L’Onu qualche anno fa lo definì uno dei quartieri più pericolosi del mondo. Fu forse anche per questo che tra il 2005 e il 2007 questo comune (staccatosi amministrativamente dalla capitale Port-au-Prince) fu messo a ferro e fuoco dai soldati – brasiliani – della missione militare delle Nazioni Unite (Minustah): i morti furono decine.
Qui d’altronde spadroneggiavano le bande armate e c’era addirittura una pista d’atterraggio clandestina per l’arrivo di aerei dei narcos. Gli arresti furono 800 e il quartiere da allora e’ sempre degradato (sono praticamente tutti disoccupati) e violento, ma meno di un tempo.
Sorge tra l’aeroporto internazionale e il mare. Un mare bellissimo, che qui e’ un tappeto di immondizia.
Tutta la baraccopoli e’ invasa dall’immondizia.
Non c’e’ un vero e proprio sistema fognario, ma molti degli scarichi della capitale sfociano qui, dove vivono circa 100mila persone.
Alcune, avendo avuto la baracca terremotata vivono ancora in tenda. Avsi (presente massicciamente in questa zona devastata) sta studiando come creare unita’ abitative per queste persone. Senza deludere quanti vivono in baracca, senza farli sentire “meno fortunati” degli altri.
I lavori sono comunque cominciati, per le case come per le scuole (alcune sono già funzionanti, ma qui sono crollate quasi tutte durante il terremoto: non so neanche dove realizzeranno i seggi per le ormai prossime presidenziali).
Una delle tendopoli fuori dalla Cite Soleil sorge sotto un campo da calcio, che un ricco signore locale sta costruendo. Viene realizzato un po’ sopraelevato rispetto alle tende.
Quindi ad ogni pioggia (diluvia spesso qui), su queste persone arriverà ancora più acqua, saranno ancora più sommerse dal fango.
Ad maiora.
Month: ottobre 2010
Vita ad Haiti: i germogli
Avevo promesso un pezzo sul futuro agricolo di Haiti. Poi, travolto dall’emergenza colera, mi sono occupato di altro. Ma quando anche questa emergenza finira’ – prima che arrivi la prossima – da qualche parte bisognerà ripartire.
L’ong Avsi crede che proprio lo sviluppo agricolo possa dare le basi di una salvezza. Per questo, nel sud dell’isola, lavora sulla riforestazione. Federico Borrelli, giovane e appassionato agronomo, guida la missione che fa lavorare parecchie persone e che cerca di impedire l’erosione dell’isola.
Qui, per fare carbonella, praticamente tutti gli alberi sono stati tagliati. E ogni volta che piove, le montagne si sciolgono e le strade si riempiono di sassi e detriti.
Quindi gli alberi.
Ma anche educazione per un’agricoltura che permetta una dieta più equilibrata. I bambini in queste zone sono spesso denutriti o mal nutriti. Avsi ha un protocollo che non si limita a fornire cibo (qui la base e’ riso e fagioli) ma segue le famiglie con bambini denutriti e prova a proporre un diverso stile di vita agricola: con animali da cortile (polli e conigli) e una differenziazione delle colture.
Solo il tempo dirà se questi germogli daranno i loro frutti.
Ad maiora.
Piccole cronache haitiane: l’ospedale cubano
Nel sud dell’isola c’è un ospedale costruito dal ministero della salute cubana.
Il medico cubano (che non vuole le telecamere) ci mostra l’astanteria e le sale degenza per uomini e donne. Ci presenta anche l’infermiera – cubana anche lei – che presto sparisce dietro una porta. Non va a curare pazienti. Qui non ci sono pazienti. Il medico e l’infermiera sono qui da un mese pronti a lavorare. Hanno medicinali e buona volontà. Manca pero’ ancora l’autorizzazione ad aprire, dal ministero della salute haitiana. Occorre l’inaugurazione. Speriamo che nell’ambio delle dispendiosa campagna elettorale, qualche politico trovi il tempo di passare di qui, di tagliare il nastro e vedere entrare i primi pazienti. Se davvero l’epidemia di colera si espandesse a macchia d’olio, avere ospedali, pronti ma chiusi, sarebbe un delitto.
Ad maiora
Vita ad Haiti: l’acqua di Les Cayes
Lasciamo per qualche ora Port-au-Prince e ci dirigiamo a sud, verso Les Cayes. L’emergenza colera è distante da qui, ma ci sono riunioni su riunioni per prepararsi all’impatto. Obiettivo: individuare un’area, pianeggiante e asciutta dove organizzare la quarantena. Compito non semplice in un’area umida come questa.
Non sarà facile comunque fermare l’epidemia. In assenza di acqua corrente nelle case, la vita si concentra su rigagnoli e fiumi. Che spesso fanno sia da discarica che da bagno pubblico.
Avsi e tutte le ong che sono presenti qui ad Haiti stanno provando a spiegare a tutti quali le precauzioni da prendere per evitare il contagio, Ma al momento sembrano rimanere inascoltate. Qui d’altronde il colera manca da un centinaio d’anni e quindi non c’è abitudine a “trattarlo”.
Bisognerebbe anche capire come è arrivato su quest’isola bella e sfortunata. Per nove mesi, dal terremoto in avanti, c’erano state altre malattie, ma mai il colera. Ora che c’è nelle tendopoli rischia di fare una strage.
Ora guardate questa immagine. Spiaggia lunghissima, mare caldo, palme a fare da sfondo. Haiti è anche questo e un tempo qui arrivavano i turisti. Ora tutto ciò è inimmaginabile. O meglio è pensabile solo oltre frontiera, nella repubblica domenicana.
Qui tra colera, terremoto e guerre civili, difficile che qualcuno venga presto a fare il bagno in queste acque.
Il rilancio qui potrà passare dall’agricoltura. Ma di questo magari parliamo domani.
Ad maiora.
Liberta’ di stampa vo’ cercando (note a margine della classifica di Rsf)
La classifica resa pubblica oggi da Reporter Sans Frontieres sulla liberta’ di stampa offre una serie di spunti che vanno al di la’ del mero posizionamento “azzurro”.
Il mio occhio e’ caduto sui Paesi che conosco meglio.
Partiamo dall’Africa. Ultima della classifica e’ l’Eritrea (178esima con 105 punti, i paesi migliori hanno 0 punti). Il Paese da cui, dopo un sanguinoso conflitto, si e’ staccata (l’Etiopia) sta leggermente meglio (139esima in classifica, 49,38 punti) ma e’ comunque nella parte bassa della classifica. Mette tristezza pensare a tutte quelle ragazze e quei ragazzi morti nella guerra di liberazione (e, più recentemente, in un assurdo conflitto geografico, per fazzoletto di sabbia) per un Paese ridotto cosi’ dalla sua dirigenza.
Anche le due parti in cui e’ divisa Cipro hanno un destino diverso, sul fronte dell’indipendenza dei giornalisti. La Repubblica di Cipro e’ al 45esimo posto (13,40) mentre Cipro Nord e’ ferma al 61esimo posto (17,25 punti). Dai protettori turchi i giornalisti stanno anche peggio: Ankara e’ al 138esimo posto (49,25).
Un’altro Paese spezzato in due ha delle belle differenze tra Nord e Sud: la Corea. Quella del Sud e’ 42esima in classifica (13,33), mentre il regime del Nord e’ penultimo (177esimo, con 104,5 punti). Li’ decisamente e’ meglio cambiare lavoro…
Vediamo i paesi ex sovietici. I tre baltici si dimostrano parecchi passi più avanti di tutti gli altri; l’Estonia e’ nona (2), la Lituania undicesima (2,50) e la Lettonia trentesima (8,50).
I peggiori sono gli Stan ex sovietici: dal basso verso l’alto, il Turkmenistan e’ 176esimo, l’Uzbekistan 163esimo e il tanto decantato Kazakistan (“Andateci a fare le vacanze”, diceva qualcuno) e’ 162esimo.
L’Ucraina ora al 131esimo posto si e’ avvicinata alla Russia (140esima): Putin può dirsi soddisfatto.
Sul fronte degli slavi del sud, i paesi più frendly verso i giornalisti sono Slovenia (46esima, 13,41 punti) e Bosnia e Erzegovina, al 47esimo posto (malgrado il recente conflitto e’ messa meglio dell’Italia, e la notizia non ha bisogno di commenti).
I peggiori, tra l’ex Jugo, il Kosovo (92esimo posto) e il Montenegro (104esimo). Podgorica – buon ultima – si e’ resa indipendente da Belgrado. Ma in Serbia (85esima) i giornalisti stanno meglio che in Montenegro.
Ad maiora.
