Torino

Quanto ci mancano i correttori di bozze

Negli scorsi giorni, per due sabati di seguito, ho trovato due errori “fotografici” sul Fatto quotidiano. Dapprima la foto di Alessandro Profumo al posto del (mancato) candidato per il Pd al comune di  Torino si chiama Francesco.

Due giorni fa, didascalie invertite, indicavano Nazarbajev come Lukashenko e viceversa.

Il quotidiano è composto per lo più da giovani, mi spiega un collega. E questa potrebbe essere una spiegazione.

Ritengo comunque che, se faccio lo sforzo di andare in edicola e comprare un quotidiano, mi piacerebbe trovare meno errori possibili.

Che non si limitano però ai quotidiani.

Sul numero dell’Espresso del 2 dicembre, l’inviato ad Haiti parla della diffusione del colera lungo il fiume  Artibolete. Senza andare fino ai Caraibi, un veloce check su google avrebbe permesso di scoprire che si chiama Artibonite.

Ma ora su google esiste anche Artibolete, grazie all’effetto specchio creato dalla rete.

Un tempo, quando ero giovane, in ogni redazione c’erano correttori di bozze in grado di trovare ogni più piccolo errore.

Sono stati tagliati, convinti che ciò abbia rappresentato un risparmio. Errore grandissimo. Perché se voglio la superficialità, ho già facilmente, nel salotto di casa, la televisione.

E il risparmio, come si vede in questi anni, lo stanno facendo gli utenti. Purtroppo.

Ad maiora.

Ps. La tv, certa tv, è comunque sempre troppo avanti per essere raggiunta dalla stampa. Sabato a Studio aperto c’era un vivo più muto su una famiglia di papere spostata dal vento. Addirittura…!

Persino mia figlia, 9 anni, mi ha chiesto: ma papà, che razza di servizio era?

Anna è sempre viva

Tra poche settimane ricorrerà l’anniversario dell’omicidio di Anna Politkovskaja. Come spesso accade, in questo periodo, mi arrivano inviti a partecipare a iniziative che riguardano la collega, assassinata da sconosciuti il 7 ottobre 2006. Per ora Rimini, Brescia e Torino. Gli amici di Annaviva andranno invece a Mosca al presidio che viene organizzato ogni anno nella capitale russa, dove venne uccisa con cinque colpi di pistola.

Qualche mese fa sono stato ospite di un bel convegno organizzato durante il Festival del giornalismo di Perugia. Questo il link con l’articolo e il video fatto dagli studenti della scuola di giornalismo:

http://www.associazionegiornalisti.it/?costante_pagina=notizie&id_news=1142&id_lingua=2

Ad maiora.

Il neo juventino Krasic: serbo di Mitrovica

La Juventus FC ha formalizzato oggi l’acquisto di Miloš Krasić. Lo pagherà, da qui al 2012, in tre rate da 5 milioni di euro. Un mutuo, oneroso, ma un mutuo, garantito da una fideiussione bancaria.

Krasić, nato nel 1984 in Jugoslavia, ha giocato anche per la nazionale under 21 di Serbia e Montenegro e ora è titolare della nazionale della Serbia. Il centrocampista (esploso col CSKA di Mosca) che è stato eletto miglior giocatore serbo del 2009, ai Mondiali sudafricani non ha brillato (sostituito nel disastroso Australia-Serbia 2-1, che ha portato all’eliminazione dei serbi) anche se con tre gol era stato decisivo nelle qualificazioni del suo Paese.

Già il suo Paese. Krasić è nato a Mitrovica, città che si trova nel nord del Kosovo. È divisa in due dal fiume Ibar e il ponte (presidiato da forze militari internazionali) è una sorta di spartiacque tra il Kosovo albanese e quello serbo, tra mondo islamico e cristiano.

A nord del fiume vivono 20mila serbi, a sud 80mila albanesi. Il ponte è un sorta di muro di divisione. Alexander Langer (che a Brescia in questi giorni, forse a causa del caldo, è stato bollato come terrorista) se ne sarebbe rammaricato.

Le più recenti tensioni a Mitrovica si sono registrate solo qualche settimana fa, con il parziale riconoscimento dell’indipendenza di Pristina: il 22 luglio la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato legittima la secessione kosovara da Belgrado (partita nel 1999).
Mitrovica, o Kosovska Mitrovia o Titova Mitrovica come viene ancora chiamata, ha dato i natali anche a un altro calciatore serbo che ha giocato in Italia e che ora è tornato alla Stella Rossa di Belgrado: Nikola Lazetić.

Nel 2002 Lazetić era stato acquistato dal Como di Preziosi e girato subito al Chievo Verona (quell’anno i lariani scesero dalla A alla B per poi precipitare, grazie all’attuale patron del Genoa, fino alla C2 e al fallimento: ora sono in Lega Pro). Il serbo andrà poi alla Lazio, Siena, Genoa e Livorno, per concludere la sua esperienza italiana al Torino (contribuendo all’ultima promozione a Serie A, ma poi anche alla retrocessione). A scadenza di contratto, il ritorno a Belgrado.

Ma sempre di Mitrovica è un altro calciatore, che ha giocato in Italia e che invece è di etnia albanese: Valon Berhami.

La famiglia Berhami nel 1990 era emigrata in Canton Ticino, dopo che entrambi i genitori di Valon (allora aveva 5 anni) avevano perso il lavoro. Dal 1995 presentavano invano alle autorità elvetiche più richieste di asilo politico, per l’aggravarsi delle vicende degli slavi del sud. È però l’abilità sportiva di Valon a salvare la famiglia dal rimpatrio. La società sportiva Ligornetto lancia infatti una raccolta di firme per chiedere alla Confederazione di garantire asilo ai Behrami. Così sarà. Valon ripaga la fiducia (sportiva) accordatagli portando la Svizzera ai Mondiali del Sudafrica (suo il gol decisivo nella partita con la Turchia: sorta di nemesi, visto che questo Paese è l’erede politico di quell’Impero Ottomano che sconfiggendo i serbi e conquistando Mitrovica, la islamizzò).

Berhami, in Italia, ha giocato nel Genoa, nell’Hellas Verona e soprattutto nella Lazio: 44 presenze per i biancazzurri e quattro gol, uno dei quali decisivo nel derby 2008 (3-2 per la Lazio). Ora (dopo la deludente esperienza col West Ham – squadra della Premier di cui è dirigente Sir Gianfranco Zola, oggi sconfitta 1-3 dal Bolton – e dopo un bruttissimo infortunio lo scorso anno) potrebbe tornare proprio nella capitale, ma sulla sponda giallorossa.

A Mitrovica sud continueranno a essere orgogliosi di lui.

Come in quella nord, nei cui bar da due giorni a questa parte, si starà parlando di Krasić alla Juve. Lo stesso nei caffè belgradesi. Anche in Serbia la notizia domina infatti oggi tutti i siti online: http://sport.blic.rs/Fudbal/Evropski-fudbal/183404/Milos-Krasic-zvanicno-novi-clan-Juventusa

Magari è l’occasione per “dare un calcio” ai conflitti. Sperem.

Khodorkovskij in sciopero della fame

Ieri a Torino per un interessante convegno sulla Cecenia, molti dei relatori segnalavano l’importanza dell’attenzione internazionale sul rispetto dei diritti umani nella Federazione Russa (paese che ha sottoscritto e ratificato molte convenzioni, salvo non rispettarle). Ed Herta Muller in “Cristina e il suo doppio” ricordava come la pressione straniera sulle autorità romene avrebbe aiutato molti “dissidenti”.

E dunque torniamo a occuparci di Mikhail Khodorkovskij, il magnate russo condannato per reati fiscali ma per motivi politici. L’ex petroliere è stato condannato nel 2005 a otto anni di reclusione per  frode, appropriazione indebita ed evasione fiscale. Ora, dato che si avvicina la data di fine pena, le autorità russe (la giustizia russa, meglio, sempre che si possa individuare qualche differenza tra questi due poteri, da quelle parti) hanno inscenato un nuovo processo con nuove accuse, per lasciare l’imprenditore antiputiniano ancora qualche anno in Siberia. Nel nuovo procedimento giudiziario rischia 22 anni di carcere. Una sorta di ergastolo. L’accusa: riciclaggio di denaro. In uno dei paesi con tassi di corruzione più alti nel mondo, molti dovrebbero essere in cella con quel reato. Ma paga solo chi ha deciso di non finanziare il partito putiniano.

Da ieri Khodorkovskij ha iniziato una sciopero della fame a oltranza, sperando in un intervento del presidente Medvedev. È l’ennesima occasione che viene fornita al capo del Cremlino per prendere le distanze da Putin. Ma come per Fini/Berlusconi, per ora oltre ai distinguo non si va. Vedremo se in questa occasione il delfino uscirà dalla scia.

E a proposito di scia, va rimarcato un indirizzo positivo della giustizia russa che, almeno sulla storia, non torna sui suoi passi. È di ieri la sentenza di un Tribunale del distretto di Mosca che ha respinto la richiesta del nipote di Stalin (Evgenij Dzugasvili) di condannare la radio (indipendente) Eco di Mosca per aver detto: “Stalin ha firmato un decreto in base al quale i bambini potevano essere fucilati come nemici del popolo a partire dai 12 anni di età”.

Il nipote del dittatore sosteneva fossero notizie false, lesive della memoria del leader sovietico e puntava a un risarcimento pari a 250mila euro. Il direttore dell’Eco di Mosca, Venediktov, ha portato a sua difesa il testo di una dichiarazione nella quale Stalin difendeva la fucilazione dei minore e una lunga lista di minori assassinati dal regime. I giudici gli hanno dato ragione.

Ad maiora.