Mosca

GUERRE DEL GAS: MOSCA SPEGNE LA LUCE A MINSK

Ennesima guerra energetica tra Russia e Bielorussia: Mosca stamattina ha tagliato le forniture di elettricità a Minsk per i 43 milioni di dollari di debiti non pagati. Così facendo il Cremlino (che, insieme all Casa Bianca, governa direttamente il settore energetico russo) aumenta la pressione su Aleksandr Lukashenko, già nel mirino della comunità internazionale per la repressione delle opposizioni.

La Bielorussia è di fronte alla peggiore crisi economica degli ultimi 17 anni (da tanti Lukashenko è al potere). Dall’energia russa dipende solo per il 10%, ma la mossa di Mosca è un chiaro segnale di sfiducia verso il vicino, un tempo alleato. Minsk avrebbe bisogno di un prestito internazionale di 9 miliardi per sanare la crisi, ma è in attesa.  

Non è la prima volta che la Russia scatena guerre energetiche contro i paesi ex sovietici. Finita la guerra fredda, gestendo – per un vecchio retaggio sovietico – gasdotti e oleodotti, Mosca utilizza lo strumento energetico come grimaldello per imporre la sua politica estera.

Ad maiora

Anna Politkovskaja a fumetti: la storia continua

“Anna Politkovskaja è diventata una figura eroica. Eppure, lei faceva soltanto il suo mestiere: la giornalista”. Così, in poche parole, Ottavia Piccolo descrive la cronista russa assassinata da sconosciuti, a Mosca, nel 2006. Poche parole per raccontare una lunga storia che la stessa Piccolo ha reso viva col suo spettacolo teatrale (Donna non rieducabile, di Stefano Massini, in scena all’Elfo Puccini di Milano fino al 3 aprile). E di cui l’associazione Annaviva cerca di tenere accesa la fiammella del ricordo, della memoria.

In questi anni mi sono chiesto come allargare il più possibile la conoscenza della storia di Anna, che ha un valore simbolico, iconico. Da qualche settimana ho tra le mani una delle possibili risposte: un fumetto che racconta la storia della giornalista russa. “Anna Politkovskaja”, si intitola. L’hanno scritta e disegnata Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto per i tipi del Becco Giallo. La casa editrice sta cercando di tenere viva, col fumetto appunto, la memoria di fatti tragici come l’omicidio della Politkovskaja, quelli di Aldo Moro e di Ilaria Alpi, ma anche sulla Moby Prince.

Hanno creato un sito apposito sul libro e sulle sue presentazioni del libro su Anna:

http://annapolitkovskaja.beccogiallo.net/

Il volume, da comprare e leggere, è accompagnato dalla prefazione della Piccolo di cui ho riferito prima e da un’intervista a Paolo Serbandini, autore di un bel documentario sulla tragica fine della Politkovskaja (211: Anna). Nella parte non andata in onda in televisione – perché fatta tagliare – Serbandini ricorda le parole della giornalista russa: “Un giorno, ne sono sicura, ci sarà un Tribunale internazionale sulla Cecenia, e quel giorno Berlusconi entrerà nella storia come amico di un criminale”. Più di uno, temo.

Ad maiora

Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto

Anna Politkovskaja

Becco Giallo

Pagg. 127

Euro 14

 

La transizione autoritaria (e senza sindacati) dell’economia russa

«Sebbene il regime sovietico si crollato pacificamente sotto il peso dello spreco, dell’inefficienza e delle sue contraddizioni interne, la forza della sua eredità istituzionale e strutturale – dovuta alla lunga durata, alla compattezza istituzionale e al radicamento strutturale e psicologico nella società – ha esercitato una rilevante influenza ben oltre il suo crollo». Parte da queste basi l’analisi di Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky, contenuta nel volume “La Russia da Gorbaciov a Putin”, edito dal Mulino. È un’analisi sociologica della Russia moderna scritta a quattro mani ma finita a due dato che Zaslavsky, costretto ad emigrare in Usa nel 1975 è morto nel 2009. Gudkov che ha concluso il volume è il responsabile del Centro Levada, uno dei pochi istituti sociologici russi indipendenti.

L’interesse del volume sta più nelle analisi politiche, in quelle che raccontano il passaggio dall’Urss alla Federazione russa visto dal punto di vista della classe lavoratrice, della classe operaia. Scrivono i due sociologi: «La transizione russa, diversamente da quelle di Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria, è stata caratterizzata da una crescita poco lenta del tasso di disoccupazione e da una peculiare sostituzione dei licenziamenti con la riduzione dei salari (…) Da un lato, la pratica di mantenere lavoratori in eccesso ha ostacolato il cambiamento e la razionalizzazione dell’economia russa, contribuendo nel lungo periodo ad accrescere la delusione delle masse verso le riforme e la democrazia. Dall’altro, essa ha allentato la tensione sociale che si era accumulata, neutralizzando in parte il pericolo che la Russia subisse un’esplosione sociale con sviluppi simili a quelli della Germania di Weimar (…) Il modello russo di mercato del lavoro è riuscito a svolgere una funzione di ammortizzatore, mitigando le conseguenze negative che hanno accompagnato il passaggio all’economia di mercato».

Un modello differente da qualunque altro Paese, anche sul fronte dell’assenza di attività sindacali. Ma questa per Mosca e dintorni non è una novità: «Una volta uscito di scena il Partito comunista, si credeva che solo i sindacati avrebbero potuto dare voce alle proteste degli operai su licenziamenti ritenuti ingiustificati, retrocessioni, mancati pagamenti dei salari e altri abusi da parte dei proprietari e dei manager. Eppure queste fondate aspettative non si sono realizzate. Il mancato rilancio dei sindacati dimostra la forza degli atteggiamenti psicologici e culturali ereditati dal passato. I sindacati sovietici ufficiali non hanno mai avuto il ruolo di canali istituzionalizzati per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi e delle richieste dei lavoratori. Sono sempre stati un organo settoriale dello Stato-partito, un’agenzia governativa incaricata di amministrare i fondi della previdenza sociale e di mobilitare i lavoratori per la realizzazione dei piani di produzione».

Un discorso che mi ha fatto venire in mente un quadro dipinto da Luigi Barzini nel suo “I comunisti non hanno vinto” (Mondadori, 1955): «Un generale sovietico visitava gli stabilimenti di Alexander Korda, a Londra, durante la guerra, quando il lavoro fu interrotto da uno sciopero a singhiozzo di dipendenti elettrici. Il generale sbuffò e disse: “Li lasciate scioperare? Anche da noi, una volta, scioperavano. Ma li abbiamo subito messi a posto”».

Chiosano Gudkov e Zaslavsky: «Almeno quattro generazioni di operai sovietici hanno vissuto senza diritto di sciopero e, di fatto, con il divieto di organizzare veri sindacati».

Nel libro si analizza anche la privatizzazione radicale (ma inevitabile secondo gli autori e chi scrive), che è passata però attraverso i voucher, un sistema forse efficace in presenza di una classe media, ma che ha finito per ingrassare i soliti noti: «Di fatto, tutti i vantaggi della privatizzazione sono andati alla burocrazia sovietica, e questo ha suscitato nella popolazione un rancore diffuso, l’impressione di aver subito un enorme inganno, un sentimento di forte disillusione nei confronti delle riforme: di qui la tendenza a considerare dubbia la legittimità della proprietà in quanto tale e della grande proprietà in particolare. (…) La stragrande maggioranza della popolazione russa è convinta che ogni grande ricchezza viene acquisita illegalmente». Nel 2005, è bene ricordarlo la lista di Forbes sugli uomini più ricchi del mondo comprendeva 25 miliardari russi (e il direttore di Forbes Russia, Klebnikov pagò con la vita l’inchiesta sulle quelle ricchezze accumulate: uo dei tanti delitti senza colpevoli nella Russia di Putin).

Eppure, come scrivono i due analisti, «Putin è una incarnazione dello spirito russo-sovietico, da lui condiviso con la maggioranza dei russi». Per questo regge, malgrado la crisi economica, malgrado quella che gli autori definiscono “autoritarismo senza transizione” e malgrado gli attentati terroristici che si susseguono a Mosca.

Ad maiora.

Lev Gudkov e Viktor Zaslavsky

La Russia da Gorbaciov a Putin

Il Mulino

Bologna, 2010

Pagg. 208

Euro: 15

Gli intellettuali russi, poco amati da Putin

“Russian Attack” è un antologia di racconti di tre scrittori russi contemporanei invisi al regime putiniano. Viktor Erofeev, Eduard Limonov (dentro e fuori dal carcere con i suoi nazional-bolscevichi) e Vladimir Sorokin nei loro scritti mettono al bando la nuova Russia e in cambio, come scrive Erofeev, “sono accusati di tutto ciò di cui si accusa solitamente uno scrittore allo scopo di distruggerlo pubblicamente: pornografia, istigazione all’uso delle sostanze stupefacenti, turpiloquio”.

Accuse che non rimangono sulla carta ma che si materializzano in proteste pubbliche dei giovani balilla che marciano con l’effige di Putin sulle magliette. Per questo Erofeev si rivolge – in una lettera aperta – direttamente all’uomo forte della Russia nella lettera il cui titolo richiama un famoso slogan putiniano contro i terroristi ceceni (i cui risultati sono, purtroppo, sotto gli occhi di tutti, con gli attentati che si susseguono a Mosca), “Accoppare gli scrittori nel cesso”. Scrive, provocatoriamente Erofeev: «Boicottare la presentazione di un nuovo libro, ammucchiare le opere di uno scrittore famoso davanti alla sua porta di casa o presentarsi da lui con la proposta di mettere le inferriate alle finestre: queste violenze sugli artisti non le ricordano la Germania degli anni ’30?».

Il libro è davvero pieno di spunti immaginifici a dimostrazione della forza che continua ad avere la letteratura russa. Leggete queste righe di Viktor Erofeev nel racconto intitolato “Lo zar dei sogni russi”: «L’ho sognato di nuovo. Se me stava in piedi, timido, dimesso, teso. Guardia del corpo di se stesso. È difficile trovare in Russia qualcuno a cui Putin non sia apparso in sogno. Lui è lo zar dei sogni russi. Da cosa nasce questa attrazione per Putin? Forse dal fatto che lui è vuoto, come un attore capace di interpretare qualsiasi ruolo restando indifferente al contenuto? (…) In realtà non ha mai interpretato alcun ruolo. Né quello di Amleto, né quello di Faust, né quello di Don Chisciotte. Ha interpretato quello del vuoto in cui quasi ciascuno di noi ha riversato il proprio sentire. (…) Putin è proprio questo vuoto, questo buco cosmico che attende di essere riempito. Sarebbe stato difficile trovare persona più adatta a occupare il posto di presidente della Russia. (…) Il vuoto di Putin suscita una paura involontaria. Che genera assuefazione. E questo il popolo lo avverte. Il popolo non avrebbe mai reagito ai soliti discorsi retorici ma il gelo del vuoto lo fa tornare un poco alla realtà».

O questa analisi che il discusso Limonov fa della Patria russa: «La natura, tirchia, dà alla Russia poca luce e ancora meno sole. (…) A causa della mancanza di luce la pelle delle nostre donne è pallida e bianca come i germogli delle patate conservate nel buio degli scantinati e mollicce, fiacche le anime dei nostri uomini sempre pronti a frignare. I nostri figli vengono concepiti nel clima artificiale degli appartamenti. (…) Il fatto è che l’uomo non è nato per vivere a queste latitudini nevose. Ha fatto male a stabilircisi, si è spinto troppo a nord, troppo lontano. Di qui la presenza dell’artificiale, dell’anormale nella psicologia russa. Siamo incubati, artefatti, molto prima dell’avvento della clonazione. Nel corso di tutta la nostra storia non abbiamo fatto altro che lottare contro una natura ostile, contro il paesaggio per la distruzione del paesaggio. La Russia è il paese degli appartamenti. Per un appartamento qui si arriva a uccidere. L’appartamento è il luogo in cui il cittadino russo feconda le uova della sua femmina, nutre i suoi figli, il luogo in cui si svolge l’intera vita.(…) Sotto il regime sovietico gli appartamenti venivano ‘dati’. In Russia una persona senza appartamento è condannata a una morte per assideramento. Lo Stato dava un appartamento soltanto ai bravi cittadini. Ai cittadini laboriosi, remissivi. A chi teneva a freno la lingua. (…) Sembrerebbe che ora il regime sia cambiato, e infatti oggi un appartamento lo si può comprare. Ma pare che lo Stato sia intenzionato a porre la questione in questi termini: i soldi li possono guadagnare solo i cittadini ubbidienti, remissivi, che si comportano bene. I bravi cittadini».

Il volume si chiude con un interessante cronologia degli avvenimenti russi tra il 1985 e i giorni nostri, scritta da Galina Denissova, dove si ripercorre parallelamente la fine dell’Urss e la nascita del putinismo e parallelamente si raccontano le avventure, anzi le disavventure degli intellettuali russi. Per molti di loro, evidentemente non “bravi cittadini”, è difficile essere apprezzati dato che non applaudono il capo (che, a differenza che qui, non ha una casa editrice con la quale guadagna anche dagli scritti degli oppositori). La causa di tutto ciò è dovuta, secondo Vladimir Sorokin, al prevalere dei “musi” sugli intellettuali, una vittoria del modello sovietico la cui ombra copra ancora gran parte di quel mondo: «Quasi tutto ciò che è stato compiuto dai bolscevichi è imperdonabile, ma la distruzione programmatica delle élite russe è stato il crimine più folle e probabilmente il più grave. Un consapevole genocidio delle élite. Con il loro bulldozer rosso hanno rimosso l’humus, lo stato fertile della nazione, portando alla luce l’argilla e la sabbia sulle quali sarebbe germogliato il trash genetico. (…) In Unione sovietica per settant’anni hanno cercato di allevare l’uomo nuovo. E alla fine, bisogna ammetterlo, ci sono riusciti. (…) L’uomo nuovo si è rivelato geneticamente resistente. E in Russia la maggioranza è costituita da uomini come questo. Lui ha un’idea prestabilita del bene e del male, dei valori umani e di quelli dello Stato, del futuro e del passato del Paese. E con lui è possibile costruire la Grande Russia».

Ad maiora.

 

Viktor Erofeev, Eduard Limonov, Vladimir Sorokin

Russian Attack

Salani editore

Milano, 2010

Pagg.190

Euro 14

Attentato di Mosca: l’ipocrisia globale

Pubblico qui di seguito l’articolo-sfogo dell’amico Massimo Ceresa sull’attentato che ieri ha provocato 35 vittime nell’aeroporto internazionale di Mosca. Oggi gli investigatori parlano di un maschio kamikaze. E’ più che probabile sia di origine caucasica. Ma la matrice e’ stata affibiata prima ancora che fossero identificati tutti i corpi.
Ceresa invita anche a riflettere su cosa sta dietro questi terribili e deprorevoli attentati.
Ad maiora.
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Leggo la notizia dell’attentato all’aeroporto Domodedovo di Mosca sul sito dell’Ansa e penso: «Ci ri-siamo». Ci ri-siamo, adesso ci toccherà subire due giorni (perché oggi più di due giorni non si parla degli attentati che pure producono decine di morti -evidentemente ci siamo abituati!) di articoli e servizi sul terrorismo ceceno, sulle vedove nere e via dicendo. Tutte parole vuote che nessuno (a parte rarissime eccezioni) si preoccupa di spiegare, raccontare, analizzare. In buona sostanza si dice: c’è stato un attentato; è stata ritrovata la testa mozzata dell’attentatore. Immaginate in che razza di condizioni debba trovarsi quella testa sotto la quale c’erano 7 chili di tritolo… Eppure da quella testa carbonizzata la polizia russa (e tutta la stampa dietro) riesce ad individuare subito i tratti somatici di un caucasico o forse di un arabo (sic!). D’altronde è la stessa cosa dire “caucasico” o “arabo” (prendete Kadyrov e Bin Laden: due gocce d’acqua!).
Non solo. Non mancano gli articoli che citano Tolstoj e il suo Prigioniero del Caucaso e via dicendo… Forse anziché citare Tolstoj (che comunque non era l’ultimo degli stronzi) farebbero meglio ad aggiornarsi e magari leggere un Kurkov che nel suo Angelo del Caucaso dà una lettura più realistica della situazione odierna nel Caucaso settentrionale. Chiedere poi alla carta stampata e alla televisione di citare Anna Politkovskaja e le sue testimonianze, mi rendo benissimo conto, sarebbe francamente troppo!
Il bombarolo era un uomo, mezzo caucasico mezzo arabo, tra i 30 e 40 anni. Un pazzo wahhabita (leggi: fondamentalista islamico) che vuole l’indipendenza della Cecenia dalla Federazione Russa, punto e basta. Più o meno. Ah, naturalmente saranno riportate anche le dichiarazioni di un Presidente che rassicurerà i Russi e il mondo intero che “i responsabili saranno presto assicurati alla giustizia”. Lui e il suo predecessore, ora primo ministro, lo avevano detto anche in occasione degli omicidi di Politkovskaja, Estemirova, Markelov e compagnia bella. Solo che, in questi ultimi casi, siamo ancora a carissimo amico, mentre nel caso dell’attentato di ieri, l’attentatore è morto e, quindi, a quale giustizia vuoi assicurarlo, se non a quella divina, se esiste…
Allora, per correttezza, per verità, sento di dover aggiungere due righe. Non a giustificazione dell’attentatore che è e resta un vile codardo, ma per sprovare piegare che razza di persone di sono questi kamikaze.

Cecenia oggi. Secondo l’ultimo rapporto di Memorial (settembre 2010) sebbene dagli inizi del 2007 fino alla prima metà del 2008, sembrava che la pace e la stabilità fossero state raggiunte in Cecenia, anche se al prezzo di gravi violazioni dei diritti umani, tuttavia a partire dalla fine del 2008 è risultato evidente che era stato prematuro parlare di stabilità nella Repubblica. Nell’estate del 2009, in Cecenia si è verificato il maggior numero di perdite tra le forze dell’ordine degli ultimi anni. Nel 2009 sono stati commessi in Cecenia una serie di attacchi terroristici, anche attraverso l’utilizzo di attacchi kamikaze. Alla fine dell’estate i ribelli hanno dimostrato la loro forza. Un esempio lampante è stato l’attacco notturno del 29 agosto portato contro la casa del Presidente Kadyrov nel villaggio di Tsentoroy, dove era in visita in quel momento. Per ovvi motivi, questo villaggio era stato fino ad allora considerato il posto più sicuro della Cecenia.
Il regime totalitario di Kadyrov è basato sull’uso della forza e del terrore: gli agenti di polizia rapiscono le persone sospettate di essere in contatto con i ribelli, e si macchiano anche di altri delitti come dare alle fiamme le case dei parenti dei ribelli, fino ad arrivare ad esecuzioni extragiudiziali. Questo arbitrario utilizzo della forza è sempre più in aumento e sta divenendo sempre più sfrontato e provocatorio, e ha dato luogo ad una nuova resistenza. I giovani stanno di nuovo raggiungendo i ribelli nelle montagne.
Anche le Ong presenti a Grozny hanno subito negli ultimi mesi gravissime perdite: dopo l’uccisione di Natal’ja Estemirova, Memorial ha dovuto mettere in sicurezza i suoi uomini più importanti, perché gravemente minacciati dai kadyrovcy (gli aguzzini del Presidente Kadyrov): una sorte toccata al capo della stessa Estemirova, Shakhman Abdulatov, in attesa di ricevere un passaporto della libertà dal Parlamento Europeo, e ad Akmed Gisaev a cui proprio in questi giorni la Corte Europea dei Diritti dell’uomo ha riconosciuto un risarcimento di 55.000 euro per danni morali, ai danni della Federazione Russa. Akhmed Gisaev era stato rapito il 23 ottobre del 2003, dalla sua casa di Groznyj da militari russi. Da questi era stato portato in una “prigione segreta” (un luogo di detenzione illegale) dove era stato brutalmente torturato per due settimane affinché desse informazioni sui militanti ceceni. Gisaev è stato liberato il 7 novembre 2003, dopo che la sua famiglia aveva pagato 1.500 dollari di riscatto, con bruciature e lividi su tutto il suo corpo.
La Cecenia e Groznyj oggi appaiono un Paese ed una capitale dai due volti. Groznyj ha l’aspetto di una città completamente ricostruita, messa a nuovo. Il resto è l’immagine di “un Paese in cui la corruzione, l’islamizzazione forzata e l’omicidio mirato sono l’orizzonte di un quotidiano terrore”, per citare Jonathan Littell. Sì, Ramzan Kadyrov per i più è “l’edificatore”: si sta portando a termine un grande piano edilizio, si assegnano alloggi, ci sono parchi dove giocano i bambini, spettacoli, concerti, tutto sembra normale, ma di notte… la gente scompare. A Groznyj o si è con Ramzan o si è contro di lui. E per chi è contro di lui non c’è spazio né in Cecenia né altrove (i suoi sicari sono arrivati a far fuori i suoi nemici in Europa come in Medio Oriente).

Allora può essere che i mezzi persuasivi del Presidente non piacciano a tutti i Ceceni, specie a quelli che magari li hanno subiti più o meno direttamente.

Il regime politico autoritario, infrange pesantemente i diritti umani, ma gode anche del supporto delle autorità federali. “E’ un regime fondato sul potere personale, sulla violenza, sulla corruzione e sul carattere ufficiale dell’ideologia autoritaria, inculcata per mezzo di un continuo “lavaggio del cervello”. Nocciolo di questa ideologia è il culto di R. Kadyrov e la propaganda delle “tradizioni nazionali”, ripensate rozzamente in funzione degli interessi del regime” (http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=1133.0).

Oppure può essere che non tutti intendano piegarsi al sistema di corruzione che coinvolge il sistema della Repubblica Cecena in qualsiasi settore. “La corruzione è un elemento fondamentale dell’appartenenza della Repubblica Cecena alla Federazione Russa. Caratteristica della corruzione cecena è il suo carattere manifesto e globale. Nessuno la nasconde o la combatte. E’ un elemento imprescindibile per l’assunzione a una carica pubblica, per la concessione di un’abitazione comunale, per ottenere un finanziamento, una compensazione, un aiuto sociale, un servizio pubblico, per accedere all’istruzione superiore e, di conseguenza, priva chiunque non abbia i mezzi economici per pagare, quindi le fasce più deboli, dei suddetti benefici”. (http://www.progettohumus.it/public/forum/index.php?topic=1133.0)

E allora può essere che queste persone alle quali non piacciono i mezzi coercitivi del Presidente o che non desiderino piegarsi al regime della bustarella, decidano di abbandonare il bel paese delle apparenze per le montagne. Chiaro, ci sarebbero altri modi per essere utili al proprio Paese, ma non tutti possono lavorare nelle Ong, non tutti possono spendere il proprio tempo nel volontariato e molti di loro sono stati troppo duramente colpiti dal regime, con la perdita di un padre, di un fratello o lo stupro di una sorella e via dicendo. “E allora perché no, mi faccio wahhabita e combatto il tiranno dalle montagne, assalgo il parlamento di Groznyj, mi riempio di tritolo e faccio saltare la metropolitana o l’aeroporto di Mosca. Almeno così il mondo capisce il mio disagio. Almeno così Mosca e il mondo capiscono che in Caucaso vige un regime di calma apparente e siamo tutti alla mercé di un despota… Almeno così…”.

Ma la Russia e il resto del mondo, invece, non capiscono (o fingono di non capire) e i mezzi di informazione, pecoroni, (si direbbe a Roma) dietro!

Massimo Ceresa