Month: aprile 2010

Mosca, parla Khodorkovskij

Michail Khodorkovskij, l’ex magnate del petrolio, uno dei russi più ricchi fino a che si è opposto al regime putiniano, ha parlato oggi al secondo processo istruito a Mosca contro di lui. Il magnate, condannato a otto anni di carcere per evasione fiscale, è intervenuto a sua difesa.

L’attuale processo è per appropriazione indebita. Per la procura russa sarebbero 25 i miliardi di dollari che il magnate avrebbe sottratto all’azienda da lui guidata, la Yukos (sbranata da aziende statale russe, con la complicità anche di società parapubbliche italiane).

Khodorkovskij nell’udienza odierna si è difeso respingendo tutte le accuse, anche in modo teatrale. Colui che si può considerare un “prigioniero politico” (visto che altri oligarchi, amici dei potenti russi, continuano a fare il bello e cattivo tempo) ha definito le accuse ai suoi danni “idiote”, “assurde” e “selvagge”. L’ex magnate ha parlato di schizofrenia giudiziaria” con accuse molteplici, contro di lui che, a suo avviso, “si escludono a vicenda”. Khodorkovsky ha ricordato al giudice che il petrolio greggio è un liquido nero che può essere versato da un contenitore all’altro. Egli ha aggiunto che, mentre i diritti di proprietà non possono essere versati da un contenitore all’altro, possono essere trasferiti ai sensi di un contratto. Per questo ha fatto collocare al suo avvocato due barattoli contendenti entrambi liquido nero. Tra lo stupore di corte e pubblico, ha invitato il suo legale a vendergli la proprietà del petrolio, scambiando il diritto di proprietà con una cambiale dal valore di un rublo. I vasi sono rimasti sul tavolo. Khodorkovskij ha informato la Corte che, mentre i diritti di proprietà aveva cambiato le mani, il petrolio greggio è rimasto sul tavolo nel barattolo. Il giudice ha ordinato i vasetti di essere rimossi dal tribunale, dicendo che non ha trovato nulla di divertente nell’avere “liquido infiammabile” in un’aula di tribunale con una sola uscita. Khodorkovskij ha detto alla corte che ha cercato attraverso questo semplice esempio di dimostrare l’assurdità delle accuse.

Se condannato, Khodorkovkij rischia altri 22 anni di carcere.

Ad maiora

Perché la farfalla Rai torni a volare

Prima di iniziare a recensire il libro di Gilberto Squizzato “La tv che non c’è” (Minimum fax, 2010), una premessa personale e necessaria.

Conosco Squizzato da vent’anni. Nel 1991 cercava giovani redattori da inserire nella nuova trasmissione “Europa” (che sta per chiudere in queste settimane, ma era già morta da tempo: i funerali sindacali si sono svolti a esequie già avvenuti) e dal Corriere (dal gruppo di Raffaele Fiengo, per l’esattezza), fui indicato io. Avevo 23 anni e da quattro anni bazzicavo i corridoi di via Solferino. Rispetto agli altri che vennero a “fare il provino” avevo qualche conoscenza televisiva in più, dato che da qualche mese curavo il tg di Lombardia7 (la dirigeva Paolo Romani, ora sottosegretario berlusconiano).

A Gilberto devo quindi il mio arrivo nell’azienda per la quale ancora oggi lavoro (dal 1991, con una pausa che mi fu imposta dalla politica nel 1994, ai tempi del primo governo di SB). Devo soprattutto quel poco che ho imparato di televisione. È, a mio modesto avviso, una delle persone che maggiormente conoscono la macchina televisiva nel nostro paese.

Da anni è lasciato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo (malgrado anche una sentenza della magistratura) a fare la muffa in un piccolo ufficio che è proprio sopra il mio: del suo caso, con un aplomb tipicamente britannico, parla in una nota a pagina 200 del volume. Nelle more di questa sua forzata inattività, Squizzato svolge in questo libro un lavoro immane. Propone uno schema di nuova governante della Rai. Non fa proclami ideologici e non lancia suggerimenti generici. No, disegna un possibile nuovo consiglio d’amministrazione (di 16 membri, come una volta), un nuovo amministratore delegato e un direttore generale editoriale che guidino la Rai. Una azienda che Squizzato sogna abbandonata dalla politica che ormai ne occupa tutti i gangli vitali. Sicuro che il Palazzo non farà da solo un passo indietro nell’occupazione del servizio pubblico, Gilberto invita nelle ultime pagine a una rivolta dal basso, fatta dai telespettatori.

Squizzato affronta anche il tema del finanziamento, negando l’ipotesi (caldeggiata da larghi settori dell’opposizione “democratica”) di smembrare la Rai, vendendone due canali, per lasciare il “servizio pubblico” relegato a Rai3. Anzi, il collega chiede un vero federalismo che renda la terza rete voce di quel territorio ormai scomparso da un’azienda completamente romanizzata (persino nelle fiction, malgrado le feste padane per un annunciato a mai realizzato sbarco di Rai2 a Milano).

Squizzato parla più della programmazione generale della Rai che del telegiornale in particolare. L’opinione pubblica, lo si capisce nel suo testo, viene più influenzata da un modo di proporre la realtà che traspare più nei programmi leggeri che in quelli “informativi”. Programmi sempre più spesso condizionati da una cultura americana, spesso lontana dalla nostra realtà. Ma ormai, come scrive «un ragazzo italiano, dopo una quantità smisurata di ore passate davanti alla tv, conosce tutta la geografia degli Usa, al punto che potrebbe viaggiare dall’Ohio alla California al Massachusset sentendosi quasi perfettamente a casa propria: ma quello stesso giovane non sa nulla di Orvieto, di Cefalù, di Luino e crede che il mondo sia un’immensa metropoli americana, che la verità sul delitto e sul male si possa scoprire solo con le tecniche di CSI, che i veri medici siano eroi solitari come il dottor House, mentre le adolescenti si persuadono che l’amore si possa vivere solo all’americana, come le protagoniste di Sex and the city. È una questione moralistica? No, è una questione di formazione del gusto, di capacità di lettura critica del reale».

Come d’altronde scrive Beppe Giulietti (parlamentare di Articolo 21) nell’introduzione, «proprio perché la Rai è pagata da tutti, dovrebbe essere il luogo dove dare cittadinanza e possibilità di espressione a tutti quei linguaggi, quelle identità, quelle diversità che altrove non trovano ospitalità, perché considerate ostili, non in linea con le volontà dell’editore, non utili alla raccolta pubblicitaria». Squizzato nel volume racconta la vicenda di una vecchia trasmissione “Di tasca nostra”, chiusa su pressione degli inserzionisti, chiedendosi quanto controllo eserciteranno su tv privati e giornali quegli inserzionisti che ormai dettano legge anche nei palinsesti. Il sogno di Squizzato (ma chi non sogna un futuro migliore?) è quello di un’azienda che riprenda in mano il suo destino, che torni a produrre tv anziché delegare ai venditori di format (alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo come fa Gilberto) sono di proprietà del concorrente. È un format persino In mezz’ora dell’Annunziata: un tavolo, due sedie, un cronometro e un’intervista.

Tanto è esternalizzato in Rai, coi risultati che avete sotto gli occhi ogni sera e nelle orecchie se ascoltate la radio (in Mediaset lo è meno come ha rivelato il recente sciopero contro l’esternalizzazione del trucco). «Sarebbe come se il Corriere della sera avesse mantenuto solo la proprietà della tipografia e degli apparati commerciali appaltando il lavoro redazionale a società esterne, magari a un’agenzia formata da giornalisti di Repubblica», sottolinea con acume Squizzato che parla di creatività privatizzata e precarizzata.

La sfida che lancia il libro è anche a una riscrittura dei canali in vista della digitalizzazione (che come ricorda Squizzato non può essere solo nella trasmissione ma anche nella realizzazione, al momento invece ancora – incredibilmente – analogica) che dovrebbe essere sfruttata per ridare un senso a quel concetto di servizio pubblico, al quale Gilberto non ha dedicato solo questo libro, ma tutta la sua vita. Nella speranza, che la farfalla Rai torni a volare.

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Gilberto Squizzato

La Tv che non c’è

(Come e perché riformare la Rai)

Minimum fax

Roma, 2010.

Pagine 239

13 euro

Come ti impacchetto il delitto

“Sgozzata vicino alla villa di Clooney”; “Donna sgozzata vicino alla villa di George Clooney”; “Ragazza uccisa vicino alla villa di Clooney”; “Cadavere vicino a villa Clooney”; “Sgozzata vicino alla villa di Clooney”.

Titoli dei giornali tutti uguali oggi, spesso accompagnati dalla stessa foto della residenza comasca dell’attore americano. Per cercare di vendere qualche copia in più, si tenta di abbinare l’inabbinabile. Laglio esisteva prima ed esisterà anche dopo Clooney. E accostare il delitto alla bella casa del bel tenebroso, farà scattare i commenti al bar, ma niente più.

Se poi andate a leggere l’articolo, scoprirete che la giovane donna è stata uccisa più a nord, e trascinata per due giorni dalle correnti verso Laglio, verso la casa di George Clooney, per la gioia dei titolisti (omologati) dei giornali. A leggere ancora meglio, il cadavere, sgozzato, è stato rinvenuto vicino al Municipio, più che a Villa Oleandra. Ma tant’è. Il tutto va mixato con un famoso titolo di un film.

L’importante è impacchettare la notizia di cronaca in modo che possa avere in sé anche un po’ di gossip e perché no, risvolti cinematografici. In tutto questo, la vittima viene messa ancora una volta in ombra. Se fosse stata trovata a Ossuccio, nessuno se ne sarebbe occupato.

Ad maiora

Kamikaze a 17 anni: una sconfitta per tutti

«Ora il sogno di vendicarsi da sole per la perdita dei figli, dei mariti e dei fratelli è la massima ambizione di migliaia di madri, mogli e sorelle. E non perché lo esigano l’islam o gli adaty (le norme di vita tradizionali), ma perché non hanno altra scelta. Nella zona delle “operazioni antiterrorismo” la gente è condannata a farsi giustizia da sé, perché malgrado la presenza di tanti soldati armati non esiste nessuna tutela dei più elementari diritti umani». Così scriveva la compianta Anna Politkovskaja dopo l’assalto al teatro Dubrovka.

La foto che viene fatta circolare oggi dal quotidiano russo Kommersant su una delle due kamikaze che si sono fatte saltare nella metropolitana di Mosca mette i brividi, anche ripensando alle parole di Anna/Cassandra.

Jennet Abdurakhmanova, aveva 17 anni ma era già vedova del leader della guerriglia daghestana Umalat Magomedov, ucciso in un operazione di polizia a capodanno. La foto dei due, entrambi armati, racconta l’insuccesso della strategia putiniana (e del suo omologo tecnocrate ora al Cremlino). Non è stanandoli nel cesso o cercandoli nelle fogne (per usare il linguaggio del premier russo, con due frasi a distanza di 10 anni che segnano una stagione politica terrificante), e nemmeno usando metodi più crudeli (per citare quello che Napolitano aveva chiamato l’uomo nuovo, Medvedev) che si risolverà la crisi caucasica. Anche l’altra kamikaze, cecena, ventenne, era una “vedova di Allah”: il marito era il guerrigliero ceceno Said-Emin Khazriev. Cito ancora la Politkovskaja e una delle sue ultime interviste nelle quali raccontava il suo incontro con le kamikaze nel teatro Dubrovka: «Si diceva che le vedove nere non volessero morire. Niente affatto. Avevo parlato con loro. In Cecenia c’era stata quasi una gara tra le donne per poter andare al Dubrovka. Volevano vendicarsi. È una verità crudele. Si è detto che erano state costrette, drogate. Nulla di tutto questo. Avevo parlato con loro, avevo parlato con quelli che avrebbero voluto far parte di quel commando e non ci erano riusciti. Sognavano il Dubrovka, ciascuno per un motivo personale. In Cecenia, la sorella per un fratello spesso è più importante della moglie. Al Dubrovka c’erano molte sorelle i cui fratelli erano stati rapiti. Pensavano di vendicarsi così».

Una vendetta atroce e deplorevole come quella che ha colpito 40 (a tanto sono salite le vittime del duplice attentato moscovita) innocenti. Frutto di una cecenizzazione della Russia che la giornalista assassinata da sconosciuti nel cinquantaquattresimo compleanno di Putin, aveva invano denunciato come rischio. Poco prima di essere assassinata aveva scritto per la Novaja, un articolo di Islam Suschanov, che lei definiva “terrorista” tra virgolette: nato nel 1984, studente modello di scultura, accusato nel 2002 di “atti di terrorismo” che veniva convinto a confessare. Condannato a 14 anni di carcere duro per il classici “reati ceceni”: banditismo, terrorismo, formazioni armate illegali. Rinchiuso in isolamento, senza libri né la possibilità di pregare, compie atti di autolesionismo per fare riesaminare la sentenza, ma intanto subisce punizioni su punizioni, in quanto “incline all’evasione”. Scrive Anna: «Cosa vogliamo davvero noi da Suschanov e da tutti questi rastrellati? Che crepino nelle carceri? Perché non possono pregare? Vogliamo obbligarli a pregare di nascosto e che finiscano per diventare degli integralisti? O che dimentichino le preghiere che hanno imparato nell’infanzia e si mettano a recitarne di nuove? Se Suschanov uscirà, sarà nel 2017, a trentaquattro anni. Gli altri rastrellati della sua generazione lasceranno le carceri più o meno nello stesso periodo, a un’età compresa fra i trentacinque e in trentasette anni. Si presenteranno alla società da non sposati. Senza figli, un’istruzione, una professione. Ma con una grande rabbia dentro: una vita rovinata, nessuna giustizia. Temo l’odio di quei ragazzi. E temo ancor di più chi con la violenza costringe i propri simili ad accumularne».

Anna ha pagato con la vita queste sue riflessioni sulla repressione militare in Caucaso, una repressione inutile visto che a dieci anni dalla discesa in campo di Putin, gli attentati non si sono fermati, la rabbia continua purtroppo ad alimentarsi. Come per l’Irlanda del Nord occorrerebbe un percorso politico, per affrontare una crisi che altrimenti rimarrà tra i due forni, del nazionalismo russo e dell’islamismo più radicale. Capace di mandare a morire e a uccidere, ragazze di soli 17 anni.

Ad maiora

Il (temporaneo) ritorno di Fiammetta

La faccia sorridente, l’imbarazzo di fronte alle domande dei giornalisti e ai numerosi flash. L’abbraccio col figlio e con i genitori. È stato questo il primo ritorno a casa di Fiammetta Cappellini dopo il terremoto di Haiti. La responsabile dell’ong Avsi a Port au Prince a gennaio, quando il sisma ha raso al suolo la metà haitiana dell’isola, aveva dovuto rimpatriare il figlio, affidato alle cure dei nonni materni (bergamaschi).

L’immagine di lei che piange all’aeroporto mentre si separa dal piccolo Alessandro ha fatto il giro di tutte le televisioni italiane. Il classico bivio che deve affrontare chi fa del volontariato il proprio lavoro: doversi occupare degli altri, prima che della propria famiglia. Per Fiammetta, come ha ripetuto ieri, la scelta è stata inevitabile, ma ora ha annunciato la volontà di riportare Alessandro “a casa”, dove per casa si intende Haiti.

Dopo un can-can mediatico durato due settimane, l’informazione italiana ha dimenticato Haiti. Non così hanno fatto le organizzazioni non governative che, fortunatamente, continuano a lavorare per il prossimo anche lontano da politici e telecamere.

Avsi, giusto per fornire un esempio ha ad Haiti 9 espatriati (cooperanti, professionisti, aggiungiamo noi), e 125 persone di staff locale. Fiammetta Cappellini, rientrata per queste feste pasquali ha detto: «Sono impressionata dall’ordine che si vede qui. Contrasta moltissimo con la distruzione e il caos che ci sono ancora a A Port au Prince dopo il terremoto del 12 gennaio. Ringrazio tutti coloro che ci hanno sostenuto e ci stanno sostenendo per questa emergenza. Purtroppo non è ancora finita. Non ancora tutte le persone hanno un riparo dignitoso, e la vita della gente, specie la più povera, deve ancora riprendere».

Pensateci mentre siete in giro per queste vacanze pasquali.

Ad maiora