Odorare i luoghi di culto

Mi conduceva nei luoghi di culto con una benda sugli occhi perché indovinassi la religione dall’odore.

“Qua c’è odore di ceri, è cattolico”.

“Sì, è Sant’Antonio”.

“Qui c’è odor d’incenso, è ortodosso”.

“È vero, è Santa Sofia”.

“E qua c’è puzza di piedi, deve essere musulmano. Bleah, c’è un fetore…”.

“Cosa?! Ma è la Moschea Blu! Non ti piace un posto che odora di corpi umani? A te non puzzano mai i piedi? Ti disgusta un luogo di preghiera che odora di uomo, che è fatto per gli uomini, con gli uomini dentro? Hai proprio delle idee parigine, tu! A me questo profumo di pantofole mi rassicura. Mi fa pensare che non valgo più dei miei simili. Mi sento col naso, sento noi col naso, e quindi mi sento già meglio!”.

Eric-Emmanuel Schmitt,  Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e/o

Padre Pio

L’Italia è la terra di Padre Pio. È il luogo dove l’immagine del santo di Pietrelcina tende ormai a rimpiazzare le immagini di Gesù e della Madonna, oltre che sulle pareti delle botteghe o sui paraurti delle auto, sulle tombe dei campisanti. Ed è il luogo dove un’intera classe politica, senza eccezioni, fa mostra di venerare il frate cappuccino con uno slancio bipartisan. A dire il vero, nessun politico del Belpaese ancora ha proposto di rimpiazzare con una statuetta di padre Pio anche il crocifisso sul muro delle aule scolastiche e delle aule di giustizia. Ma è soltanto, forse, una questione di tempo.

Sergio Luzzatto, Il crocifisso di Stato, Einaudi, 2011

Via del pregiudizio

Chiedo indicazioni a mamma con ragazzino down. Lui mi indica una strada. Una signora, non interpellata, ne segnala una opposta. Quest’ultima ovviamente sbagliata. 

Vatti a fidare di quelli che non hanno (apparentemente) anomalie cromosomiche.

Ad maiora 

Correre. Per sopravvivere

La corsa sulla lunga distanza era venerata perché era indispensabile; era il modo per sopravvivere, prosperare e diffonderci su tutto il pianeta. Correvamo per mangiare e per non essere mangiati; correvamo per trovare una compagna e impressionarla, e con lei correvamo via per cominciare una nuova vita assieme. Se non avessimo amato la corsa, non saremmo sopravvissuti abbastanza per amare nient’altro. E, come per ogni altra cosa che amiamo (tutto ciò che chiamiamo “passioni” o “desideri”), si tratta di una necessità ancestrale che ci portiamo impresa nel DNA. Siamo nati per correre; e siamo nati perché corriamo.

 

Christopher McDougall, Born to Run, Mondadori

 

Ps. Venerdì si corre a Milano la 5.30Run , imperdibile, malgrado l’orario non proprio agevole.

Auschwitz non si può dimenticare

Noi siamo usciti da Auschwitz, ma Auschwitz non è uscita da noi. Non è possibile. È stata un’esperienza troppo traumatica. Lei immagini una persona giovane – io non avevo neanche vent’anni – che si ritrova da un giorno all’altro completamente sola, avendo appreso che i suoi familiari sono stati bruciati. Ridotti a fumo da un camino. È spaventoso, non si può dimenticare, non si può sopportare di non avere una tomba su cui portare un fiore. È difficilissimo. Ci sono cose, magari le più banali, che te lo ricordano in qualsiasi momento: una ciminiera che fuma, una fila di bambini che assomiglia alle colonne che andavano…

È qualcosa che non si può spiegare abbastanza. Poi la vita di ciascuno ha avuto il suo corso, con le cose belle e le cose tristi che ci sono capitate, e tutte queste cose rimangono nell’animo, però Auschwitz, tutto quello che è successo lì dentro, tutto quello che si è visto, tutti quei bambini a cui non si è potuto portare soccorso, tutti quei vagoni che arrivavano, quei convogli infiniti che scaricavano centinaia e centinaia di persone al giorno che andavamo al gas… È indimenticabile.

Goti Bauer (in Come una rana d’inverno: conversazioni con tre donne sopravvissute ad Auschwitz, Daniela Padoan, Bompiani 2005)

Ad maiora