Month: aprile 2010

Chiedere a Putin: chi ha ucciso la Politkovskaja?

Il momento più incredibile della mia giornata al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, e’ stato l’incontro prima del panel con Vitaly Yaroshevski, vice direttore della Novaja Gazeta. L’avevo intervistato ad agosto nel corso del primo viaggio di turismo responsabile.
Mi presento, ma lui palesemente non si ricorda di me, il mio nome non gli dice nulla. Ma quando cito Annaviva, sorride ed esclama “Annaviva, of course!“. A chi ci chiede, chi ce lo fa fare, questa scena potrebbe dare una buona risposta.
Il vice direttore del giornale per il quale lavorava Anna Politkovskaja, e’ intervenuto, insieme a Lidia Yusopova di Memorial e al sottoscritto (moderati da Marcello Greco, del Tg3 ma anche tra gli organizzatori dell’evento). Il tema era la libertà di stampa in Russia.
La platea, tantissimi studenti (italiani per lo più) di giornalismo. Alla fine i due esponenti della società civile russa erano stupefatti di quanto interesse susciti da noi la storia di Anna, delle violazioni dei diritti umani nell’ex Urss e delle minacce alla libertà di stampa da quelle parti.
Forse, alla fine, siamo solo tutti preoccupati che anche da noi si possa arrivare a questa deriva. Ma da noi gli anticorpi sembrano fortunatamente essere ancora attivi.
Yaroshevski nel suo emozionante intervento ha invitato i giornalisti italiani a porre alle autorità russe che arrivano in Italia, domande sulla Politkovskaja e sugli altri giornalisti assassinati. Putin sta arrivando a Milano. Speriamo che qualcuno gli renda un po’ indigesta la gita italiana.
Ad maiora.

La democrazia arancione (di Matteo Cazzulani)

Chi come me ha il privilegio di fare il giornalista  dà una valutazione dei paesi dove è mandato a seguire gli avvenimenti anche in base a sensazioni personali. È forse un modo superficiale di agire, di capire quel che accade. Perché in base a quelle valutazioni, di pelle, impostiamo poi i nostri reportage, i nostri racconti.

Personalmente mi affido alle sensazioni, alla percezione che ho della mia stessa libertà di azione. A Kiev da molti anni ho l’impressione di essere in un paese libero. A Mosca e a Minsk no. In queste capitali ex sovietiche si ha ancora la sensazione di essere in libertà non perché sia un tuo diritto, ma perché le autorità non hanno deciso il contrario.

In una delle notti elettorali me ne stavo tornando tranquillamente al mio appartamento. Attraversavo in solitaria il Majdan, la piazza della Rivoluzione arancione (dei cui valori questo libro è intriso). Alle orecchie la musica dell’immancabile Iphone. Guanti e cappello per la temperatura abbondantemente sotto lo zero. Qualcuno mi picchietta sulla spalla e sobbalzo perché Lady Gaga  a tutto volume mi stava isolando dall’ovattata notte di Kiev. Era un poliziotto che mi chiedeva i documenti. Giovanissimo, aria burbera. Si accontentava di sfogliare velocemente il mio passaporto prima di farmi proseguire il cammino. Di fronte alla dichiarazione che ero un giornalista, aveva abbassato le difese. In altri luoghi mi sarei ben guardato da raccontare la mia professione. In Ucraina invece non percepisco questo pericolo. Qui, come racconta a più riprese Matteo Cazzulani in questa interessante analisi di storia ucraina (ed europea) i giornalisti di opposizione, nel recente passato, sono stati decapitati. E non in senso metaforico.

Eppure ora il clima è cambiato. Chiunque vinca le elezioni. La rivoluzione arancione, che i tromboni di tutta la vecchia Europa, danno per sconfitta, ha portato un vento di libertà che al momento non sembra possibile fermare. Certo, quella piazza che attraversavo la sera del voto era desolatamente vuota. La gente che cinque anni fa la riempiva è rimasta a casa a guardarsi i risultati. Il disincanto verso la politica è stato fortissimo in questo bellissimo paese nel quale, nel 2004, un milione di persone è sceso in piazza per dire sì alla democrazia e no ai brogli, alla corruzione, al potere di pochi. La marea arancione ha portato la democrazia, l’alternanza al governo. Ma non ha cambiato l’oligarchia del paese, che rimane drammaticamente nelle mani di un nucleo ristretto di potenti.

I leader politici della rivoluzione hanno fallito. Non sono stati capaci di governare assieme. Hanno consegnato il paese ai filorussi che avevano sconfitto, in piazza e nelle urne, cinque anni prima. Il perché lo spiega Cazzulani, esperto e appassionato come me di questo mondo che si trova oltre il Muro di Schengen. Gli ucraini si sentono europei, anzi, sono europei. Eppure a Bruxelles nessuno li considera come tali. Qualche giorno fa ho sentito con le mie orecchie l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi, ipotizzare un futuro ingresso della Russia nell’Unione europea, escludendo invece una possibile adesione ucraina. Misteri della politica fatta coi gasdotti anziché col cuore.

L’Europa ha chiuso la porta in faccia a Kiev. Mentre Mosca è riuscita a far tornare questa nazione sorella (gli amici, recitava una vecchia barzelletta sovietica si scelgono, i fratelli no) nella sua area di influenza. Lo ha fatto col ricatto energetico. Ricatto del quale noi europei siamo stati non solo partecipi, ma addirittura complici. Germania e Italia hanno lavorato fianco a fianco con la Russia per togliere di mezzo gli ucraini, mettendo le basi per futuri gasdotti: così nel futuro non passerà più sul territorio ucraino il flusso di gas diretto alle nostre case.  La colpa di Kiev? Non accettare che il prezzo del gas russo lievitasse in base alla sua scelta di campo occidentale.  Ma nell’Europa ufficiale (dove si decantano le radici cristiane del continente) nessuno vuole questi ucraini che pure della storia del Vecchio Continente hanno cercato di far parte, malgrado Zar e Pcus.

Cazzulani in questo libro spiega bene questi anni tormentati della politica ucraina. L’instabilità che leggerete è dettata anche dal fatto che questa è una terra di confine tra due mondi contrapposti. Vi potrà sembrare complicata. Ma è sicuramente più interessante e più libera che la politica russa, dove è tornato de facto il monopartitismo.

Chiudo queste mie poche riflessioni introduttive con un altro racconto personale, questa volta ambientato a Mosca. Manifestazione non autorizzata dell’opposizione per rivendicare l’applicazione dell’articolo 31 della Costituzione russa che dovrebbe tutelare il diritto a riunirsi e manifestare liberamente il proprio pensiero. In piazza Triumphalnaja arriva Lyudmilla Alaxeyeva,dissidente 82 enne (che di lì a poco avrebbe ricevuto il premio Sakharov del parlamento europeo e sarebbe stata arrestata nel corso di un altro presidio vietato). Mi avvicino. Un collega russo mi fa presente che non posso intervistarla senza un apposito tesserino di riconoscimento. Indietreggio. Si avvicina un altro giornalista. Nego a questo punto di essere un collega e mi spaccio per turista italiano. Mi invita allora a spostarmi perché sta per succedere qualcosa. Due uomini sollevano un missile di cartone col quale invitano tutti a lottare per la libertà di espressione. Tempo due sono circondati dalle forze speciali, caricati ed arrestati. Insieme a loro, assisto al fermo di altri ragazzi che semplicemente cantano o esprimono il loro pensiero innalzando cartelli.

Torno in albergo, contento di essere libero. Accendo la tv. Guardo il principale tg, Prviy Canal. Degli arresti non si parla. Della manifestazione non autorizzata e repressa dagli Omon nemmeno. Chi non era fisicamente presente non sa che cosa sia successo. L’opposizione è cancellata. Resa invisibile.

Per questo continuo a sognare che un giorno sventoli, anche solo per breve tempo, qualche bandiera arancione sulla Piazza Rossa.

Ad maiora

L’amore, Dania, Putin e la neve

Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja. “Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.

L’Infinito edizioni ne ha parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

 

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti… “Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!

E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i russi considerano i ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi? Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un’attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa. La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com

L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it)

La partita a scacchi kirghisa

Come mi facevano notare giustamente ieri delle studentesse russe a Gargnano, il silenzio dei media tradizionali italiani su quanto sta accadendo in Kirghizistan è assordante. Cerco di ovviare con questo piccolo contributo.

Per quanto, le due parti (il presidente deposto, che si è rifugiato nel sud del paese, e il governo provvisorio, nominato dagli insorti) si minaccino a suon di slogan e di colpi di kalashnikov, sarebbero in corso trattative.

L’attuale situazione porta infatti ai rischi di uno scollamento di questa repubblica sorta dalle ceneri sovietiche.

Il sud del Kirghizistan è a maggioranza uzbeka, in crescita sia a livello economico che demografico. La precedente rivoluzione “colorata” era partita da qui, mentre questa ha visto questa parte del paese, dapprima silenziosa e ora schierata a favore del presidente quasi deporto Bakijev. Il nord, khirgiso e più povero, ha dato il là alla rivolta che ha portato a questa sorta di colpo di stato (o di rivoluzione, se intendiamo con questo termine l’abbattimento “popolare” di un regime) che ha provocato la morte di 83 persone.

Nel Kirghizistan meridionali gli oligarchi sono ora preoccupati di perdere il potere conquistato dopo aver finanziato la rivoluzione dei tulipani e dettano ora le condizioni ai nuovi poteri forti. «Pretendiamo norme in grado di garantirci tutti i diritti economici e politici», ha detto, senza mezzi termini, il magnate Kadjrschan Batjrov. Pretendiamo, non chiediamo. Parole non pronunciate per caso. Mentre il presidente deposto arringa la folla di suoi sostenitori, chi ha finanziato la sua ascesa, cerca di mantenere un posto nella spartizione dei prossimi affari. È anche vero che il governo provvisorio è guidato da Rosa Otumbaeva, che ha partecipato attivamente all’altra rivoluzione e che si era allontanata dal gruppo di potere (del quale aveva comunque per qualche tempo, fatto parte, come ministro degli esteri).

Intanto, nella capitale kirghisa Bishkek, il ministro ad interim della giustizia Beknasarov minaccia di arrestare il presidente, ma in realtà quest’ultimo starebbe trattando le sue dimissioni in cambio di un’immunità per lui e per i suoi famigliari. Le dimissioni di Bakijev sono necessarie per dare un seguito costituzionale a questa crisi “rivoluzionaria”. Il Kirghizistan è infatti una repubblica presidenziale. In caso di impedimento del Capo dello Stato le responsabilità passano (come è avvenuto in questi giorni in Polonia, dove domani verrà comunicata la data delle elezioni) al presidente della Camera che indice nuove elezioni. Un passaggio di poteri ora è però impossibile: il presidente del parlamento kirghiso è riparato in Russia, a San Pietroburgo, e non sembra aver intenzione di rientrare. Al terzo posto nelle gerarchie istituzionali ci sarebbe il primo ministro, ma Daniar Ussenov si era dimesso qualche giorno prima della rivolta. Al momento dello scoppio della rivoluzione, il presidente Bakijev stava cercando di modificare la costituzione anche per cambiare il passaggio dei poteri. Ma lui, che ha cavalcato la rivoluzione colorata del 2005 è stato a sua volta travolto da una rivoluzione, questa volta forse sotto la regia di Mosca (che a differenza degli americani, quando vince non si crogiola: come ogni giocatore di scacchi, pensa alla prossima partita).

Le nuove autorità provvisorie khirghise continuano a rassicurare gli americani che la loro base militare di Manas non verrà toccata. Quella è una struttura centrale per il supporto logistico della guerra americana in Afghanistan. Ma mentre il “premio Nobel per la pace” si fa scattare decine di imbarazzanti photo-opportunity con molti dei potenti del mondo, nel resto del pianeta la geopolitica prosegue. E la Russia, che sembrava sconfitta fino a qualche anno fa, è sempre più forte e abile. I rumors internazionali dicono infatti che Bakijev sia stato fatto cadere proprio per il suo atteggiamento ambiguo verso gli americani.

Sui loro tg, come sui nostri, di quel che accade a Bishkek come nella valle di Fergana, non ha dignità di notizia. Eppure le cose si muovono. Anche lontano dalla Cnn e dai sorrisi di Obama. Abituato a giocare a basket e a baseball. Ma non a scacchi.

Ad maiora

Morto uno dei gemelli Kaczynski

Il Tupolev 154 con cui misteriosamente si continua a viaggiare (e morire: gli ultimi casi in Ucraina nel 2006 e a Teheran lo scorso anno) si è portato via larga parte della dirigenza polacca. Con essa il presidente Lech Kaczynski, una delle figure più controverse della nuova Polonia.

L’ex sindaco di Varsavia era stato eletto nel 2005 anche grazie a una larghissima astensione dei polacchi delusi dalla democrazia. Lui e il gemello Jaroslaw avevano conquistato le due principali cariche del paese, creando l’unico caso al mondo di democrazia monozigote.

Filo americani fino alla nausea (entusiasti della guerra in Iraq come lo scudo antimissile ora finito in soffitta) avevano creato il partito catto-giustizialista PIS (Diritto e giustizia), che, prima dell’odierna tragedia aerea era in calo presso l’elettorato polacco. È un movimento nazionalista e anti-europeista.

Membri di Solidarnosc avevano preso una deriva che li aveva allontanati da Walesa; i fratelli Kaczynski avevano goduto del sostegno di Radio Marja, più volta accusata di antisemitismo. Lech Kaczynki aveva manifestato opinioni omofobe e si era detto non contrario alla pena di morte.

Insieme al gemello (dal quale si distingueva solo per un neo sulla guancia sinistra) aveva lanciato una campagna di denuncia verso chiunque avesse in qualche modo collaborato col regime comunista. Una sorta di maccartismo in salsa polacca.

Ora le elezioni anticipate. Alle quali magari potrà partecipare l’altro gemello, candidandosi.

La speranza è che, passato il comprensibile dolore, la Polonia riesca a farsi rappresentare dai suoi politici migliori.

La comunità polacca in Italia in queste ore sta mettendo candele alle finestre, in segno di lutto, invitando tutti ad aderire a questa forma di ricordo e di condivisione della tragedia che ha colpito la comunità nazionale (proprio mentre ricordava un’altra strage, quella sovietica di Katyn).

Accenderò il mio lume appena tornerò a casa, finito il lavoro qui in redazione.

Ad maiora.