Nel 2008 aveva detto: “Non abbiamo nessuna fretta né particolare voglia di cedere Snam Rete Gas. Non abbiamo nessuna intenzione di disfarcene”. Il 29 luglio di quest’anno ha ribadito che “non c’è fretta”: “Vogliamo evitare di essere obbligati a vendere perché se si è obbligati si vende male”. Scaroni e la sua Eni dovrebbero avviare una separazione funzionale con Snam Rete Gas. Quella decisa dall’Unione europea e approvata dal Governo italiano era già una soluzione al ribasso. Molti – anche dalle nostre parti – come l’ex presidente dell’Autorità per l’Energia Alessandro Ortis hanno chiesto, invano – per anni – una separazione vera ed effettiva tra chi compra e produce gas e chi lo vende. Il mercato del gas (a differenza di quello dell’elettricità dove dalla costola di Enel è nata Terna) è infatti bloccato. Pochissime le famiglie (solo l’8%) quelle che hanno cambiato gestore. La liberalizzazione (con un azienda che controlla l’84,5% della produzione nazionale e direttamente o indirettamente oltre il 60% delle importazioni) è infatti rimasta sulla carta.
In questi giorni (a parte l’Eni) alla Borsa le società energetiche hanno avuto un crollo in borsa. Oltre che per la crisi anche per via della cosiddetta Robin Hood Tax, introdotta dal governo nella manovra correttiva. Si vorrebbe colpire peraltro aziende che sono direttamente o indirettamente (con la golden share) controllate dallo Stato. Misteri. Così come misteriosa è la decisione di Eni di approfittare del tracollo in borsa di Snam Rete Gas (-9,9%) per acquistarne 50 mila azioni. La cifra spesa da una delle più grandi aziende energetiche mondiali (165mila euro) è ridicola. Il segnale invece è invece evidente.
Ad maiora.