).
Se siete minatori neri del Sud Africa e vi sparano contro, vi dimenticheranno prima che il vostro sangue vi si sarà seccato nelle vene…
Ad maiora.




