Recensioni

Libri, film e tutto quel che mi capita sotto tiro

L’amore, Dania, Putin e la neve

Le guerre in Cecenia, il destino di tre donne, quello di un intero popolo e le violazioni dei diritti umani nella nuova Russia sono raccontate in DANIA E LA NEVE, un libro-denuncia in cui si respira tutta la scrittura di Anna Politkovskaja. “Il romanzo di Ceresa parla di assassinii di giornaliste. Di stupri e omicidi a sfondo razziale. Parla di abusi. Parla di violenze insensate. Parla di guerre senza regole. È un film dell’orrore. Ma purtroppo non c’è niente di inventato”, scrive nella sua introduzione al volume l’inviato Rai Andrea Riscassi.

L’Infinito edizioni ne ha parlato con Massimo Ceresa, l’autore di questo libro bello e intenso.

 

Massimo, “Dania e la neve” vuole sensibilizzare sulla cosiddetta “questione cecena”, rammentando che ancora oggi in Cecenia è in corso una guerra e che a perderla, invariabilmente, sono sempre i civili, gli innocenti… “Dania e la neve” è innanzi tutto un libro d’amore o, meglio, un romanzo di amori o, meglio ancora, di amori spezzati. Perché l’amore che è il sentimento più naturale e del quale nessun uomo può fare a meno, non può crescere laddove c’è una guerra. Non solo. Quello che i russi devono capire è che anche il loro amore e i loro affetti, da un giorno all’altro possono venire spezzati. Si pensi ai tragici fatti del Teatro Dubrovka, in pieno centro a Mosca, dove sono morti a causa della follia di terroristi ceceni e del cinismo dell’FSB e di Putin 200 persone. Per non parlare degli effetti collaterali più visibili: i morti sul campo e dalla parte dei ceceni e da quella dei russi, sia militari che guerriglieri che civili. Senza parlare degli orrendi crimini di guerra: rapimenti, torture, stupri ai danni ancora dei civili. E poi gli effetti collaterali meno visibili. Ad esempio il fatto che per l’ultima guerra cecena siano stati scelti soldati che non avevano la madre, in modo che non potesse esserci nessuno che li cercasse!

E perché non parlare di quella che Elena Dundovich di Memorial Italia chiama la “sotto-violenza di ritorno”? Ovvero il fatto che questi soldati russi, smobilitati a migliaia e poi fatti tornare a casa, ormai in guerra erano talmente abituati a gestire la vita degli altri senza nessun criterio o rispetto, che si rendono ancora protagonisti di episodi di violenza nelle stesse città in cui rientrano: c’è quindi il problema enorme del loro reintegro nella società russa. In più, con le due guerre cecene, si è creato il mito dello “straniero ceceno”, per cui i russi considerano i ceceni una categoria di serie zeta, e li ostracizzano. I bambini ceceni che vivono nella repubblica russa e vanno nelle scuole russe di Mosca o di San Pietroburgo, per esempio, sono emarginati e anche gli adulti che vivono là hanno difficoltà a trovare lavoro.

A che punto siamo oggi? Oggi, dopo che Mosca ha dichiarato la fine delle operazioni anti-terroristiche nella repubblica cecena (Mosca si è ben guardata da chiamare il secondo intervento in Cecenia “seconda guerra cecena”: la politica occidentale aveva già insegnato al mondo come mascherare operazioni neocoloniali sotto l’artificio della guerra al terrorismo!), la situazione a Grozny è apparentemente più rosea. Nella capitale cecena si assiste a una ricostruzione imponente, rigogliosa, ma che nasconde la grande foresta di corruzione (a imprenditori coreani è stata imposta una tangente del 50% sul piano di investimento), di soprusi e oltraggio dei diritti civili: nell’estate del 2009, ad esempio c’è stata una escalation di violenza rivolta contro semplici (sic!) volontari: è stata rapita e uccisa la giornalista e attivista di Memorial Natalia Estemirova; e la stessa sorte è toccata a Zarema Sadulaeva, presidente dell’associazione “Salviamo la generazione” e suo marito: sono stati barbaramente trucidati a Grozny l’11 agosto 2009. Zarema era un’attivista umanitaria e lavorava in partenariato con “Mondo in cammino” con lo scopo comune di aiutare le fasce più disagiate di bambini vittime delle due guerre russo-cecene. In Cecenia, per dirla con le parole dell’amico Massimo Bonfatti, presidente di “Mondo in cammino”, non è solo rischioso dire la verità, ma anche il contrapporre la prospettiva di una rinascita civile (il confronto, la speranza, la conoscenza di altri mondi) alla “normalizzazione” governativa. La sensazione, anche dai racconti degli amici che di recente sono stati a Grozny, è che tra la gente ci sia una gran voglia di semplice normalità; voglia di passeggiare senza l’incubo delle bombe o di un cecchino. Oggi la via principale invita a passeggiare: l’atmosfera non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. La ricostruzione ha reso Grozny bella, intrigante. Se c’è il sole, è un’esplosione di voglia di vita e di colori. Ma lontano dal centro risuonano ancora gli echi di spari o di sporadici attentati…

I proventi derivanti dai diritti d’autore di questo libro sono interamente devoluti all’Associazione AnnaViva – www.annaviva.com

L’intervista è disponibile sul sito della Infinito edizioni (www.infinitoedizioni.it)

Perché la farfalla Rai torni a volare

Prima di iniziare a recensire il libro di Gilberto Squizzato “La tv che non c’è” (Minimum fax, 2010), una premessa personale e necessaria.

Conosco Squizzato da vent’anni. Nel 1991 cercava giovani redattori da inserire nella nuova trasmissione “Europa” (che sta per chiudere in queste settimane, ma era già morta da tempo: i funerali sindacali si sono svolti a esequie già avvenuti) e dal Corriere (dal gruppo di Raffaele Fiengo, per l’esattezza), fui indicato io. Avevo 23 anni e da quattro anni bazzicavo i corridoi di via Solferino. Rispetto agli altri che vennero a “fare il provino” avevo qualche conoscenza televisiva in più, dato che da qualche mese curavo il tg di Lombardia7 (la dirigeva Paolo Romani, ora sottosegretario berlusconiano).

A Gilberto devo quindi il mio arrivo nell’azienda per la quale ancora oggi lavoro (dal 1991, con una pausa che mi fu imposta dalla politica nel 1994, ai tempi del primo governo di SB). Devo soprattutto quel poco che ho imparato di televisione. È, a mio modesto avviso, una delle persone che maggiormente conoscono la macchina televisiva nel nostro paese.

Da anni è lasciato dall’azienda del servizio pubblico radiotelevisivo (malgrado anche una sentenza della magistratura) a fare la muffa in un piccolo ufficio che è proprio sopra il mio: del suo caso, con un aplomb tipicamente britannico, parla in una nota a pagina 200 del volume. Nelle more di questa sua forzata inattività, Squizzato svolge in questo libro un lavoro immane. Propone uno schema di nuova governante della Rai. Non fa proclami ideologici e non lancia suggerimenti generici. No, disegna un possibile nuovo consiglio d’amministrazione (di 16 membri, come una volta), un nuovo amministratore delegato e un direttore generale editoriale che guidino la Rai. Una azienda che Squizzato sogna abbandonata dalla politica che ormai ne occupa tutti i gangli vitali. Sicuro che il Palazzo non farà da solo un passo indietro nell’occupazione del servizio pubblico, Gilberto invita nelle ultime pagine a una rivolta dal basso, fatta dai telespettatori.

Squizzato affronta anche il tema del finanziamento, negando l’ipotesi (caldeggiata da larghi settori dell’opposizione “democratica”) di smembrare la Rai, vendendone due canali, per lasciare il “servizio pubblico” relegato a Rai3. Anzi, il collega chiede un vero federalismo che renda la terza rete voce di quel territorio ormai scomparso da un’azienda completamente romanizzata (persino nelle fiction, malgrado le feste padane per un annunciato a mai realizzato sbarco di Rai2 a Milano).

Squizzato parla più della programmazione generale della Rai che del telegiornale in particolare. L’opinione pubblica, lo si capisce nel suo testo, viene più influenzata da un modo di proporre la realtà che traspare più nei programmi leggeri che in quelli “informativi”. Programmi sempre più spesso condizionati da una cultura americana, spesso lontana dalla nostra realtà. Ma ormai, come scrive «un ragazzo italiano, dopo una quantità smisurata di ore passate davanti alla tv, conosce tutta la geografia degli Usa, al punto che potrebbe viaggiare dall’Ohio alla California al Massachusset sentendosi quasi perfettamente a casa propria: ma quello stesso giovane non sa nulla di Orvieto, di Cefalù, di Luino e crede che il mondo sia un’immensa metropoli americana, che la verità sul delitto e sul male si possa scoprire solo con le tecniche di CSI, che i veri medici siano eroi solitari come il dottor House, mentre le adolescenti si persuadono che l’amore si possa vivere solo all’americana, come le protagoniste di Sex and the city. È una questione moralistica? No, è una questione di formazione del gusto, di capacità di lettura critica del reale».

Come d’altronde scrive Beppe Giulietti (parlamentare di Articolo 21) nell’introduzione, «proprio perché la Rai è pagata da tutti, dovrebbe essere il luogo dove dare cittadinanza e possibilità di espressione a tutti quei linguaggi, quelle identità, quelle diversità che altrove non trovano ospitalità, perché considerate ostili, non in linea con le volontà dell’editore, non utili alla raccolta pubblicitaria». Squizzato nel volume racconta la vicenda di una vecchia trasmissione “Di tasca nostra”, chiusa su pressione degli inserzionisti, chiedendosi quanto controllo eserciteranno su tv privati e giornali quegli inserzionisti che ormai dettano legge anche nei palinsesti. Il sogno di Squizzato (ma chi non sogna un futuro migliore?) è quello di un’azienda che riprenda in mano il suo destino, che torni a produrre tv anziché delegare ai venditori di format (alcuni dei quali, vale la pena ricordarlo come fa Gilberto) sono di proprietà del concorrente. È un format persino In mezz’ora dell’Annunziata: un tavolo, due sedie, un cronometro e un’intervista.

Tanto è esternalizzato in Rai, coi risultati che avete sotto gli occhi ogni sera e nelle orecchie se ascoltate la radio (in Mediaset lo è meno come ha rivelato il recente sciopero contro l’esternalizzazione del trucco). «Sarebbe come se il Corriere della sera avesse mantenuto solo la proprietà della tipografia e degli apparati commerciali appaltando il lavoro redazionale a società esterne, magari a un’agenzia formata da giornalisti di Repubblica», sottolinea con acume Squizzato che parla di creatività privatizzata e precarizzata.

La sfida che lancia il libro è anche a una riscrittura dei canali in vista della digitalizzazione (che come ricorda Squizzato non può essere solo nella trasmissione ma anche nella realizzazione, al momento invece ancora – incredibilmente – analogica) che dovrebbe essere sfruttata per ridare un senso a quel concetto di servizio pubblico, al quale Gilberto non ha dedicato solo questo libro, ma tutta la sua vita. Nella speranza, che la farfalla Rai torni a volare.

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Gilberto Squizzato

La Tv che non c’è

(Come e perché riformare la Rai)

Minimum fax

Roma, 2010.

Pagine 239

13 euro

Le vie del petrolio sono (ancora) infinite

È un libro che ho impiegato un po’ a leggere non perché pesante, ma per la mia mania di sottolineare i passaggi per me interessanti. La mia copia de “Il Petrolio e la gloria” di Steve LeVine (Il Sirente) ha intere pagine evidenziate. Il sottotitolo del volume di questo giornalista americano (che cura un ottimo blog sul tema energetico) aiuta forse chi mi conosce a capire perché la tematica mi stia a cuore: “La corsa al domino e alle ricchezze della regione del Mar Caspio”.

È un racconto sullo sfruttamento dei campi petroliferi e gasiferi nelle aree ex sovietiche. Una cronistoria che parte dalla scoperta dei giacimenti e arriva fino alla guerra russo-georgiana. Un ottimo libro che spiega gran parte delle problematiche e delle tensioni geopolitiche che attraversano quelle aree del pianeta. La parte chiave del volume (che ha un errore di traduzione che mi ha fatto sanguinare il cuore quando ha parlato di “rivoluzione delle arance”, riferita a Kiev, confondendola forse col carnevale di Ivrea…) è concentrata negli anni ’90.

Nel 1993 i russi, nella persona del ministro dell’Energia Yuri Shafranik, si intromettono nelle trattative sul petrolio offshore tra Azerbaigian e compagnie occidentali, facendo due richieste: «Che una compagnia russa avesse un 10% dell’accordo e che le compagnie petrolifere occidentali esportassero il loro greggio dal Caspio solo attraverso oleodotti russi». La candidata (alla quota del 10%) era la Lukoil, grande compagnia energetica russa. Shafranik era molto seccato che Mosca fosse tagliata fuori dagli affari per la corsa al petrolio a Baku. Lì era nata l’industria petrolifera imperiale russa e lì in qualche modo i russi avrebbero dovuto continuare ad esserci.

Tra i paesi ex sovietici (quelli che a Mosca, in modo colonialista, chiamano “estero vicino”) l’Azerbaigian è stato uno di quelli meno anti-russi, anche se gli storici rivale armeni hanno sempre avuto l’appoggio moscovita. Così si spiega perché venga accettata anche la Lukoil nell’affare: nel 1994 le viene concesso il 10% degli affari petroliferi tra gli azeri e il resto del mondo.

È da questi elementi che nell’amministrazione americana (a quel tempio guidata da Clinton) riparte la “politica di contenimento”: non più verso l’Unione sovietica, ma verso la Russia. Una politica nella quale Washington ha giocato e gioca tutte le sue carte per impedire che una fetta del mondo dipenda energeticamente dai voleri del Cremlino. Una politica nella quale, la nostra Italietta a differenza che nel passato è schierata con la Russia (paese che veste – con giacconi della marina militare – anche quello che ormai viene chiamato il premier italiano) anziché con gli Usa (guidati d’altronde da un abbronzato, amante delle guerre e per questo premiato col Nobel per la pace). (A proposito di Nobel: dal libro ho scoperto che la prima petroliera al mondo – la Zoroaster – fu costruita da Ludvig Nobel). L’accordo per l’offshore di Baku viene siglato dai rappresentanti kazaki e russi: la foto li ritrae sorridenti sotto la foto di un austero quadro di Lenin (che non si può rivoltare nella tomba visto che era ed è presidiata h24).

Già perché libro è corredato anche di belle fotografie in bianco e nero dove vengono mostrati tutti i protagonisti dell’epoca, ma anche i pozzi petroliferi a eruzione spontanea, che danno l’idea di che posti ricchi di risorse naturale siano questi intorno al Mar Caspio. Per sfruttarli al meglio, l’Urss fece addirittura costruire una città sulle palafitte accanto alla piattaforma petrolifera di Oily Rocks.

Ci sono anche le foto dei banchetti coi quali sono stati suggellati gli accordi commerciali tra le compagnie occidentali e le nazioni post-sovietiche. Pranzi luculliani che potevano finire anche con l’ingoio dell’occhio di pecora, come vuole la tradizione kazaka. Ma gli affari venivano preparati nei minimi dettagli, da una parte e dall’altra del mondo. Racconta LeVine (che ha appena pubblicato, negli States, “Putin’s Labirinth”): «Il Kazakistan segnalava che era pronto ad aprire i negoziati di Tengiz con la Mobil, e la compagnia petrolifera invitò il presidente a dei colloqui a Nassau. Si assicurò che fossero organizzati in modo sontuoso: in una fotografia si vede il presidente Nazarabayev nuotare vicino a uno yacht affittato dalla compagnia nei Caraibi. Per dimostrare la sua buona volontà, la compagnia offrì come dono al presidente kazako il jet personale di Noto (Lucio, il presidente della compagnia petrolifera, NdR) e promise di costruire ad Almata (la nuova capitale, NdR) un campo da tennis al coperto a disposizione sua e di selezionati dirigenti della Mobil. Nessuno dei doni si materializzò, ma la loro evocazione servì allo scopo di lusingare Nazarbayev».

Nella battaglia per il controllo di questi impianti o degli oleodotti da costruire, compare negli anni ’90, anche la nostra Agip. Per Tengiz fa parte, insieme a Chevron, Mobil e British Gas, della cosiddetta “banda dei quattro”. A quei tempi la compagnia semi statale italiana sembrava interessata ai progetti americani di rendere l’Europa indipendente energeticamente dalla Russia. Era prima dell’alleanza strategica tra Eni e Gazprom.

Per far arrivare petrolio e gas dal Mar Caspio senza passare dal territorio russo, gli occidentali ne inventavano di ogni, come ci spiega l’autore: «Secondo una stima, furono proposti ottantadue progetti differenti che avrebbero del tutto evitato il territorio russo, alcuni dei quali rasentavano l’assurdo. La Exxon suggerì il più eccentrico: un tracciato di 4.400 miglia da 12 miliardi di dollari, che attraversa quasi un quinto della circonferenza del globo fino al Mar Giallo della Cina. Fu accolto con poco più che risatine». Risatine. Ma si dà l’idea di una preoccupazione reale con la quale abbiamo avuto drammaticamente conferma in questi ultimi anni.

Tra i primi a fare le spese dei sistemi più politici che economici, con i quali la Russia tratta i suoi vicini, è stato il Turkmenistan. Racconta il giornalista: «Il Turkmenistan era il quarto più grande fornitore al mondo di gas naturale. Dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1991 in seguito al collasso sovietico, la repubblica aveva guadagnato due miliardi di dollari all’anno esportando il suo gas attraverso gli oleodotti controllati dalla Russia. Improvvisamente, alla fine del 1993, il Cremlino tagliò l’accesso alla rete del Turkmenistan. Mosca voleva per sé l’intero mercato. Solo la continua esportazione di materie prime come petrolio e cotone impedivano al Paese di scivolare verso la bancarotta». Per ovviare a questa situazione il dittatore pazzo ed esibizionista (Nijazov aveva fatto erigere migliaia di statue che lo raffigurano in tutto il paese – la più grande delle quali, nella capitale, è d’oro, alta 12 metri e gira col girare del sole) arriva a studiare, con compagnie statunitensi, un tracciato che passi da Pakistan e Afghanistan. Qui i talebani (attentissimi agli affari alla faccia della sharia) sembrano molto interessati. Quando poi gli americani (con un leggerissimo ritardo…) si rendono conto di quel che succede, rinculano precipitosamente. «I giornalisti iniziarono a trasmettere dalla capitale afgana immagini preoccupanti: i talebani avevano giustiziato il precedente governante, Mohammed Najibullah, e trascinato il suo corpo per la città; le fotografie mostravano il corpo di Najibullah e del fratello che pendevano da un palo con banconote infilate nel naso. Seguaci dei talebani furono visti picchiare con bastoni donne ricoperte da burka, a cui era stato proibito di andare ai mercati a meno che non fossero accompagnati da membri maschi della famiglia. La Unocal (compagnia petrolifera californiana ora assorbita dalla Chevron, NdR) e l’amministrazione Clinton ebbero un’immediata crisi delle pubbliche relazioni. Le loro dichiarazioni di sostegno frettolosamente espresse adesso suonavano superficiali, come se stessero reagendo ai risultati di un’elezione, non a una presa di potere da parte degli insorti. Le loro entusiastiche approvazioni dei talebani rinforzavano il vecchio sospetto di alcuni che la compagnia petrolifera, la CIA, o entrambi avessero sostenuto la lunga marcia del gruppo. Marvis Leno, la moglie del presentatore americano di talk show, Jay Leno, e la sua Majority Foundation femminista di Los Angeles erano furiose. Il Dipartimento di Stato tornò sui propri passi; un portavoce disse che gli Stati Uniti erano costernati per gli atteggiamenti dei talebani. La Unocal dichiarò debolmente che il suo portavoce ufficiale era stato citato erroneamente. Alla fine due ulteriori colpi alle pubbliche relazioni portarono alla sconfitta della Unocal e del suo ostinato presidente. Per prima cosa, la Feminist Majority Foundation organizzò una campagna contro la compagnia petrolifera. Marvis Leno interruppe un incontro di azionisti con un intervento di opposizione a ogni affare con i talebani. Poi, nell’agosto 1998, camion bomba saltarono in aria alle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania, attacchi attribuiti ai gruppi di Osama Bin Laden. Giorni dopo, gli Stati Uniti lanciarono dozzine di missili Tomahawk in un campo di Al-Qaeda in Afghanistan, in un fallito tentativo di assassinare Bin Laden. Il giorno successivo, la Unocal annunciò che aveva “sospeso” il progetto dell’oleodotto». Bontà loro. Mentre sogno che la moglie di qualche conduttore della tv italiana interrompa un’assemblea dell’Eni, capisco come davvero gli affari non guardino in faccia a nessuno. E per fortuna, dove esiste l’opinione pubblica, qualcuno indietreggia.

Nel libro si parla anche del giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli anni 2000. E’ un campo petrolifero offshore, nel Mar Caspio, dove l’estrazione non sarà semplice visto che la temperature arrivano a –40°. Il progetto costa 136 miliardi di dollari (originariamente erano 57) e cominciare a fruttare nel 2014. Lo sfruttamento del campo è affidato a un consorzio internazionale (North Caspian Sea Production Sharing Agreement) formato da sette compagnie: Eni/Agip KCO (16,81%), Shell (16,81%), Total (16,81%), KazMunayGas (16,81%), ExxonMobil (16,81%), ConocoPhillips (8,4%), Inpex (7,56%). L’impianto ha subito numerosi ritardi e iniziative politiche kazake. Dal 2009 la Ncoc (la North Caspian Operatine Caspian) ha accentrato su di sé la guida del consorzio (prima era degli italiani di Agip KCO).

Per spiegare la serietà di quanti girano intorno a questi progetti, Steve LeVine racconta questo episodio avvenuto nel 2000 (e che dà l’idea che tutto il mondo è paese): «Il presidente del Kazakistan Nazarbayev annunciò che desiderava vedere il processo di trivellazione di prima mano. I petrolieri erano sgomenti. D’altro canto non potevano dirgli di non venire. E così escogitarono un intelligente stratagemma. La squadra acquistò seimila galloni di carburante diesel ed equipaggiò una cisterna con una valvola on-off. Per due giorni, gli operai si esercitarono girando la valvola e infiammandolo, imitando l’apparenza di gas che veniva infiammato da Kashagan. C’era un problema: cosa fare con il tradizionale imbrattarsi le facce? Nazarbayev avrebbe certamente insistito per un secchio di petrolio di Kashagan per impiastricciare la sua faccia e le facce di tutti gli altri come segno di buona fortuna. Ma fino ad allora i petrolieri avevano recuperato solo scarse quantità di idrocarburi da Kashagan, non abbastanza per impiastricciare la faccia di qualcuno. Così fecero l’equivalente di prendere in prestito un quarto di latte da un vicino, richiedendo un container di greggio di Tengiz (campo del Mar Caspio già operativo: è onshore, ma produce oltre al petrolio anche montagne di detriti di zolfo, NdR). Poi escogitarono un modo in cui il greggio fluisse da una valvola sull’impianto. Tutto era pronto quando arrivò il presidente il 4 luglio. Ross Murphy (responsabile della squadra di perforazione) lo salutò platealmente, dichiarando: “Le presentiamo Kashagan”. Nazarbayev era così soddisfatto per quello che pensava fosse gas naturale che veniva infiammato che stette a guardare il carburante diesel che bruciava per più di venti minuti. Murphy iniziò a temere che la loro fornitura di seicento galloni di diesel sarebbe finita e “la truffa sarebbe venuta fuori, e quello non sarebbe stato affatto un bene”. Alla fine, un Nazarbayev contento si avvicinò alla valvola che faceva uscire il greggio di Tengiz in modo così autentico che Murphy stesso pensò, “Sembra reale”. Il presidente poi unse tutti con il petrolio. Parlando dopo ai giornalisti all’aeroporto di Atyrau, era entusiasta: “Vi posso dire oggi che c’è petrolio, molto petrolio, e di buona qualità”, disse. Aggiunse, “Questo è un grande aiuto alla nostra indipendenza, al nostro futuro e alla nostra prosperità. Le speranze del popolo kazako si sono realizzate”». Il giacimento, come detto, non è ancora operativo. L’unto del petrolio è invece sempre alla guida del suo Paese. Nursultan Nazarbayev, il compagno che nel 1984 era primo ministro e segretario del partito comunista kazako, è stato eletto presidente del Kazakistan nel 1990. Il parlamento ha recentemente approvato una norma che gli consente di essere rieletto finché ne avrà voglia, a vita insomma. Sui rapporti tra questo dittatore e il presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, riporto fedelmente il resoconto dell’Adnkronos sul viaggio di Silvio Berlusconi ad Astana, il 5 novembre 2009: «”Siamo lieti di accogliere il presidente Nazarbayev, che posso considerare un mio caro amico – ha detto il premier Berlusconi – accompagnato da una folta schiera di ministri del suo governo per la firma di importanti accordi istituzionali da un lato e commerciali dall’altro. I contenuti degli accordi firmati riguardano molti miliardi di dollari e interessano nostre grandi aziende, ma abbiamo preso accordi per una missione di piccole e medie aziende italiane per esportare nel Paese asiatico il nostro know how”. “Abbiamo la speranza – ha proseguito il presidente del Consiglio – di poter avanzare la collaborazione tra i nostri due settori economici. Abbiamo parlato anche di turismo – spiega il premier Silvio Berlusconi – per portare gli italiani in questo Paese grande nove volte l’Italia”. Ma il Cavaliere non nasconde “un’invidia da costruttore” per la costruzione da zero della capitale kazaka, Astana, perla dell’architettura moderna: “Nazarbayev ha realizzato in appena otto anni una città di un milione di abitanti. Ma noi ci siamo presi una piccola rivincita: stiamo realizzando una nuova città per 34mila abitanti all’Aquila a causa del terremoto. Caro presidente, abbiamo imparato qualcosa da voi e l’abbiamo messa in pratica”, ha detto il premier. Quello che ancora invece l’Italia non riesce ad importare è la velocità nelle autorizzazioni per gli interventi edili, di cui il premier Berlusconi torna a lamentarsi: “Anche il presidente Nazarbayev ha potuto vedere i tempi per le autorizzazioni in Italia. Hanno acquistato Villa Manzoni e le autorizzazioni per gli interventi sono arrivate dopo due anni, nonostante le pressioni del governo”. “Confermo la visita del Milan per l’inaugurazione del nuovo stadio di Astana”, ha poi annunciato Berlusconi, che in più passaggi ha espresso ”grande soddisfazione per l’impegno dei nostri imprenditori in Kazakistan e credo che possiamo sviluppare una vasta gamma di collaborazioni in un Paese che ha grandi ricchezze e una straordinaria crescita demografica, che dimostra una grande vitalità di tutti i maschi ‘kazakistani”’, scherza il premier».

Sul presidente kazako, grande amico di Berlusconi (ma anche dell’ex vicepresidente Usa Dick Cheney che ebbe a esprimere «ammirazione per tutto quello che è stato compiuto in Kazakistan»), LeVine racconta un episodio del 1999 che non ha bisogno di commenti. I servizi segreti kazaki cercano di gettare discredito su un ex primo ministro, Akezhan Kazhegeldin, candidato presidente in alternativa a Nazarbayev. Informano le autorità belga che questo politico vorrebbe comprare casa per la figlia fuori Bruxelles, con misteriose operazioni finanziarie. L’Interpol apre un’inchiesta e manda una rogatoria alla vicina Svizzera per cercare di capire se qualche transazione fosse passata da quelle parti. David Devaud, pubblico ministero di Ginevra, visto che il possibile titolare del conto ha un nome complesso (e magari traslitterato male), chiede alle banche svizzere che la ricerca comprenda, oltre a “Kazhegeldin”, anche la parola “Kazakistan”. Ecco come LeVine spiega la sorpresa degli investigatori elvetici: «Quando arrivarono le risposte, non c’era niente che implicasse Kazhegeldin. Invece, vennero fuori altre due transazioni. Nella prima 85 milioni di dollari in un conto del governo kazako al Crédit Agricole Indosuez erano stati trasferiti su un conto personale dopo che il magistrato aveva diffuso la richiesta di informazioni. Nella seconda, i soldi erano stati trasferiti ad un ulteriore conto di Stato del Kazakistan in una seconda banca, Pictet & Cie. Sembrava che chiunque controllasse il conto personale fosse stato avvisato dell’inchiesta del magistrato e che stesse provando a camuffare il denaro. Stimolata la sua curiosità, Devaud cercò il nome del beneficiario del conto. Era Nursultan Nazarabayev, il presidente del Kazakistan. Il magistrato sospettando che stesse accadendo qualcosa di irregolare, fece congelare tutti i conti sospetti. La sua azione non fu annunciata pubblicamente, ma ne arrivò notizia sul New York Times quattro mesi dopo, nell’ottobre 1999. La notizia rimase in gran parte inosservata. Nazarbayev ne proibì la diffusione sui suoi mezzi di comunicazione kazaki, e quando una stazione televisiva russa la rese nota, bloccò le sue trasmissioni in Kazakistan». Decisamente più efficiente che chiamare la locale Autorità per le garanzie nelle comunicazioni…

Per tornare al tema principale del libro e agli scenari petroliferi che racconta, ecco invece quel che riguarda l’oleodotto BTC (Baku, Tibilisi, Ceyhan), fortemente voluto dagli americani e che, divenuto operativo, gli aerei russi mancarono con le loro bombe durante il confitto del 2008: «Due Stati della regione – Azerbaigian e Georgia – abbracciarono presto l’idea di essere infilati come perle lungo un grande oleodotto legato a Washington (ai tempi guidati da Clinton, decisamente più occhiuto di Obama in queste aree), che permetteva loro protezione dai nemici. Adesso che gli Stati Uniti erano dietro di esso, piaceva loro anche di più. E piaceva anche alla Turchia che riteneva che la partecipazione a tale progetto potesse rinnovare la sua influenza storica sulla regione. Fu così che il governo americano diede nuova vita alla proposta da tempo nell’incubatrice di un oleodotto lungo 1.081 miglia da Baku ai terminali di esportazioni nel porto turco mediterraneo di Ceyhan. Sarebbe stato il più lungo tracciato di questo tipo al mondo e sarebbe stato costruito interamente su un territorio amico dell’America». Molti petrolieri storsero il naso di fronte a quello che veniva bollato come un “oleodotto politico”. Ma quali sono gli oleodotti non politici??

Gas e petrolio sono strumenti di pressione e di conquista. Un Risiko moderno dovrebbe avere giacimenti, oleodotti e gasdotti, anziché carrarmatini. Altrimenti non si capirebbe come mai l’Iran sia stata esclusa da tutti i giochi energetici.

In queste partite sui giacimenti kazaki, l’Italia ha avuto un ruolo rilevante: entrando nei campi di Tengiz, l’Eni era «la sola con quote di partecipazione in tutti e tre i giganti petroliferi kazaki, tra i più grandi del mondo». E aggiunge il giornalista: «Quando si disgregò l’Unione Sovietica, l’Eni era un giocatore relativamente minore nel settore petrolifero mondiale. Sedici anni dopo, era operatore sia di Karachaganak sia di Kashagan, aveva costruito una condotta per il gas naturale dalla Russia alla Turchia, era un esperto partner della Russia nei grandi accordi sul gas naturale. Mosca sembrava davvero avere fiducia negli italiani». Ora questa fiducia sembra venuta meno. Ma questa è un’altra storia.

Steve LeVine

Il petrolio e la gloria

Il Sirente

Fagnano Alto, 2009

Pagine 492

Euro 20

L’Expo (verde?) di Bonomi

È un libro molto piccolo, edito dalla ShaKe , casa editrice che si trova in quel laboratorio rappresentato da viale Bligny 42, forse anche “fortino della droga” come descritto dalle cronache dell’ultimo anno, ma anche condominio-mondo capace di accogliere realtà che altrimenti non potrebbero restare a Milano.  (In quel palazzo ci ho fatto il servizio civile, ma questa è un’altra storia). E proprio la “capitale del Nord” è proprio al centro dell’attenzione professionale di Aldo Bonomi che con “Milano nell’Expo”, col quale il sociologo prosegue il discorso iniziato con “Milano ai tempi delle moltitudini” .

Bonomi destruttura, in questo nuovo lavoro (frutto di una conferenza e alcuni articoli) gli strati sociali della città postfordista, dividendola in cinque cerchi. Il primo è il «Quadrilatero delle Bermude» (quello dove si è scatenato il «tifone della crisi finanziaria» che ha colpito «una neoborghesia che non ha più il possesso dei mezzi di produzione»), «quello che va da piazzetta Cuccia, a piazza Scala, a piazza Cordusio». Un cerchio bancario e finanziario che, lo ricorda Bonomi, è stato capace di dare lavoro a 380 mila persone, «più degli addetti della mitica Fiat fordista». È un mondo sempre in movimento per il mondo e slegato dalla città anche nel week end (per la «secessione dei benestanti») e che si sta disinteressando ai contenuti dell’Expo. Che ha lasciato spazio e potere a chi viene da Arcore o da Gemonio. Il secondo cerchio è quello dei commercianti che paradossalmente hanno pagato dazio più pesante alla crisi rispetto alla borghesia finanziaria, con 35 mila negozi chiusi negli ultimi dieci anni. In grado di creare al contempo «uno dei più grandi parchi a tema mondiali dell’economia dei desideri, che è quello che sta tra via della Spiga, via Monte Napoleone e piazza S.Babila», non-luogo dove tutti i cerchi vanno per la «vetrinizzazione del sociale». Il terzo cerchio è quello della «città-invisibile», il nuovo “proletariato” al servizio dei primi due cerchi, con le sue 75 mila badanti e le sue ombre che «diventano visibili solo quando uno si trattiene in ufficio fino alle otto di sera». Anche nel quarto cerchio si trovano i nuovi “proletaroidi”, ossia quel mondo che rappresenta la classe creativa, che rifiuta il lavoro salariato ma è sempre in preda alla precarietà, resa ancora più precaria per la crisi che ha imposto il taglio del “superfluo” (e di rimbalzo anche dell’happy hour). Il quinto e ultimo cerchio è la «città infinita», che va da Malpensa a Orio al Serio fino a Lodi. Un’area con mezzo milione di imprese e il maggior numero di sportelli bancari d’Italia.

L’Expo moderno, sottolinea acutamente Bonomi, non rappresenta più «la potenza espansiva del capitalismo», anzi ora insiste sul concetto di limite. La carenza d’acqua a Saragozza, della qualità della vita in città a Shangai e l’alimentazione appunto a Milano. Il cibo e soprattutto la sua scarsità per larga parte della popolazione mondiale (che spinge peraltro proprio a Milano migliaia di immigrati) è al centro dell’esposizione milanese. Ma, sottolinea Bonomi, per la città il tema non esiste, anzi «il problema sta solo nella nuova operazione immobiliare che verrà fatta a fianco della fiera di Rho». «E’ tutto molto semplice – chiosa il sociologo – non esiste una borghesia milanese che abbia la visione di come debba essere questa città». Ognuno dei cinque cerchi va per conto suo. La sinistra, sottolinea Bonomi, non esiste più in nessuno dei cinque cerchi, o forse solo nel primo. Leggendo l’interessante analisi fatta da Marco Alfieri ieri sul Sole 24 Ore (“Il derby lombardo Cl-Lega”, 20 febbraio 2010), la sfida di potere in Lombardia è tra i «verdi» (scomparsi gli ambientalisti definisce ormai così gli esponenti del Carroccio) e la «corazzata Cl/Compagnia delle opere». In questa gara tra queste due “anime” (le virgolette qui sono mie), entrambe non di Milano, Alfieri spiega una campagna elettorale (molto intensa, malgrado la disparità di forze in campo) che alla fine è tutta interna allo schieramento del centro-destra, per capire chi prenderà più voti nella principale regione del paese.

L’Expo sarà un’occasione «per far rinascere una neoborghesia adeguata ai tempi», come ci si augura leggendo Bonomi? O una vittoria dell’onda verde alle prossime regionali potrà «correggere in chiave “sostenibile” il Pgt milanese partorito dall’assessore Cl Masseroli», come spiega Alfieri?

Domande a cui non so rispondere ma che sarebbe giusto farsi quando, tra qualche settimana, andremo verso i seggi.

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Aldo Bonomi

Milano nell’Expo

ShaKe edizioni

Milano, 2009

Euro: 7,90

Gli occhi di Piretto

Due premesse sentimentali a una recensione che precede di qualche ora la presentazione di questo volume alla libreria popolare di via Tadino (18, Milano: giovedì 11 febbraio alle 21).

Voglio molto bene a Gian Piero Piretto autore di un interessantissimo “Gli occhi di Stalin: la cultura visuale sovietica nell’era staliniana” (Cortina). È grazie a lui che la superficialità con cui mi sono avvicinato al mondo ex sovietico si è parzialmente scalfita. Lui è un cultore della materia (la cultura russa) capace di appassionare oltre che centinaia di studenti, anche giornalisti rimasti, grazie ai suoi stimoli, invischiati in questa che rimane una palude solo se la si guarda dall’esterno.

La seconda premessa è che la mia scarsa cultura di base non mi permetterà di fare una recensione degna di questo libro. Uscirà quindi il giornalista che è in me. Vent’anni a fare il pennivendolo mi rendono capace (come i vecchi terzini che affrontano attaccanti molto più bravi di loro) di sfruttare tutto il mestiere che ho accumulato sulle punte delle dita per cavarmi dall’impaccio. Alla serata organizzata da Annaviva farò quel che fanno migliaia di giornalisti che fingono di aver letto libri dei quali non hanno nemmeno accarezzato la copertina: domande banali, pronto ad abbeverarmi delle risposte. Fare da spalla è più facile che fare il “critico” (figura che, ho appreso nel libro, aveva un ruolo centrale nel sistema repressivo staliniano: una sorta di esecutore o esponente del canone in prima persona, cui spettavano determinanti interventi valutativi).

Ora indosso la cravatta (rossa) della serietà. Di cosa parla dunque il libro del prof. Piretto? Della propaganda staliniana ma non solo. Di come un regime utilizzi tutti i media in suo possesso per portare avanti la sua idea di “uomo nuovo”. «La propaganda proclamava, e l’arte era tenuta a “performare”, continui modelli comportamentali, dimostrando, attraverso immagini concrete, una rassicurante realtà: che l’uomo nuovo, con le sue qualità eccezionali, era già nato». Insomma non lo si vedeva in giro ma questo nuovo uomo frutto del comunismo (atteso invano per settantanni) era da qualche parte.

Per Piretto lo studio storico su una cultura visuale del passato può «contribuire a un’alfabetizzazione visiva da proiettare sul presente, dove l’equazione “vedere-credere” torna prepotentemente a dominare la “videosfera”, ossia la nostra cultura visuale contemporanea, in cui quelle che un tempo erano le immagini si sono trasformate nel “visivo”». È il cuore stesso di un libro che parla del passato ma fa venire in mente il presente. Perché le immagini, oggi come allora, procurano esperienze (e sensazioni) semiotiche. Ieri come oggi, la cultura visuale ci spinge ad applicare la «categoria filosofica della credenza: credo a ciò che vedo. Ma ciò che vedo raffigurato, riprodotto, illustrato». 80 anni fa come questa mattina, la massa «fa proprie anche inconsapevolmente le modalità comportamentali suggerite dalla propaganda e dalla cultura visuale».

E così che in questo gioco di specchi deformanti, «ciò che vedo rappresentato è il vero, più autentico di quanto si offre al mio sguardo nella vita di ogni giorno». Si ribadisce la potenza del simulacro e dei simboli sulla realtà. In Urss fu una scelta imposta. Ormai è accettata come dato di fatto. Perché credere in ciò che si vede significa avere fiducia in un’ideale. Nel terribile regime staliniano (capace di mixare come spiega mirabilmente Piretto «euforia e terrore in un solo paese») tale fiducia spinge persino a credere nella bellezza, che (Dostoevskij insegna) è la chiave di volta per illudere che la vita socialista sia la migliore che si possa immaginare. Per indurre a bersi questa assurdità il regime riempie strade e piazza di slogan, «una sorta di ripasso costante, di memento, una ripresa in forma riduttiva e talora degenerata della poetica dell’icona». D’altronde l’assurda frase-slogan di Stalin del 1935 recita: «Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro». «La bellezza è la nostra vita, avrebbe predicato il compagno Stalin – scrive Piretto – e schiere di folla entusiasta avrebbero sfilato in ogni occasione per dargli ragione, a dispetto della virtualità di questa situazione, dell’assoluta mancanza di riscontri concreti.»

L’importante infatti non è più la verità, ma la veridicità. «L’etica era ovviamente sospesa, la retorica non si poneva il problema della verità o della menzogna, ma quello del “funzionamento”. La falsità dell’immagine (dell’operazione) veniva accettata in nome della sua idealità (in nome dell’ideologia): falsità effettuale come verità ideale. Lo spazio era regolato da immaginario, desiderio, fantasia. All’interno di quello spazio agiva l’eroe, figura indispensabile per mirare al massimo effetto». Di qui l’iconografia staliniana col Padre della Patria eretto come una statua (e a volte raffigurato da vere statue, in piazza Rossa, malgrado la sua contemporanea presenza in carne e ossa) di fianco al Mausoleo di Lenin (vera icona del passato traslata anche nella nuova Russia dedita agli affari). Statue disseminate in tutto l’impero a testimoniare che «il potere non è più solo un apparato punitivo che si manifesta in modo episodico per colpire chi infrange la legge, ma diventa un fenomeno onnipresente».

In Urss (ma non solo…) le parole descrivono una realtà che è opposta a quella reale, una verità non vera. Come la descrizione di Stalin quale “il miglior amico dei bambini” («Grazie al compagno Stalin per la nostra infanzia felice», recitava uno dei più diffusi slogan). Una famosa immagine mostra il dittatore con un braccio la piccola Gelja, figlia di un dirigente del partito poi epurato e ucciso. L’icona (ripulita dalla sconveniente immagine del vero padre) rimarrà intoccabile. Anzi questa immagine impermeabile alla storia sarà addirittura usata nelle campagne per l’adozione degli orfani: «Esempio massimo – come spiega Piretto – di spettacolarizzazione del terrore e di investimento nel rapporto mitologico tra il padre dei popoli e la madre patria». La storia emergerà nella sua “vera” drammaticità solo nel 1995. D’altronde, come spiegava il compagno Lenin, «per essere credibili bisogna essere terribili».

L’eroe sovietico-staliniano è anche il soldato ritratto tre volte (bellissimi manifesti riprodotti nel’ultimo capitolo de “Gli occhi di Stalin) mentre va a Berlino, dopo averla conquistata e, qualche anno più tardi, dopo essere diventato vero bolscevico grazie alla stacanovismo (un sequel cui fece seguito in epoca post-socialista un quarto, irridente, manifesto nel quale lo stesso uomo chiede la carità).

Il marketing sovietico non fu propaganda di prodotti, ma di un’idea. A livello di marketing era la stessa Urss che si metteva in mostra, che si offriva al “mercato” (almeno degli occhi). Un’arte che si concretizzava non in un’opera ma una sua riproduzione, una sua moltiplicazione. Il fruitore non era il singolo ma la massa che doveva trasformare le icone in pratica di vita.

Da queste premesse nasce il “realismo socialista” nel quale gli artisti cercano di tematizzare tutto ciò che è sovietico e non occidentale. Nel quale si spinge a “parlare bolscevico”, che non significa solo chiamare i grattacieli – nome troppo americano – “edifici alti”: «Voleva dire essere nella schiera di coloro che “capivano”, che condividevano, che partecipavano. Gli altri, i capitalisti, i fascisti, gli stranieri, tutte le infinite categorie che progressivamente sarebbero sfilate nelle molteplici morfologie dei nemici del popolo, confluivano automaticamente nel regno del nulla, del male, ed erano escluse da ogni fruizione, visione magica, privilegio». Piretto spiega come nel periodo del Terrore, «dal “nemico di classe”, categoria che rendeva razionalmente e logicamente chiara la definizione di opposizione, si passò al “nemico del popolo”, caratterizzazione assai più generalizzata e vaga, che “segnalava” come chiunque potesse essere o diventare nemico del regime».

Anche per questo l’arte si rivolge al popolo per spiegare come occorre comportarsi per evitare di cadere nelle “tentazioni borghesi”. Si abbassa e semplifica il linguaggio, si fa ricorso al kitsch, fino a produrre immagini in serie che parevano uscite dallo stesso pennello. Come strumenti di comunicazione si utilizzano anche manifesti, fotografie, film francobolli, carte di caramelle o scatole di fiammiferi (sulla cui superiorità rispetto a quelli americani ricordo un gustosissimo e amaro affresco di Sergej Dovlatov), anticipando di decenni i pubblicitari occidentali.

Uno dei meriti principali del libro è a mio avviso la capacità (frutto della conoscenza diretta della cultura tedesca) con cui Piretto paragona la propaganda sovietica con quella nazista. Nel libro c’è una citazione-icona di Hannah Arendt a me particolarmente cara: «L’efficacia della propaganda basata sulle affermazioni profetiche mette in luce una delle particolari caratteristiche delle masse moderne. Esse non credono nella realtà del mondo visibile, della propria esperienza; non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione, che può essere colpita da ciò che è apparentemente universale e in sé coerente. Si lasciano convincere dalla compattezza del sistema che promette di abbracciarli come una sua parte. Quel che le masse si rifiutano di riconoscere è la casualità che pervade tutta la realtà. Esse sono predisposte a tutte le ideologie, perché spiegano i fatti come semplici esempi di determinate leggi. La propaganda totalitaria prospera su questa fuga dalla realtà nella finzione, dalla coincidenza nella coerenza».

Piretto – che si intende di architettura – analizza anche le differenze strutturali tra i due regimi: «Se il severo monumentalismo nazionalsocialista, pensato per durare nei secoli, esprimeva l’idea di dominazione mondiale e ispirava rispetto e timore, l’elegante stile monumentale sovietico doveva testimoniare la superiorità del socialismo, rispecchiarne la ricchezza collettiva, la fertilità, il calore e la gioia di vivere».

È partendo da queste differenze che arriviamo nel cuore della matrioska del regime sovietico, nell’iconografica piazza Rossa: «La cultura della propaganda sovietica a differenza di quella nazista era centripeta: non immense aree trasformate in spazio consacrato attorno a monumenti significativi disseminati per il paese ad accogliere le adunate di massa in occorrenza delle feste nazionali. Non il Volk tedesco che indiscriminatamente vi confluiva sempre più numeroso e il Führer che vi si trasferiva per l’occasione, ma una tendenza vettoriale mirata al cuore del paese e all’unico territorio simbolicamente ed eccezionalmente ritenuto sacrale, la piazza Rossa, con Stalin che da là non si spostava, riservata, e per questo maggiormente ambita dai pochi che avessero meritato il diritto a quell’iniziatico passaggio di soglia». Da quella piazza-icona, Stalin non si spostò nemmeno per andare a festeggiare la vittoria a Berlino. Fatto di cui si pentì ma cui rimediò la propaganda filmica di regime.

In quella piazza nelle feste di regime sfila l’élite staliniana, in marcia davanti agli occhi del sovrano: per mirare ed essere mirata. Il body politic di Stalin si materializza nella sua staticità messianica (a differenza dell’iconografia “movimentista” di Lenin) e soprattutto nel suo sguardo, vero centro del potere sovietico, come spiega Piretto.

Un proverbio russo recita “idti kuda glaza glijadjat” (andare dove guardano gli occhi). «La Russia gioca la propria erranza essenzialmente sulla potenza e sulla direzione dello sguardo». Il dittatore è l’unico che ha il privilegio dello sguardo attivo. Noi, grazie a questo libro di Piretto, abbiamo l’opportunità di vedere negli occhi dei dittatore. E accorgerci che sono di cartapesta. Dietro non c’è niente. E niente (di buono) infatti ha lasciato a quel meraviglioso paese.

Ad maiora

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Gian Piero Piretto,

Gli occhi di Stalin: La cultura visuale sovietica nell’era staliniana,

Raffaello Cortina Editore,

Milano, 2010,

Euro 22