Due anni fa, in occasione del primo anniversario dell’omicidio di Natasha Estemirova, scrissi un articolo per Articolo21 immaginando che per una volta le autorità russe facessero il loro dovere e arrestassero colpevoli e mandanti. Mi ero ispirato all’introduzione scritta da Adriano Sofri della raccolta di scritti di Anna Politkovskaja “Proibito parlare”, nel quale raccontava una presenza di tutti i potenti russi (e del mondo) alle esequie della giornalista russa: in realtà non vi partecipò nessun vip della Russia di Putin (né del mondo cosiddetto libero, salvo il buon Marco Pannella).
Due anni fa, non solo le autorità russe non fecero il loro dovere, ma misero in moto la macchina della propaganda: il principale collaboratore di Putin, Dmitri Medveved (gli ha tenuto in caldo la seggiola al Cremlino per quattro anni) annunciò infatti al mondo che erano stati “individuati i killer della Estemirova”.
Io rimasi allibito. Quale presidente di un “paese normale” annuncia che sono stati individuati dei killer di una giornalista e attivista dei diritti umani senza averli prima arrestati (anzi, fatti arrestare)?
La mossa appariva solo come una macchinazione propagandistica per non interrompere il sogno della “nuova Russia” di Medvedev che tanto è piaciuta in Occidente (come non dimenticare il surrale “patto del sandwich” con Obama?).
In realtà Medvevev bluffava, ma tutta la stampa mondiale gli diede corda titolando acriticamente, proprio il giorno dell’anniversario, 15 luglio 2010, “Individuati i killer della Estemirova”.
Sono passati altri due anni, ma le indagini devono essersi perse per strada. Eppure non dovrebbe essere difficile per un regime che fa della forza militare e poliziesca il suo biglietto da visita, individuare chi rapì in Cecenia l’esponente dell’ong Memorial, attraversò con lei a bordo cinque posti di blocco e un confine per lasciarla, qualche ora dopo, in Inguscezia, uccisa a colpi di pistola.
Ma che cosa si può pretendere da questa Russia odierna?
Medvedev è tornato a guidare il governo e quindi continua a eseguire gli ordini di Putin. Questo d’altronde, mentre il mondo è più distratto del solito dalla crisi economica, sta stringendo ancora più i bulloni di una repressione che assomiglia sempre più a una tirannide personale: prima le limitazioni alla libertà di manifestare, poi ai finanziamenti stranieri alle Ong (che molti russi hanno timore a sostenere per rischi di ritorsione) e infine maggiori controlli alla libertà di navigare in rete. Questi tre sono d’altronde i principali strumenti con cui si muove la sempre più forte opposizione (politica e sociale) al putinismo (che tra poco tornerà in piazza, dopo gli incidenti del 6 maggio).
Chiedere a questo governo, a questa giustizia, a questa classe politica che governa la Russia, da tre lustri, giustizia per Anna Politkovskaja, Natasha Estemirova e per tutte le vittime innocenti della Russia di Putin sembra un inutile esercizio di stile.
La speranza è che, quando il regime crollerà, qualcuno vorrà occuparsi di tutti questi casi, vorrà dare nomi e volti agli assassini. E sopratutto ai loro mandanti.
Noi comunque non ci dimenticheremo chi ha finto di fare indagini, chi ha finto di dimenticare quelle coraggiose e quei coraggiosi che si esposero e che pagarono con la vita.
Ad maiora.
Vladimir Putin
Arafat come Litvinenko? Ma chi uccise l’ex spia russa?
La notizia del presunto avvelenamento del leader palestinese Arafat col Polonio 210, ha spinto molti giornali e siti internet a ricordare la vicenda di Aleksandr Litvinenko:
L’ex spia del KGB, divenne esule nel Regno Unito (che gli concesse la cittadinanza) e uno dei più duri accusatori di un’altra spia del KGB che invece ha avuto successo. Dopo l’omicidio di Anna Politkovskaja, fu Litvinenko ad accusare proprio Putin di esserne il mandante:
Le indagini inglesi sull’omicidio di un loro cittadino a Londra sono state in tutti i modi ostacolati dal regime russo.
Il principale sospettato, Lugovoi, non solo non è mai stato estradato, ma è addirittura stato eletto alla Duma russa.
La natura degli omicidi politici in Russia la si intuisce anche a distanza di tempo.
Se nessuno finisce in carcere, significa indubitabilmente che sono orchestrati dall’alto e che la magistratura (assolutamente non indipendente dal potere politico) non può indagare.
Ad maiora
Il regime putiniano ha paura: giro di vite sulle manifestazioni
La norma sulla libertà di libertà di riunione nella Costituzione russa è di una semplicità imbarazzante: “I cittadini della Federazione russa hanno il diritto di riunirsi pacificamente, senz’armi, di tenere riunioni, comizi e dimostrazioni, cortei e picchetti”.
Cita persino i picchetti l’articolo 31, tra le norme più violate dalla tirannide putiniana.
In questi anni sono stati talmente tanti i divieti alla libertà di riunirsi che le opposizioni hanno lanciato una campagna che ha preso il nome proprio dall’articolo costituzionale: Strategia 31.
Eppure.
Eppure la Duma ha approvato nella notte una legge (che ricorda quelle del Tulps fascista del 1931) che limita fortemente e ulteriormente il diritto a riunirsi liberamente. Con 241 sì e 147 no la Camera bassa russ ha approvato le norme che modificano de facto l’art.31 della Costituzione. Rendendolo ancora più vuoto. Ora la norma passerà per la ratifica al Senato, vera falange putiniana, non elettiva.
Da oggi in poi saranno ancora più pesanti le sanzioni verso chi organizza manifestazioni non autorizzate (la gran parte, in realtà).
La multa sale a 300mila rubli (7300 euro). Fino a ieri era di soli 2000 rubli (50 euro). Cifre che diverranno insostenibili per l’opposizione anti-Putin che si prepara a scendere in piazza martedì 12 giugno. Data nella quale in Russia si festeggia l’indipendenza. Evitate di andare in vacanza a Mosca in questi giorni. La paura delle manifestazioni dei cattivoni dell’opposizione ha spinto il – pauroso – regime putiniano a chiudere per 4 giorni 4 la Piazza Rossa: dall’8 al 12 giugno.
Ad maiora
Putin nomina il nuovo governo. Uguale al vecchio
Stagnazione era e stagnazione rimane.
Malgrado le manifestazioni di piazza e i non esaltanti risultati elettorali, Putin mantiene la barra e nomina un nuovo-vecchio governo.
A guidarlo, come annunciato, Dimitri Medvedev (già primo ministro quando Putin era presidente, la volta scorsa). È stato proprio l’arrocco alla guida di Cremlino e Casa Bianca (russa) a far scattare le proteste di piazza.
Molti volti noti anche negli altri posti chiave: Lavrov rimane agli Esteri, Serdukov alla difesa e Siluanov alle Finanze. Belousov, fedelissimo di Putin va all’Economia.
A guidare l’esecutivo l’ex presidente Medvedev.
A tenere le briglia, come sempre, il Cremlino putiniano.
A maiora
La prigione sta rinforzando Khodorkovskij (recensione del libro che presentiamo alle 18)
Il detenuto politico più famoso di Russia. La dimostrazione plastica che quella putiniana è un vero regime dove finisce in prigione non il ricco in quanto tale. Ma il ricco che non piega la testa davanti al potere. Quello che osa contraddire il piccolo zar in pubblico e osa finanziare i partiti d’opposizione (liberali, ma soprattutto comunisti).
I motivi per cui Mikhail Khodorkovskij ha scritto “La mia lotta per la libertà” (Marsilio) è perché quella libertà l’ha persa nel 2003 e la riacquisterà solo una volta che Putin e la sua banda (da Medvedev – che pure, appena diventato presidente, sembra convincere l’autore, vittima di Sindrome di Stoccolma – in giù) avrà perso il potere. I due processi che gli si sono stati intentati non hanno infatti alcuna base giuridica (con reati postdatati come assegni tarocchi).
Dalla istruttiva lettura del libro (composto da articoli, interviste e ottimi confronti a distanza con intellettuali russi) si evince che la cattività ha ulteriormente (e ghandianamente) rinforzato l’ex uomo più ricco della Russia. Motivo per il quale, temo, il regime lo farà sicuramente marcire in cella: “Cinque (ora nove, Ndr) anni di prigione equivalgono ugualmente a trasferimenti continui, infinite limitazioni. Non riesci a portarti dietro molte cose. Dispiace abbandonare i libri accumulati, perdere i propri appunti. Ma essi sono con me, nella mia testa. Tutto il resto non conta. In questo senso la prigione rende un uomo libero”.
Khodorkovskij non se la prende più di tanto per essere diventato molto più povero che nel recente passato. Ma perché la Russia di Putin ha fatto a pezzi una realtà economica super attiva come Yukos (alla cui spartizione – ma sul libro non se ne trova traccia – hanno partecipato anche – ai tempi prodiani – ENI ed Enel), capace di dare lavoro a migliaia di persone e versare milioni di rubli al fisco moscovita: “Il caso Yukos non è un conflitto fra lo stato e il business, bensì un attacco motivato da un punto di vista politico e commerciale di un business (i cui rappresentanti sono i burocrati) contro l’altro”.
E l’imprenditore fa una previsione che ricorda la “rivoluzione bianca”: “Ben presto, l’unica controparte di questa polizia famelica e ingorda sarà una folla inferocita che si riverserà in strada gridando: Avete promesso panem et circenses. Ebbene, dove sono?!”.
È interessante la parte politica del discorso di Khodorkovskij che invita e auspica – per il dopo Putin – una svolta a sinistra, statalista. La formazione nel Komsomol non sembra essere stata vana…
Chiudo sulle note del volume, che dovrebbero spiegare meglio le parti oscure. Non sempre riescono nell’intento. A volte sono imprecise (Budanov non ha mai chiesto e men che meno rifiutato la grazia). Altre invece prendono cantonate. Come confondere Platon Lebedev, socio di Khodorkovskij col generale Lebed’, ex XIV armata attiva in Moldavia durante la guerra civile, mediatore coi ceceni, lanciatosi in politica contro Eltsin (poi con) e morto in modo misterioso in un incidente aereo dieci anni fa.
Succede anche questo, nella Russia di Putin.
Ad maiora
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Mikhail Khodorkovskij
La mia lotta per la libertà
Marsilio
Venezia, 2012
Euro: 19
Pagg. 239
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OGGI ALLE 18 PRESENTEREMO QUESTO LIBRO AL CIRCOLO DEI LETTORI DI VIA WASHINGTON 56 A MILANO.
VI ASPETTIAMO




